Paola era in Terra Santa per turismo, e poi si è trovata in un incubo di sirene, bunker, messaggi di allerta e missili sul cielo di Gerusalemme. Il suo racconto dal cuore dell’inferno mediorientale
Di Flavia Caroppo – giornalista

C’è quel momento che ti spacca il fiato, quando la guerra salta giù dal teleschermo e ti si pianta davanti, viva, con sirene che ti entrano nelle ossa e una paura che ti stringe lo stomaco. L’ha vissuta Paola Slongo, veneta verace che da anni ha messo radici a New York, lavorando come manager di un’importante azienda italiana di light design e vivendo nel caos buono di Manhattan.
Era partita con un gruppo affiatato di turisti e pellegrini, italiani e amici di ogni dove, gente della comunità di don Luigi Portarulo — quel prete lucano dal cuore grande che tiene viva la fiamma italiana nella basilica di Old St. Patrick’s a SoHo, legando famiglie sparse con messe, chiacchiere e quel calore che sa di casa.

Doveva essere un viaggio di quelli che ti riempiono l’anima: posti santi, paesaggi da cartolina. Invece, pum: bloccati a Gerusalemme Est, con i cellulari che urlano Extreme Alert (allerta massima), notifiche che ti ordinano di “andare immediatamente in un Protected Space (spazio protetto/rifugio antiaereo/missile) e stare fermi fino a nuovo ordine”.
Avvisi che per i locali sono pane quotidiano, ma per Paola (e per i tanti italiani che poche settimane fa sono rimasti bloccati all’estero a causa della guerra in Iran) sono stati un pugno nello stomaco. Sugli schermi degli smartphone, dei tablet, dei computer, racconterà Paola, si avvicendavano avvisi in ebraico, arabo, russo, inglese; mappe di rifugi, regole per missili e droni nemici. Un incubo digitale che preludeva al peggio.

Paola, che cosa ricordi del momento in cui hai capito che la vacanza era finita?
Eravamo sul pullman da Betlemme al Mar Morto, emozionati da morire. Di colpo le allerte: missili, droni, ‘rifugi vicini, lasciate tutto’. Le parole mi rimbombavano nelle orecchie. Silenzio nel gruppo, come un muro. La gioia del viaggio svanita. Ho tirato le tende sul deserto — non lo volevo più vedere, basta. Volevo scappare, ma eccoci: dentro la guerra, senza via d’uscita.
E qual è stata la prima mossa del gruppo?
Tornare di corsa a Gerusalemme, facciamo le valigie in fretta e furia, cambiamo hotel per uno col bunker. Ricordo sirene che non la finivano più, notifiche sul telefono una dietro l’altra. Nessuno rideva, nessuno fiatava. Qualcuno pregava piano, qualcun altro scriveva a casa, tutti coi cuori in mano.
Una volta nel nuovo hotel, com’era il bunker?
In realtà niente di “esotico”: la sala da ballo sottoterra, senza finestre, si trasformava in rifugio. Lì stavamo ore, seduti per terra o in piedi, aggrappati ai cellulari per le news. Non c’è nulla come lo stress, la paura e la fame (che però noi non avevamo) per far venire fuori il vero io di ciascuno di noi. E devo ammette che accanto a me in quel rifugio ho visto le reazioni più svariate. C’era chi non usciva più, terrorizzato; chi diceva “è tutta una fake news, come col Covid”. I palestinesi dell’albergo? Calmi come santi: “It’s not a big deal, just chill (È routine per noi, state calmi). Routine per loro, noi col cuore in gola.

Hai raccontato di aver visto i missili coi tuoi occhi …
Sì, una sera dico ‘basta paura, resto su in camera. Voglio fare come loro, keep cool and carry on (stai calmo e vai avanti), fare quella che si è abituata. Sbircio dalla finestra: eccoli i missili e i droni che sfrecciano sul tetto dell’hotel! Non più parole e immagino al Tg, ma roba vera. Volo giù per le scale, quattro gradini per volta, arrivo nel rifugio col fiato corto.
E le notti com’erano? Riuscivi a dormire tra sirene, rumori e vibrazioni continue?
Dormivamo vestiti, giacca a portata di mano, scarpe pronte, telefono carico e la borsa con soldi e documenti. Non appena suonava l’allarme scendevamo, tutti giù per le scale in un silenzio nervoso. Poi, nel rifugio, cercavamo di far finta di niente. Al segnale di cessato allarme tornavamo su in camera, a dormire di nuovo con un occhio solo. Fino alla prossima sirena. Una notte ci siamo accampati nel bunker per vedere tutti insieme Sanremo sull’iPad di uno di noi. E ci siamo trovati a cantare “l’Italia delle canzonette” da lontano, per sentirci meno soli.

Un pezzo di vita normale, ce l’avete avuta?
Sì, una sera abbiamo detto “Basta, usciamo”! Camminiamo fino alla Città Vecchia, ci sediamo pure in un bar! Mi sento come dopo il Covid, quel brivido di libertà semplice: aria aperta, un caffè. Ma dura un niente. Sirene, e l’immancabile messaggio sul telefono ‘Hostile aircraft Jerusalem East’ (aereo nemico, Gerusalemme est); siamo tornati di corsa verso l’albergo e il bunker, coi cuori che battevano forte.

Che cosa ti ha lasciato nel cuore questa guerra così vicina?
Ti rendi conto che non è più roba da telegiornale. La guerra ti entra nel telefono, nella camera, nei pensieri, col suono delle sirene e le notifiche in mille lingue, col cielo che ti scruta quando alzi gli occhi per capire se sta arrivando un hostile aircraft, un aereo nemico. Un aereo che considera anche me suo nemico, per il semplice fatto che sono lì.
Pensavi che la guerra fosse sempre “da un’altra parte”, lontana da te. E ora?
Proprio così, lontana mille miglia. Invece eccola: in bus, in hotel, nella sala da ballo rifugio, sullo schermo. Ti piomba addosso in vacanza, che tu sia turista o pellegrina, e ti sbatte in faccia quanto sia fragile tutto. Sirene e allerte: per loro routine quotidiana, per me choc totale; non capisco come la reggano. Torno a New York e le notizie avranno un altro sapore. Ogni sirena, pure d’ambulanza, mi riporterà lì, a Gerusalemme, col cuore stretto.
