Quando l’ossessione vince sul talento
Di Alessandro Paola Schiavi – giornalista e direttore artistico teatrale

Il pugilato ha i suoi lati oscuri come ogni professione, aspetti di un’arte che possono stravolgere una carriera anche promettente. Lo sa bene Francesco Acatullo, nato a Caivano(Napoli) nel 1988, che nel 2015 ha sfiorato il titolo di campione italiano dei “super leggeri”, vivendo una grande fama.
Oggi si racconta in esclusiva, proprio nel fiore di una rinascita che gli sta regalando nuove soddisfazioni personali.
- Francesco, ormai da anni sei nel mondo del pugilato professionistico. Quanto è stato importante per te raggiungere questo obiettivo?
“Sono esattamente 12 anni che sono un pugile professionista. Raggiungere questo obiettivo per me è stato tanto, ma ha richiesto altrettanto impegno e costanza, dopo sei 6 anni di pugilato dilettantistico, sotto la guida del maestro Livio Lucarno nella storica palestra boxe Voghera di via Marsala dove è cresciuto Giovanni Parisi. Con la canottiera ASD Boxe Voghera ben 57 match con il caschetto. Diciamo una discreta carriera dilettantistica.
Così nel gennaio 2013 io e il maestro Luciano Bernini decidiamo di passare tra i professionisti, cioè togliere la canottiera e il caschetto e allenarsi da professionista. Il che significa allenarsi moltissimo”.

- È risaputo che mente e corpo per fare grandi risultati devono viaggiare assieme. Come prepari la mente e il corpo in questo percorso?
“Per raggiungere questo obiettivo ho fatto parecchie scelte e tantissime rinunce. Avevo solo 25 anni, che per un ragazzo giovane significa lasciare le compagnie e le uscite in amicizia e, soprattutto, abbandonare la vita “balorda”.
Ma questo non è risultato difficile: essendomi ripromesso di passare tra i professionisti sapevo a che cosa andavo incontro. Iniziarono incontri senza caschetto e, invece di tre riprese, si passò a sei.
Dopo 10 match da professionista, dove avevo incontrato dei buoni pugili, arrivò il mio primo match titolato sulle distanze delle 10 riprese, dove in palio c’era il titolo italiano dei pesi super leggeri che apparteneva al campione Andrea Scarpa.
Gli allenamenti dovevano essere più lunghi; quindi mattina presto footing 10 km, poi andavo a lavorare come parrucchiere. Alle 20 di sera in palestra con il mio maestro a fare il secondo allenamento. Sessioni di sparring con altri pugili; un giorno sedute di addestramento tecnico al sacco, mentre altri giorni potenzialmente ed esplosività”.
- L’inizio ufficiale della tua carriera a livello nazionale.

“Il 24 gennaio 2015 il mio primo match titolato, trasmesso su Italia 1. Perdo ai punti dopo 10 round pesanti ma scendo dal ring da guerriero a testa alta.”
- E poi che succede?
“Inizia così la mia sbandata e …mi perdo. Mi monto la testa, inizio a frequentare brutte compagnie, feste, baldorie, fiumi di alcol, night, oltre a conquistare un bel po’ di ragazze, solo per via del nome e per via del personaggio che ero diventato.
Mi viene proposto di combattere di nuovo per il titolo italiano ma dei pesi leggeri, e lo facciamo a Voghera il 3 luglio 2015 con un pugile molto esperto di 36 anni, Pasquale Di Silvio.
Il fatto di combattere a Voghera mi dà carica ma nello stesso tempo mi induce a pensare di avere già il titolo in mano. Così lascio il lavoro da parrucchiere da Jean Luis David e mi dedico solo al pugilato. Per due mesi mi preparo bene ma, dopo l’allenamento, ho sempre l’abitudine di fare serate.
Insomma, ero già convinto di essere il campione italiano solo perché combattevo a Voghera e, giovane di 27 anni, avevo davanti a me un pugile “vecchio” di 36 anni.
Salgo sul ring, combatto come un guerriero, ma alla fine del settimo round su un gancio destro al mento vado giù. Mi alzo a fatica, Di Silvio mi attacca e il mio maestro giustamente tira la spugna.
Inizia così il mio declino ed entro in depressione. Mentre mi concedevo le solite serate, mi rendevo conto che non avevo intorno persone che mi volevano bene ma erano solo una sorta di avvoltoi.
Restai presto solo, senza lavoro e senza soldi”.
- Caivano-Voghera, andata e ritorno.
“A dicembre del 2015 dopo un lungo periodo di solitudine, decisi di lasciare Voghera. Volevo sparire, mi sentivo un uomo finito e fallito a soli 27 anni, solo perché avevo perso un match importante davanti alla mia città di adozione, dove ero arrivato dopo la separazione dei miei genitori e dove viveva mio padre con la seconda moglie.
Quindi nel 2015 ritorno a casa per le feste natalizie per rimanere con mia madre a Caivano, il paese nativo dei miei nonni e genitori, dove avevo imparato ad essere uno scugnizzo.
- Nasce così il tuo soprannome “la tigre di Caivano”?
“Il nome della tigre di Caivano mi venne dato da un compagno di palestra di boxe: un caro amico, Federico Nicolaci. Perché ero venuto qui a Voghera da solo senza niente, con la classica valigia di cartone, solo con la voglia di essere diverso da tutti i miei coetanei di Caivano.
Dal 2005 al 2015 la mia carriera era stata un continuo alti e bassi e ogni tanto a Caivano accettavo qualche match solo per mantenermi e guadagnare un po’ di denaro”.
- Dal declino alla rinascita.
“Decisi di ritornare a Voghera nel 2020. Salgo sul ring per essere un guerriero, la tigre di Caivano, non più un pugile per guadagnare soldi e così nel 2023 ho ripreso di nuovo ad allenarmi nella mia storica palestra e sono di nuovo sotto la guida protetta del mio maestro Luciano Bernini.
Siamo arrivati a batterci per il titolo italiano dei pesi leggeri ad aprile 2024 e aspettiamo di batterci ancora per qualche match importante.
Per ora ho 16 incontri vinti, 10 sconfitte e 4 pari.
Ora non sono più un ragazzo giovane che fa serate, ma un uomo maturo che lavora duramente e si allena per diventare un campione importante e rimanere nella storia del pugilato non solo vogherese ma italiano.
Ho un lavoro fisso come barbiere e da due anni ho una compagna, Jleen, che mi ama per quello che sono e per quello che faccio”.
- Che consigli ti senti di dare ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera?
“Ai ragazzi che entrano nel mondo della boxe dico: affiancatevi al vostro primo maestro, non cambiate tante palestre e circondatevi della gente che vi ama per quello che siete e non per quello che possedete. E soprattutto conducete una vita sana.
Amate una solo ragazza, tenetevi stretto un lavoro solido e rispettate i vostri genitori, così come non dimenticate mai il primo insegnante di boxe né la prima palestra.
E ancora: non girate nei locali per mettervi in mostra. Solo umiltà e costanza tutti i giorni, perché l’ossessione può battere il talento. Fate sacrifici e lavorate sodo; amate la famiglia e, se siete credenti, affidatevi a lui”.
