Una mostra fotografica di Andrea Tomasini da non perdere
Di Minnie Luongo – giornalista scientifica

Lo conoscevamo ufficialmente come collega, ovvero giornalista scientifico- oltre che prezioso collaboratore di Generazione over 60- ma da amici sapevamo benissimo che Andrea Tomasini è molto di più. Avete presente quando si dice una persona eclettica? Pertanto, quando ci è arrivato il comunicato stampa che annunciava la sua mostra di fotografie, non ci siamo stupiti più di tanto: la sua sensibilità particolare e il suo talento avevano trovato modo di esprimersi anche in un modo diverso. E del resto ultimamente ne avevamo avuto il sentore ammirando alcuni suoi scatti sui social.

Logico a questo punto chiedergli come e quando sia nata la passione per la fotografia.
“La prima reflex a 12 anni, sempre guardando il mondo in bianco e nero, cercando le scale di grigio, ho smesso – oggi dovrei dire ho interrotto- di usare la pellicola attorno ai venti anni. Certo, digitale, smartphone sempre pronti a cogliere l’immagine. Troppo pronti, forse. Di certo molto veloci. Poi, quando tutto si è fermato, all’inizio della pandemia, con il lock-down mi è sembrato tutto così diverso che dovevo comprenderlo adottando il mio punto di vista. Ho cercato on-line e nei mercatini macchine fotografiche a pellicola “vecchie”, coerenti con la mia età per materiali di costruzione e vetro per l’affilatura dei contorni. Macchine che fossero non più recenti degli anni 70, giacchè è in quel decennio che ho iniziato, e che fossero state prodotte dal 1930… più o meno da quando i miei nonni si sono sposati … Tutto molto arbitrario, ma anche molto pensato. Strumenti con cui osservare e documentare il mio punto di vista, consapevole che mentre inquadro e scelgo, intanto decido cosa escludere”.
E veniamo alla mostra, iniziando dal titolo che è Intanto. Come ci spiega Andrea, si tratta di una congiunzione ma anche di un avverbio. Infatti, suggerisce una contemporaneità, ma anche una discontinuità, e alla fine le cose si intersecano, poiché la foto coglie l’attimo, ma intanto che tu lo osservi, modifichi quell’attimo con il tuo esserci. Insomma, la foto è arbitrarietà rispetto al mondo. Ma così, intanto che lo osservi dal tuo punto di vista escludendone la maggior parte- perché ogni inquadratura è una esclusione di tutto il resto- cerchi di raccontarlo.
Inaugurata a Roma il 19 gennaio, presso lo Studio Ricerca e Documentazione di via Poerio 16/B, la mostra comprende una quarantina di foto- tutte rigorosamente in bianco e nero, e prevede il finissage sabato 1° febbraio (ore 17,30/19,30), in occasione del quale verrà presentato il “Libro d’Artista”, numerato e firmato.

Spiega bene Anna Cochetti, curatrice della mostra:
“Se è il Tempo la chiave di lettura del percorso narrativo che Andrea Tomasini, attraverso una quarantina di scatti in b/n, propone allo sguardo dello spettatore, percorso fatto di istanti, colti e fissati ciascuno nell’attimo della sua inattesa e precaria epifania, della sua transitorietà; è, “intanto”, lo sguardo, nella triangolazione tra il Soggetto che fotografa, il Soggetto fotografato e il
Soggetto che la fotografia guarda, lo strumento all’interno del viaggio per immagini (e scrittura) proposto dall’autore.
Laddove l’“intanto” costituisce una marca temporale a definire contemporaneità, coincidenze, congiunzioni, ma anche opposizioni, tra luoghi, persone, fatti, pensieri, azioni, un latente fil rouge fatto di Architetture, Flussi, Stasi evidenzia possibili segnali indicatori di senso nella percezione stessa del Tempo. Frammenti di Architetture urbane, monumentali o quotidiane, sono fermati nella prospettiva di un passaggio, di un’assenza, di un vuoto, in una sorta di sospensione temporale. Immagini di sequenze di Flussi di persone o mezzi sembrano contraddire e azzerare il tempo del movimento verso mete insignificanti. Mentre figure di donne, uomini, coppie, operai e altri sono colte nella dimensione atemporale della Stasi, in silenzioso dialogo con uno smartphone o, talvolta, una distesa di alberi.
Sulla “trama di fondo” che sostiene il percorso narrativo l’intensità contrastata del b/n evidenzia la forza della relazione tra gli elementi semantici oppositivi di che è costruito il discorso di Andrea Tomasini fotografo: luce/ombra, pieno/vuoto, retta/curva, architettura/persona. Ne risulta un panorama urbano, intessuto di silenzio, fatto di frammenti significativi da cui ogni riguardante può tornare a generare una possibile totalità e ad estrarre un senso complesso. Per Andrea Tomasini – sottile e profondo diarista di quotidiane tranches de vie, intessute di acute percezioni, di vigili stati di attesa, di notturni presagi e inquieti risvegli, impresse sulla pagina attraverso una parola che nel descrivere e raccontare i piccoli fatti, gli usuali gesti si interroga e interroga sul senso dell’esistere e dell’essere – la macchina fotografica e la pellicola sono l’alter ego dello scrittore. Ne deriva che il Tempo di che sono tramate queste fotografie, lungi dall’essere un Tempo oggettivo, intrinseco al contesto fotografato o alla stessa durata dell’inquadratura e dello scatto, è essenzialmente il Tempo interiore dell’autore, che nell’istantanea viene fissato”.

Sempre Andrea ci fa notare che mentre sceglieva le foto per la mostra, ha cercato anche una trama di fondo, un interesse continuo che fosse la parte invariabile del discorso, proprio com’è l’avverbio. “Modificatore semantico”, l’avverbio è utilizzato per variare o determinare il significato di altre categorie grammaticali o, addirittura, di un’intera frase.
Basterebbero queste sue profonde osservazioni per rendersi conto che il nostro Tomasini non è- o almeno non è solo- come si autodefinisce: “Lettore improduttivo, sommelier, che adora i sapori, gli odori, i libri, le parole e le immagini. Una persona che va a caccia di storie, colleziona corrispondenze, ama i mercatini e si diverte a cucinare, si occupa di medicina narrativa. Scrive racconti che sino ad ora ha tenuto per sé, aspirando forse a essere postumo. Ha girato per il mondo, occupandosi di comunicazione, dell’impatto della ricerca scientifica sulla società, dell’esperienza delle persone in malattia.
Si occupa di lettura, testi, immagini, biografie, storie. Vive a Roma, ha un rapporto privilegiato con Spoleto, ama curiosare da irregolare a far domande, fatto che contribuisce creare un alibi credibile per il suo disordine”.
E se questo vi pare poco …. non perdetevi il finissage della mostra fotografica sabato 1° febbraio!
