“Relic”, quando il mostro è l’oblio

Raccontare la malattia trasformandola in un’esperienza unica che la regista di questo film riesce a trasmettere agli spettatori

Di  Edoardo Rosati – giornalista medico-  scientifico

Le tre protagoniste di RELIC nella locandina del film

Edna è una signora anziana. Vive solitaria nella sua casa di campagna. E un giorno svanisce nel nulla. Quando la figlia Kay e la nipote Sam arrivano per cercarla, trovano una dimora punteggiata da indizi sinistri: bigliettini sparsi ovunque, incrostazioni marcescenti che si allargano come ferite sulle pareti, rumori che si insinuano nel buio… Poi, di punto in bianco, Edna ricompare, come se nulla fosse accaduto. Ma non è più lei: a volte non riconosce le persone che ama, oscilla tra brevi lampi di dolcezza e repentini scatti di rabbia feroce e parla di un’oscura presenza che, dice, l’avrebbe aggredita in casa, approfittando della sua fragilità e solitudine. Intanto l’abitazione stessa sembra trasformarsi, e imprigionare i suoi ospiti, tra corridoi che si allungano, pareti che si contraggono e stanze che si moltiplicano…

È a dir poco eccezionale che un film horror accenda emozioni così profonde da strapparti lacrime di commozione autentica. Eppure, ho pianto. Perché questa pellicola australiana, Relic (2020), debutto alla regia di Natalie Erika James, che all’apparenza maneggia i codici tipici del cinema dello spavento, è una parabola struggente sulla malattia, sull’Alzheimer che, come un parassita invisibile, corrode non solo la mente di chi ne è colpito, ma anche i legami che lo circondano. Ho pianto davanti alla lenta dissolvenza di una madre, alla fragilità dei legami che il tempo e la degenerazione sfilacciano.

Ci sono film che affrontano la malattia a viso aperto, altri invece scelgono di raccontarla attraverso metafore, simboli e visioni immaginifiche. Relic appartiene a questa seconda via, e ci riesce con un coraggio raro: trasfigura l’Alzheimer in una storia di fantasmi e labirinti, senza mai smarrire il cuore più lacerante, quello di una persona che, lentamente, si dissolve agli occhi di chi le vuole bene.

Edna, la madre che mostra segni di smarrimento e comportamenti inquietanti, diventa il centro di un dramma che non riguarda solo lei, ma anche Kay e Sam, figlia e nipote. Attraverso i loro occhi lo spettatore osserva i segni della decadenza, ma ne sperimenta pure le conseguenze emotive: la paura, la rabbia, il senso di colpa, l’impossibilità di arrestare l’inevitabile.

La casa, nucleo pulsante della narrazione, è molto più di un semplice scenario. Con i suoi passaggi che si chiudono, le stanze che si deformano e le patine corrose sui muri, si trasfigura fino a farsi corpo tangibile della malattia. Un luogo sicuro e confidenziale si trasforma in incubo soffocante, specchio della mente che si deteriora. E della memoria che evapora. Ciò che era familiare diventa ostile, come accade nella percezione di chi non riconosce più i propri spazi, gli oggetti, i ricordi intimi. Perché il vero “male” che infesta quelle mura domestiche non è un’entità sovrannaturale: è la testa di Edna che si sta sbriciolando.

Così, Relic non si accontenta di narrare l’Alzheimer: lo trasforma in un’esperienza che lo spettatore sente sulla propria pelle.

La regista Natalie Erika James

Tuffiamoci, allora, per qualche secondo nei ricordi illuminanti e sofferti della regista. «Da bambina ero piuttosto paurosa», racconta la cineasta trentacinquenne. «Passavo le estati in Giappone, e ricordo con tenerezza quei giorni lenti e assolati: il ronzio incessante delle cicale, le corse in bicicletta lungo i fragili argini delle risaie con i miei cugini, le fette spesse di anguria che mia nonna ci porgeva con un sorriso. Ma di notte, quella grande casa antica mi incuteva un timore sottile. Immaginavo presenze disturbanti annidate nelle stanze inutilizzate al piano di sopra, tra mucchi di oggetti dimenticati e cimeli di famiglia. Ogni volta che, a mezzanotte, percorrevo il corridoio per andare in bagno, lo facevo con il cuore in gola e i piedi nudi che correvano rapidi, appiccicosi contro le assi di legno. Che quella bambina così timorosa sia poi cresciuta per diventare regista di un film horror sorprende persino me stessa! Più di dieci anni dopo, quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura di Relic proprio in quella casa, lo stesso senso di paura era lì ad aspettarmi. Ma stavolta affondava le sue radici in qualcosa di terribilmente reale: il lento declino di mia nonna, la sua memoria che sfumava con l’avanzare dell’Alzheimer. Era arrivata al punto di non ricordare più chi fossi, e in quegli occhi che per tutta la vita mi avevano guardato solo con amore, improvvisamente si accendeva uno sguardo estraneo, freddo, quasi ostile. Un dolore nudo e alieno. Sono rimasta profondamente toccata dal numero di persone che, dopo aver visto Relic, mi hanno scritto per raccontarmi la loro storia. Alcuni hanno detto che il film li ha fatti sentire “visti”, compresi nella loro esperienza. Per me questo è stato il segnale più forte: quanta sofferenza può amplificarsi dentro i confini solitari della nostra mente, e quanto può invece attenuarsi grazie alla comprensione e alla compassione degli altri».

La metamorfosi di Edna corre veloce verso il punto di non ritorno: come vuole la grammatica del cinema horror, il corpo si deforma, diventa “mostro”. L’angoscia esplode in quello sguardo spento, nell’erosione dell’identità, nel vuoto che separa madre e figlia, nel dolore di non riconoscere più chi si ha davanti. Ma è proprio qui che arriva la svolta inattesa, perché quando Edna, ormai irriconoscibile, smarrisce ogni residuo di umanità, Kay compie il gesto più radicale: non la respinge, la abbraccia. In quell’atto di contatto estremo, l’orrore si incrina. E lascia spazio all’amore. Non c’è più un nemico da ricacciare: solo una madre che ha perduto se stessa, ma non la sua dignità di essere accudita. La resa non è alla malattia, ma alla compassione. Un ribaltamento che trasforma il brivido d’angoscia in pura commozione.

«Non possiamo fuggire dall’invecchiamento e dalla morte: è il corso naturale delle cose», commenta la giovane regista. «Le persone che amiamo diventeranno fragili e un giorno ci lasceranno. E infine, accadrà anche a noi. Ma c’è un potere autentico nella connessione, nell’essere visti e riconosciuti dagli altri. Capire di non essere soli è uno dei modi più profondi per imparare a convivere con ciò che più ci spaventa».

Guardare Relic significa misurarsi con il volto più oscuro e straziante dell’Alzheimer, ma anche riconoscere che dentro quel buio c’è spazio per un amore diverso, trasformato, persino più puro. Questo film, che continua a seguirti anche dopo i titoli di coda, è, in definitiva, una delle opere più potenti sul dolore della memoria che appassisce e sul coraggio di restare accanto a chi amiamo mentre a poco a poco scivola via. Non un semplice horror, ma un canto cupo e luminoso insieme: la testimonianza che anche quando la mente crolla, il legame può resistere. A patto di di anteporre, fino all’ultimo, l’empatia alla paura.

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