La leggerezza della solitudine

La solitudine? Può anche essere una presenza piena

Di  Edoardo Rosati – giornalista medico-  scientifico

 C’è solitudine e solitudine. E quella che Jirō Taniguchi (1947-2017) disegna nel suo manga L’uomo che cammina è una solitudine che non ferisce, ma rigenera.

Questa graphic novel giapponese è praticamente priva di trama apparente: non illustra imprese epocali, non costruisce chissà quali tensioni narrative, non cerca stupefacenti colpi di scena. Procede come il suo protagonista: a passo lento, con un’attenzione quasi calligrafica per i dettagli minimi della vita quotidiana. Ed è proprio in questa lentezza che Taniguchi compone un piccolo manifesto sulla solitudine come spazio vitale. Non come vuoto.

Il protagonista ─ un uomo senza nome, storia pregressa e scopi dichiarati ─ non è triste, non fugge, non insegue alcunché di speciale. Cammina, semplicemente. Attraversa quartieri residenziali ordinari, osserva adolescenti che corrono, si ferma davanti a un albero in fiore, si addentra in un vicolo angusto solo perché gli va, si adagia su un manto di foglie per il puro gusto di farlo. Non c’è alcun dramma da risolvere né un futuro cui puntare: solo il presente, nella sua forma più pura e distillata. La sua solitudine non è una mancanza: è una presenza piena. Una condizione che non isola, ma riconnette: ai rumori sommessi di una città tranquilla, agli oggetti ordinari, alle tracce del passaggio degli altri, persino alle variazioni del tempo atmosferico.
Non accade nulla, eppure succede tutto, nel modo più silenzioso e discreto possibile.

È una forma di isolamento che rassicura, che non fa male né paura, perché non nasce dall’abbandono ma da una scelta consapevole di disponibilità verso il mondo. L’uomo che cammina non scappa dalla vita. La attraversa. La ascolta. Le concede spazio. E in questo movimento lento, quasi rituale, Taniguchi suggerisce un insegnamento semplice e radicale: che la solitudine, se abitata con coscienza, può diventare un luogo di riconciliazione.

Ed è quasi inevitabile leggere oggi quest’opera (che, per la cronaca, risale al 1990) con una consapevolezza nuova e più tagliente.
Viviamo in un’epoca che parla sempre più spesso di solitudine come “epidemia silenziosa”. Secondo un recente rapporto dell’OMS, una persona su sei al mondo ne soffre, e questa condizione pesa sulla salute più del fumo o dell’obesità, seminando ogni anno centinaia di migliaia di decessi. Colpisce soprattutto i giovani, i più vulnerabili, chi vive ai margini. È una solitudine, questa sì, che spezza, che scava cicatrici profonde, che erode la capacità di apprendere, lavorare, vivere con pienezza: aumenta il rischio di ictus e malattie cardiache, accelera il declino cognitivo, raddoppia le probabilità di scivolare nella depressione e negli stati ansiosi. Una piaga reale, scomoda, che interroga la nostra società e che richiede risposte collettive, non solo intime. Ma il miracolo discreto del manga è proprio questo: mostrare che un’altra solitudine è possibile. Una “informata”, attiva, nobile. Una che anziché restringere asfitticamente gli orizzonti, li dilata, regalando momenti in cui l’io ritrova equilibrio e respiro.

Il tratto limpido e disciplinato di Taniguchi rafforza questa dimensione contemplativa: le tavole, dal segno magistralmente delicato, sono pressoché prive di parole, invitando il lettore a lasciarsi condurre in un tempo che scorre diversamente. Ogni vignetta è una finestra accesa su ciò che di norma ignoriamo: il ritmo del vento, la geometria di un marciapiede, la consistenza dell’ombra di un albero, persino il rumore dei propri passi.
È un manga che insegna a “vedere” il quotidiano come un territorio spirituale. Di più: L’uomo che cammina sembra praticare, pagina dopo pagina, una forma di “medicina gentile”. Camminando, il protagonista si regala una dimensione che tonifica il corpo e distende la mente: il battito cardiaco si armonizza, la respirazione si amplifica, l’attenzione si radica nel presente. È una passeggiata che non guarisce nel senso clinico del termine, ma avvicina all’equilibrio, alla lucidità, alla serenità. Il fumetto, in fondo, parla proprio di questo: della necessità di ritrovare uno spazio psichico, un tempo non produttivo ma vitale. In cui è possibile ascoltarsi e ascoltare.

Taniguchi, sia ben chiaro, non glorifica la solitudine ─ sarebbe ingenuo e fuorviante farlo ─ ma la riabilita. La restituisce nella sua versione più cortese e necessaria: come un habitat in cui l’io smette di affannarsi e torna a respirare.

In un’epoca iperconnessa, in cui la solitudine è vissuta come una minaccia, Taniguchi ci ricorda che il silenzio può essere un farmaco, se assunto nella dose giusta. Un eccesso di isolamento può diventare tossico; una piccola quantità di solitudine, invece, sa disintossicare. E nel passo calmo del suo protagonista, il manga ci sussurra una verità semplice e potente: anche la lentezza ─ in un mondo che corre ─ può diventare una carezza che consola.

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