Riflessioni e confessioni (spesso inaspettate) di chi davvero non segue il Festival, e nonostante ciò se ne “ricorda” molto. L’autrice spiega i motivi di questa apparente contraddizione…
Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

“ E ora, come faccio?” Confesso che è stato questo il mio primo pensiero, quando ho scoperto che il filo conduttore di questo numero di Generazione Over 60 riguardava la manifestazione canora. Perché io, Sanremo, non lo guardo. E quest’anno una trasferta di lavoro del mio compagno mi ha risparmiato anche l’ultima puntata, che di solito seguo insieme con lui. Non posso dire di non saperne niente, perché molti miei amici commentano sui social e quindi ho visto mise improbabili, ascoltato pronostici e polemiche sulle scarpe di John Travolta, apprezzato il garbo e l’eleganza di Ghali. Però, di tutto questo, ho ascoltato solo il discorso di Allevi: perché in genere se del festival mi piace qualcosa, come Drusilla Foer nel 2022, ha poco a che vedere con le canzoni in gara. Con qualche eccezione, perché in passato mi è capitato, colpita da una faccia simpatica o da un consiglio particolarmente azzeccato, di trovare qualche brano di mio gradimento, come la mitica Occidentalis Karma di Francesco Gabbani o più di recente L’addio dei Coma_Cose.
Ma quest’anno, per ora, non mi ha attirato niente. E ora che la kermesse è archiviata con la vittoria – meritata, per quanto posso capire dai commenti – di Angelina Mango, posso tornare ai miei ricordi e al Sanremo del passato. Perché una volta io, Sanremo, lo guardavo. Anche se non ricordavo che quella che oggi è una fluviale kermesse televisiva, in realtà è nata in radio.
Era il 1951 e il primo vero Sanremo – preceduto nel 1948 da un Festival della Canzone Italiana organizzato alla Capannina di Viareggio – si tenne al Casinò, presentato da Nunzio Filogamo con venti canzoni in gara. Vincitrice con Grazie dei Fior fu Nilla Pizzi, che avrebbe poi stravinto anche l’anno successivo conquistando da sola il podio, un record mai eguagliato, con tre brani, Vola Colomba, Papaveri e papere e Una donna prega.

In quegli anni non ero nata, eppure queste canzoni – soprattutto Papaveri e Papere, colonna sonora della mia infanzia – me le ricordo bene. Come ricordo Romantica di Renato Rascel che vinse nel 1960, e Nel blu dipinto di blu, il successo di Modugno del 1958, che ha pochi mesi meno di me ma che ascoltiamo ancora con piacere.
Perché all’epoca le canzoni duravano anni. Tutto era diverso, lo spettacolo non finiva certo alle due di notte e i cantanti si presentavano in abito da sera. Rimpianti? Certo: e scorrendo l’elenco dei vincitori di Sanremo si ritrova nel bene e nel male tutta la musica italiana, da Lucio Battisti (Un’avventura, sconfitta al Festival nel 1969 e poi destinata alla fama) a Dalla con 4 marzo 1943 (Sanremo 1971) e prima di loro Gigliola Cinquetti, Claudio Villa, Adriano Celentano, Bobby Solo che ricordiamo soprattutto per Una lacrima sul viso, anche se in realtà vinse l’anno successivo con Se piangi se ridi e ancora nel 1969 con Zingara in coppia con Iva Zanicchi. E poi Fausto Leali, Little Tony, Patty Pravo, Orietta Berti, il grande e sfortunato Luigi Tenco e l’altrettanto grande e sfortunata Mia Martini.


E ancora – vado a memoria, con un amarcord assolutamente soggettivo e quindi discrezionale – Caterina Caselli con Nessuno mi può giudicare e poi Nada con Ma che freddo fa – due piccole rivoluzioni – Loretta Goggi con la sempreverde Maledetta primavera, Sergio Endrigo e Vasco Rossi con Una vita spericolata, e tanti altri.

Per chi volesse immergersi nei ricordi e costruire una propria classifica Wikipedia propone l’albo d’oro del Festival https://it.wikipedia.org/wiki/Albo_d%27oro_del_Festival_di_Sanremo e una selezione delle 100 canzoni più belle – https://it.m.wikipedia.org/wiki/Le_100_canzoni_pi%C3%B9_belle_del_Festival- in realtà una raccolta di CD realizzati dalla Sony.
Che cosa ci resta di Sanremo? Stamattina ho trovato sui social un elenco delle canzoni che parlano di farmaci – qui il link https://saluteducazione.wordpress.com/2019/05/28/note-e-medicine-quando-le-canzoni-parlano-di-farmaci/ – e una riflessione sulle parole usate quest’anno nelle canzoni: che sono 1500, neanche tante. Quella che ricorre più spesso è “non” ma anche “vita “e “amore” se la cavano bene, mentre tra le parole che ricorrono una solta volta, forse non inaspettatamente, c’è “professori”.
Sempre in questi giorni, un’indagine sulle canzoni che mettono allegria ha messo al primo posto Gianni Morandi. E certamente il Gianni nazionale – più per le canzoni del passato che per quelle di oggi – ha un posto nel mio cuore. Anche perché io per la musica allegra ho un debole quasi fisiologico, considerato l’effetto che hanno le note sul mio umore: ci sono canzoni bellissime e amate che ascolto poco proprio per questo motivo. E tra i miei brani preferiti ci sono pezzi musicalmente improbabili come Mamma Maria dei Ricchi e Poveri ma anche canzoni surreali come Mille bolle blu di Mina o A me mi piace vivere alla grande, (Sanremo 1979 ) https://www.youtube.com/watch?v=Yf4Rs_z9yz8 di Franco Fanigliulo, scomparso precocemente e che proprio in questi giorni avrebbe compiuto 80 anni.
Un parterre composito, il mio, che forse dovrebbe farmi guardare con maggior indulgenza ad alcune recenti esibizioni che ora mi paiono francamente improbabili. Ma ci sarà un motivo – intendo, un motivo diverso dal mio decadimento cognitivo – per cui ricordo canzoni degli anni ‘70, o anche precedenti, e non chi ha vinto Sanremo lo scorso anno?