Egon Schiele e l’inverno del corpo

Dietro ogni referto e sotto ogni cicatrice batte un’umanità che merita di essere guardata con occhi competenti e, allo stesso tempo, profondamente amorevoli

Di  Edoardo Rosati – giornalista medico-  scientifico

Egon Schiele (1890-1918)

Come ogni mese, la nostra Direttora lancia ai suoi prodi collaboratori una piccola sfida tematica. Questa volta la parola chiave era «Inverno», accompagnata da un invito preciso: declinarlo attraverso i ricordi personali. Ho raccolto il guanto con entusiasmo e determinazione. Salvo poi imbattermi in una difficoltà: la mia rubrica tratta di Media e Medicina. Che cosa diamine c’entrano, in tutta franchezza, l’inverno e le reminiscenze individuali con simili ambiti? Così, come accade ogni volta che non so da dove partire, ho sciolto le briglie alla mente. Ed è lì che è successo qualcosa di curioso. Ho capito che l’inverno di cui avrei scritto non aveva nulla a che fare con il calendario.

“Nudo…ma”

E tutto ha iniziato ad avere senso.

Perché il mio inverno non sapeva di neve, non pungeva le ossa né scricchiolava sotto le scarpe. Era una stagione gelida sperimentata in piena estate, a Vienna, davanti alle tele di Egon Schiele. Fu la voce più radicale e febbrile dell’espressionismo austriaco. La morte precoce del padre, dopo una lunga malattia probabilmente sifilitica, introdusse nella sua vita un contatto diretto con il decadimento fisico, con la degenerazione, con la vergogna sociale associata al corpo malato. La malattia, per Schiele, non è un incidente: è una presenza strutturale, una lente attraverso cui osservare il mondo. Dentro quel museo, davanti alle sue tormentate anatomie dipinte, ho provato freddo. Fuori il caldo, la luce lunga dei pomeriggi estivi. Dentro, improvvisamente, una sensazione algida: netta, interiore, quasi clinica.

“L’abbraccio”

Nei dipinti dell’artista (1890-1918: sì, avete letto bene, appena ventotto anni è durata la parabola terrena di questo genio irrequieto, spezzata a causa della pandemia di influenza spagnola), il corpo non è mai neutro. È sempre un organismo che presenta segni. Magro, contorto, spigoloso, privato di ogni protezione. La pelle è tesa, livida, marchiata; le posture innaturali assomigliano più a un referto autoptico che a un gesto artistico. Osservavo alberi umani rinsecchiti. Battuti dai colpi di gelo dell’esistenza. Gli arti che si allungano come rami asciutti, spogli e privi di linfa. Braccia che hanno perso la morbidezza della carne per farsi legno nodoso, ormai incapace di ambire a fioriture future.

Se Gustav Klimt è la cover dorata di una rivista che glorifica la bellezza, Schiele è la lastra radiografica che ne rivela le fratture sottostanti. In quella Vienna di inizio Novecento, l’artista non dipingeva soltanto figure: trasmetteva dimensioni corporee. Ogni tendine teso, ogni nocca arrossata, ogni ventre scavato è un dato percettivo che ci raggiunge senza filtri, con la stessa spietata onestà di un fascicolo sanitario lasciato aperto sul tavolo.

“Nudo di schiena”

Tuttavia, fermarsi al gelo della diagnosi sarebbe un errore di prospettiva. Perché se è vero che Schiele ci pone davanti alla “trama della carne”, per così dire, lo fa con un’onestà che ha in sé qualcosa di profondamente liberatorio. In un mondo di media che ci chiedono di essere invincibili, perfetti, perpetui, l’inverno corporeo di Schiele ci concede il permesso di essere fragili. E nella fragilità, paradossalmente, si nasconde una delle nostre forze più autentiche.

La medicina stessa, d’altronde, non nasce per contemplare il “freddo”, ma per affrontarlo. Lo sguardo analitico del medico ─ quello stesso sguardo che per certi versi Schiele applica sui suoi modelli ─ non è un atto di distanza, ma il primo, fondamentale passo dell’accudimento. Non si può curare ciò che non si ha il coraggio di guardare. Vedere il corpo per quello che è, senza i filtri della vanità, è l’unico modo per onorarne l’energia vitale. In questo senso, mi verrebbe da dire, Schiele non dipinge il declino: testimonia la vita quando è messa alla prova. La osserva mentre si contrae, resiste, lotta. E resta lì, aggrappata a quei tendini tesi e a quelle posture così nervose.

Questa è la lezione culturale che porto con me da quel pomeriggio viennese. Così come la medicina ci insegna a leggere i segnali del corpo per proteggerlo, quest’arte radicale ci educa a non temere la nostra imperfezione. Sapere di essere fatti di fibre vulnerabili e di tempo che scorre non dovrebbe spaventarci, ma spingerci verso una forma più profonda e consapevole di relazione con noi stessi e gli altri.

Uscendo dal museo, ricordo che la luce di Vienna non mi sembrò più soltanto calda, ma densa. E preziosa. Avevo compreso che la vera bellezza non è quella che ignora la malattia o il logorio, ma quella che sa attraversarli. Il mio “inverno” è diventato così un invito alla lucidità: una lente che, sfrondando il superfluo, restituisce l’essenziale. E l’essenziale è che, dietro ogni referto e sotto ogni cicatrice, batte un’umanità che merita di essere guardata con occhi competenti e, allo stesso tempo, profondamente amorevoli.

E adesso lo so. Forse la sfida della Direttora era, sotto sotto, proprio questa: scoprire che l’inverno aiuta a decantare i ricordi e a distillarne l’essenza, perché arrivino puri e limpidi al nuovo sole di primavera.

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