
Avevo 17 anni e ormai da quasi 10 anni scrivevo poesie. Quel 1968, come ebbi già a dire, deve essere stato un anno fortunato perchè una rivista dove era stata pubblicata una mia poesia capitò nelle mani del grande Giuseppe Ungaretti che volle apporre il commento “Ottima”, con tanto di firma e data.
Tanto ero ironica e (falsamente) spensierata nella vita quotidana, tanto ero deprimente nello scrivere, poesie o racconti. Indistintamente. Nei temi a scuola no: stranamente non ero mai cupa, tutt’altro. Anzi, sempre sopra le righe.
La leggerezza in forma scritta- costante- sarebbe arrivata anni dopo, come quando, nel libro uscito due anni fa, per raccontare la mia esperienza di paziente oncologica sono ricorsa spesso all’ironia e all’autoironia.
Da adolescente scrivevo di ogni argomento ma- me ne rendo conto ora- sempre in modo a dir poco malinconico. Per esempio sulla speranza, appunto in quel lontanissimo 1968, ecco che cosa scrivevo:
BASTA POCO
E dire che
un momento fa
mi sono illusa.
Basta poco
per “sperare”
(buffo verbo)
senza motivo
proprio come questa musica
senza motivo.
E pensare che
tra un momento
– lo so-
mi illuderò di nuovo.
Spererò.
Di nuovo
senza motivo.