La neve tacita rimpianti, rimorsi, amarezze, apparenze. Restituendo l’infanzia a ciascuno di noi
Di Rosa Mininno – psicoterapeuta, presidente della Scuola Italiana di Biblioterapia
Sono nata d’inverno, nella notte o, meglio, nel primo mattino di un gelido giorno di gennaio. Sono nata in casa, si nasceva ancora in casa, allora. Alle prime avvisaglie di un parto che si rivelò precipitoso, mio padre con il suo 125 corse a prendere l’ostetrica, che con vestaglia e cappotto salì in sella con lui, giusto in tempo per arrivare poco prima che io nascessi e fu proprio nei minuti della mia nascita che iniziò a nevicare. Fu una storica nevicata, celebrata anche in musica e canzoni. Nevicò per un bel po’ di giorni. Tanta neve e quando nevica a Roma, sui bassi colli e in pianura o in riva al mare, è un evento da ricordare. Sarà per questo che la neve mi piace.

Della neve mi piace il silenzio, la morbidezza, la lentezza, quel manto bianco sui prati, sulle case, sugli alberi, sulle montagne. Nasconde tutto la neve, è bella, pacifica, ma ingannevole. Sotto di lei, così bella, così bianca, si nasconde la realtà.
E’ inevitabile, quando nevica, quel moto di gioia infantile che magari abbiamo conservato da adulti, che ci spinge a scivolarci sopra con uno slittino o sopra una busta di plastica, come facevamo da bambini, non abitando in montagna. E’ inevitabile fare in piazza un pupazzo di neve e mettere due bottoni per occhi, una carota o un legnetto per naso, una sciarpa al collo e un cappello in testa, divertirsi anche con sconosciuti a battagliare a palle di neve.

Meno divertente è spalare la neve dalle strade, dagli scalini, dai tetti, ma quel manto bianco calma, la bellezza calma. Infonde calma, se la si cerca, perché, è vero, la cerchiamo dentro e fuori di noi per vivere pienamente. E poi, come spiegare quella meraviglia che si prova, quella sensazione di bellezza e stupore che ci prende quando i fiocchi ci cadono in mano? Quella mano che spesso non tendiamo verso l’altro, ma che apriamo offrendo il palmo al cielo perché i fiocchi ci cadano sopra leggeri.

I fiocchi … cristalli complessi assolutamente diversi l’uno dall’altro. Forme uniche che rispondono a leggi fisiche e matematiche come tutta la Natura. Forme diverse, uniche come noi tutti, ma la sostanza è la stessa. Una unicità che ci comprende tutti e ci distingue tutti.
La neve copre tutte le brutture dell’ambiente, le brutture create da chi non lo rispetta. La neve avvicina al fuoco di un camino. Ad uno scifo di polenta, ad una tavola condivisa. La neve è intima, familiare, è come quella familiarità che si ripresenta quando incontri un parente buono che non vedi da molto tempo. La neve è calore, annulla le barriere create tra giovani e diversamente giovani. Una categoria, quella dell’anzianità, che non riguarda quelli come me, che nella vita hanno sempre cercato la verità, l’onestà, l’impegno professionale, etico, civile, perché la senilità riguarda il corpo, la mente, non la coscienza. La neve tacita rimpianti, rimorsi, amarezze, apparenze. La neve restituisce l’infanzia a ciascuno di noi, soprattutto a chi l’infanzia crede che sia perduta. E allora quando nevica, soprattutto, stiamo insieme, riscaldiamoci al calore della fratellanza, quel calore che non dovrebbe mai andare perduto, neanche in mezzo a una bufera. La neve raggruppa, tiene, unisce, riscalda gli animi di chi torna bambino, è bambino. Mai dimenticarci del bambino che siamo stati perché è da lì che possiamo capire chi siamo oggi.
Sulla neve affondiamo o camminiamo o scivoliamo, proprio come facciamo nella vita che ci copre i giorni e le notti e poi passa. Ma sulla nostra vita i passi restano anche quando vorremmo cancellarli, restano anche senza più dolore, in silenzio. Tracce indelebili in cui l’emozione non affonda più, ma che restano nella memoria proprio come la neve che cade in una città che di solito d’inverno neve non ha.
