La meraviglia di “Quello che serve di notte”, romanzo breve francese di Laurent Petitmangin, su quello che non capiamo delle nuove generazioni
Di Enrico Fovanna – giornalista

Difficile trovare un libro che resti così a lungo nella memoria, per la sua sostanziale perfezione. Tanto più se si tratta di un romanzo breve, come questa piccola perla francese, “Quello che serve di notte”, di Laurent Petitmangin (Mondadori), 124 pagine appena, chiuso con il dispiacere di quando si saluta un amico, o un amore, alla stazione.
La nostalgia per un libro, per quanto mi riguarda, è qualcosa di sempre più raro, ma quando accade è meraviglioso. Il libro in quei casi non è più qualcosa, ma diventa qualcuno, che ci ha fatto compagnia. Una bella compagnia. E ci ha lasciati diversi.
Senza spoilerare nulla, la storia in sé è piuttosto semplice. Il rapporto tra un padre e un figlio, poi c’è anche il fratello sì, e una moglie defunta, gli amici poco raccomandabili e molto altro. Ma la faccenda è tutta qui. Amore. E struggimento. Siamo in Lorena, alta Francia, nel 2020, quando la politica entra anche nelle vite dei ragazzi e le divarica. E con essa la violenza, lo smarrimento, la cecità. Tutto scorre e si dipana, in una trama in discesa, fino alla notte, al punto in cui il buio prevale sul resto.
Una Francia del Nord operaia e suggestiva, nella sua vita di provincia, in cui si infilano le suggestioni dei movimenti politici di estrema destra e sinistra, come accadde da noi negli anni Settanta. Il passato ritorna e coinvolge intere fasce di adolescenti, senza le marcate ideologie di cinquant’anni fa, ma con venti e poli di attrazione nuovi, l’impegno sociale e le paure del diverso. Ci sono i circoli socialisti, frequentati soprattutto da genitori anziani, e i gruppi giovanili di estrema destra, che si muovono silenti tra aiuti ai francesi poveri e contrasto alle immigrazioni.
Nulla di inedito, ma nell’apparente normalità dei flussi sociali si innesta la vicenda di un vedovo, ancora devastato dalla perdita della moglie, e dei due figli, Fus il maggiore e Gillou, il minore. Il primo, all’insaputa del genitore, comincia a frequentare un gruppo di coetanei del Front National, la formazione francese di estrema destra a cui fa capo Marine Le Pen. Il minore invece resta nel cono d’ombra del padre, vecchio militante di sinistra, studia e si dedica alla casa.
La vicenda deflagra in maniera irreversibile quando Fus finisce nei guai. Non diciamo perché, giusto per non compromettere la lettura agli amanti delle trame, anche se il risvolto di copertina di Mondadori lo fa con dovizia di particolari. Guai seri, di natura giudiziaria, che mettono in ginocchio lui e il padre. Da quel momento, sui protagonisti cala, appunto, una notte di tormenti e di inquietudine crescente, forse proprio la notte cui si riferisce l’enigmatico titolo. Da quel punto in poi nessun lettore con un minimo di empatia potrà più staccarsi dalle pagine, per la profondissima intensità emotiva che le pervade.
Una storia struggente che scava nelle nostre anime, nel mondo dei sentimenti e nella colossale impresa di sopravvivere alle rivoluzioni interiori. In una Francia in piena crisi sociale, come gran parte dell’Occidente, le giovani generazioni qui urlano in tutto il loro scontento contro l’incapacità del presente di fornire loro risposte convincenti. È lo specchio di quanto accade, o può accadere, o accadrà ormai ovunque nel mondo, la rivolta di una generazione a cui forse non abbiamo pensato abbastanza e con cui ora ci tocca fare i conti.
Siamo dalle parti di Ken Loach, se vogliamo parlare di atmosfere, ma in realtà c’è molta Francia, forse anche un po’ di Carrère, e certo c’è molto di noi. Di un passato che crediamo sepolto, invece ci insegue. Leggetelo, per carità di Dio, non tanto per i molteplici premi collezionati dall’autore (un esordiente, che lavora all’Air France e scrive nel tempo libero). Ma per quello che vi resterà dentro. Di sicuro non cadrà nell’oblio.