Si attende da soli, sperando di esser riconosciuti
Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico
Una delle cose che da Lisbona mi porto a casa è la bellezza esultante del cambio di espressione che prende forma nel viso di chi aspetta, quando la persona attesa compare a distanza e gli sguardi s’incontrano felici. Sono già soddisfatti del fatto che all’appuntamento si sono trovati.
Ho provato a pensare come poter cogliere e raccontare fotografando quel viso – quello di chi è già giunto e attende. La questione si propone complessa.
Intanto occorre individuare chi sta aspettando – ma forse tutti aspettiamo qualcosa o qualcuno. Per cui, in una piazza è difficile capire “in anticipo” chi si è dato un appuntamento con un’altra persona.
Però, quando ti accorgi dal sorriso che s’allarga sul viso di chi attende, questa distensione soddisfatta riconoscibile all’appassionato delle cose degli altri svela un prima e un dopo che con un solo scatto fotografico non saprei come far affiorare, a meno di non inquadrarli entrambi. Si tratta però di intercettazioni casuali.

Servirebbe davvero esperire quello sforzo di esaurire un luogo che Georges Perec ha tentato con la scrittura. Per cui non ho fatto scatti. Ho tenuto tutto dentro, curiosando tra gli altri. Stando in solitaria curiosa contemplazione degli altri, ho riconosciuto quel sottile timore esausto di esser là da solo, in attesa, fugato finalmente dall’arrivo dell’altro, individuato e riconosciuto tra i tanti per strada.
Cercavo anche io, senza costrutto né ingegno. Inutilmente. Non avevo nessun appuntamento, ma mi sono sentito felice per quelli osservati, quelli degli altri. Ho così rubato i ricordi degli altri sorridenti, tentando di ritrovarmici…
