A scuola di vita in una mattina camminando sotto la neve

Quel giorno che mi incontrai mentre sprofondavo nella neve che fioccava

Di Luciano Ragno – giornalista

   Gli anni ’50 sono appena iniziati. E’ inverno da meno di un mese.

       Mia madre: “Che dici, Luciano, nevicherà domani? Non è ancora mai nevicato”.

       “Spero di no, avrei problemi”.

       Invece nevicherà.  Di buona volontà.

 In bicicletta non è possibile andare alla stazione, come faccio sempre. Per forza a piedi. M’incammino lungo la via, non è breve.  Mi accorgo che invece di stare attento a non cadere, mi sto ponendo una domanda: Che ho fatto per essere qui sotto la neve mentre tutti i miei amici sono ancora a letto?

La riflessione in quella mattina d’inverno mi è tornata spesso in mente.

La rivivo in questo articolo. Non è un semplice ricordo, è una grande lezione di vita. Ha cambiato la mia.

 Frequento il liceo. Ma non tutti i giorni.  Preferisco andare in giro, magari a passeggiare lungo il Corso della mia Foligno, specie in quelle giornate che mostrano la città con la veste più bella.  Il banco può attendere.

    Il pomeriggio lo dedico non allo studio, ma ad accompagnare il mio sogno: diventare giornalista. Trascorro ore a scrivere articoli su fatti ascoltati alla radio, come se fossi io il giornalista in quel luogo. Finiscono tutti nel cassetto.

     Il sogno di diventare giornalista è iniziato presto, quando mio padre tornava a casa con “Il Messaggero” in tasca, si sedeva in poltrona e lo sfogliava con me accanto. E mi spiegava quello che era successo nel mondo. Leggeva un articolo e quelle parole mi colpivano, mi sembravano musica. Raccontavano ed io ero lì dove c’era l’evento. Lo vivevo.

Passano i mesi. Poco studio. Calano i voti. Sempre peggio. E così, quando a giugno escono i quadri, accanto al mio nome c’è un secco: Rinvio a settembre. E a settembre: RESPINTO. Un colpo tremendo, per me e per i miei genitori.

 E mi ritrovo a camminare in quel giorno della forte improvvisa nevicata in strada, diretto alla stazione. Mi attende un treno che mi porterà ad Assisi dove ho scelto di ripetere l’anno di liceo. Troppa vergogna tornare nella vecchia scuola.

     La stazione è ancora lontana. Faccio fatica, tanta. Potrei stare ancora a casa al caldo o nell’atrio della scuola a Foligno con gli amici cercando riparo da una tramontana che taglia il viso.

 Invece sono qui in strada al freddo. Passo dopo passo. Com’è potuto accadere? Esistono i sogni ma bisogna saperli gestire. E per gestirli serve passione ma anche sacrificio. E la responsabilità di non perdere le occasioni della vita. Come quell’anno che avrei dovuto dedicare al domani. L’avevo dimenticata o forse mai conosciuta.

    Continuo a riflettere: ho sbagliato e la sto pagando, pesantemente. Sveglia all’alba, pedalata fino al treno, l’autobus che viaggia verso Assisi, le lezioni e il ritorno. Nel freddo ma anche nel caldo.

   Sto imparando la lezione: i sogni hanno un prezzo. altrimenti non si realizzano.  Mi servirà nella vita. E poi, che sciocchezza gettare via gli anni che costruiscono il domani.

     Non sono solo nel lungo viale che porta alla stazione. Gente che va a passo svelto, magari si è alzata quando era ancora buio o sta tornando a casa perché ha lavorato per tutta la notte.  Vedo un mondo che è stato sveglio per farmi stare tranquillo. Un volto che non conoscevo della mia città. Mi sfuggiva quando andavo in bicicletta . Mi accorgo che sto scoprendo la vita. Quella diversa dalla mia. E lascia il segno.

(Immagine realizzata con AI)

   Un rumore. E’ quello di una serranda di un caffè che si alza. Davanti c’è un uomo. Non entra.  Forse ha voglia di un cappuccino e un cornetto perché ha fame ma non ha soldi, attende la carità.  E vedo un ragazzo, più piccolo di me, che sorregge un vassoio, va nel locale, ne esce subito, prende da un camioncino un altro vassoio e rientra. Si guadagna la giornata. Ed io fortunato, nato nella culla giusta, che trovo tutto a mia disposizione. E qualche volta mi lamento.

    Un fischio in lontananza. Il treno mi attende. Arrivo, un attimo di pazienza.

  Salgo a bordo, dal finestrino un panorama completamente bianco. Per la forte nevicata le lezioni iniziano più tardi. Scendo giù fino alla Basilica di San Francesco. Non c’è nessuno sull’immenso piazzale. I pellegrini fermati dal maltempo.

La magia del silenzio. Non la conoscevo. Mi piace, vorrei che non finisse.

Entro nella Basilica, mi accorgo di essere solo anche lì. No, sono in compagnia dei colori di Giotto alle pareti. Raccontano di un uomo, Francesco, che donava speranza. In un’epoca dove non c’erano speranze.

    A un tratto mi accorgo che si è avvicinato un vecchio. E’ vestito di pochi panni.  Quasi scalzo.  S’inginocchia. Prega.

     Vedo in quel vecchio l’umanità, vestita di poche ambizioni, in difficoltà, che chiede speranza dopo aver perduto speranze. Con umiltà.  Scopro la vita.

Il rintocco del campanile mi dice che in questo mattino d’inverno sto diventato grande. Improvvisamente ritrovo la responsabilità .

 Riprendo a studiare con impegno. Maturità. Università. Passa del tempo e scopro che ho anche fiducia in me e addirittura coraggio. E così un giorno mi presento alla redazione di Foligno de “Il Messaggero”, mostro alcuni articoli e chiedo umilmente di collaborare. Un sì che mi riempie di orgoglio. Non finirò mai di ringraziare.

Finalmente i miei articoli non hanno più un solo lettore. La redazione diventa maestra e guida.  Una lunga e saggia scuola. Passa il tempo, faccio tanta esperienza, imparo la cronaca. Un giorno mi sento pronto. Tento il grande salto: Roma, la sede centrale de “ Il Messaggero”. Mi accolgono. Praticante e poi professionista. Qui la mia vita, decenni, a raccontare su quelle pagine il mondo, andando a vedere di persona.

    Non scordando mai quella lezione, imparata in una mattina d’inverno, incontrando me stesso sotto la neve.

(Immagine realizzata con AI)

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