«Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica» è il titolo della mostra che a Firenze, fino al 12 aprile, accende i riflettori sulle collezioni fiorentine di ceroplastica tra XVI e XVII secolo
Di Edoardo Rosati – giornalista medico- scientifico

Cera una volta. No, non è un lapsus ortografico. È proprio così, senza apostrofo. Perché qui non si parla di fiabe, ma di materia. Di quella materia duttile e sorprendente che tra il Cinquecento e il Seicento seppe farsi carne, volto, anatomia, meraviglia. «Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica» è infatti il titolo della mostra che a Firenze, alle Gallerie degli Uffizi, fino al 12 aprile 2026, accende i riflettori sulle collezioni fiorentine di ceroplastica tra XVI e XVII secolo.
Altro che formula d’apertura da libro illustrato: qui l’incanto non scaturisce da un “c’era”, ma da una cera capace di imitare la vita con un realismo che, a tratti, disorienta. Morbida, neutra, malleabile. La cera d’api, nelle mani degli scultori rinascimentali e barocchi, diventa qualcosa di sorprendente: una risorsa che può scimmiottare la grana della pelle umana, catturare ogni dettaglio di un volto, ibernare un muscolo per l’eternità. È nella Firenze medicea che quest’arte conosce il suo zenith. Perché? La cultura barocca era ossessionata dal tempo che fluisce e consuma, dalla caducità della vita, dal dissolversi dei corpi. E la cera – sostanza organica per eccellenza – sembrava progettata apposta per tributare forma a questa tensione tra vita e morte, tra bellezza e corruzione.
Star indiscussa è Gaetano Giulio Zumbo, autentico cuore pulsante dell’esposizione. Abate siracusano, formatosi a Bologna e attivo a Firenze sul finire del Seicento, Zumbo non si limitò a modellare la cera: ne ampliò radicalmente il ventaglio delle prestazioni. Fu tra i primi a impiegare cere colorate per preparati anatomici, superando la monocromia e avvicinandosi, con inquietante precisione, alla verità della carne. Le sue opere non concedono sconti allo spettatore. Anime dannate, pestilenze, corpi in disfacimento: un repertorio che sembra fuoriuscire da un trattato di patologia barocca più che da una bottega d’artista.

Nei suoi celebri Teatri della morte, lugubri diorami in miniatura dove il contagio diventa scena e la corruzione spettacolo, il deterioramento dei tessuti è descritto con una dovizia di dettagli che oggi definiremmo quasi clinica. Macabro? Forse. Ma soprattutto “documentario”. In quelle fotografie tridimensionali si condensa infatti l’esperienza concreta di un’epoca in cui guerre, epidemie e carestie non erano emergenze straordinarie, ma normalità storica. Zumbo, in fondo, non mette in scena la morte per scandalizzare. La plasma per capire, e spingerci a riflettere su quanto fragile sia sempre stata, e resti, la nostra idea di “vita”.
La storia della ceroplastica, a ben guardare, è anche una pagina cruciale della storia della medicina. Non un capitolo marginale, si badi bene, ma un crocevia in cui arte e scienza decidono di parlarsi sul serio. Nel Settecento è Firenze a imporsi come capitale mondiale di quest’arte singolare. Il regista dell’operazione è Felice Fontana, abate e scienziato, che sotto il patrocinio illuminato del granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena predispone un laboratorio destinato a fare scuola in tutta Europa.
Qui la cera non è più soltanto materia d’ingegno, ma strumento didattico, vera e propria tecnologia della conoscenza. Pittori, scultori e anatomisti (come Giuseppe Ferrini, Clemente Susini, Antonio Matteucci) operano a braccetto per costruire una collezione anatomica di impressionante accuratezza. Queste cere sono qualcosa di radicalmente nuovo: riproduzioni fedelissime di dissezioni reali, ma anche oggetti di raffinata eleganza e bellezza quasi teatrale. Emblematica è la celebre Venere dei Medici di Susini: distesa con composta grazia su cuscini di seta, un filo di perle a incorniciarle il collo, lo sguardo assorto in una quiete irreale. Poi il gesto rivelatore: torace e addome si “scoperchiano”, rivelando con precisione stratigrafica muscoli e visceri, fino al feto raccolto nel grembo.
È un cortocircuito potentissimo. La bellezza che invita ad avvicinarsi, la dissezione che impone di restare e obbliga a guardare. Estetica e anatomia non si escludono, ma si potenziano a vicenda. Fascinazione e conoscenza fuse in un’unica esperienza, dove il corpo non è più solo oggetto di studio, ma diventa racconto.
La collezione fiorentina guadagnò una tale fama che l’imperatore Giuseppe II d’Austria nel 1781 ne commissionò ben 1200 pezzi per l’accademia medica militare di Vienna. Immaginate: un migliaio di preziose sculture in cera trasportate a dorso di mulo attraverso l’Italia e le Alpi!

È vero: oggi il 3D e le tecnologie digitali ci consegnano l’anatomia umana con una spettacolarità impensabile fino a pochi decenni fa. Possiamo navigare tra arterie e ventricoli, attraversare virtualmente un cranio, scomporre il corpo in strati trasparenti con un lieve scorrere delle dita. È un autentico trionfo della visualizzazione. Eppure quelle cere, silenziose nelle loro teche, continuano a esercitare una forza diversa. Perché non sono immagini, ma presenze. Hanno peso, consistenza, superficie, una temperatura visiva che sfugge alla retroilluminazione di uno schermo. Stanno nello spazio come lo occupiamo noi. Ci costringono a una prossimità che la tecnologia, per quanto immersiva, non sa replicare. Se il computer seduce l’occhio, la cera sollecita la coscienza. Di fronte a quelle anatomie smontabili, a quei volti che sembrano trattenere l’ultimo respiro, noi non osserviamo soltanto un modello: ci stiamo confrontando con la nostra organicità e finitezza. Tale arte resta, dunque, eterna perché ci riporta a una verità elementare e inaggirabile: siamo ineffabile carne sorretta da equilibri mirabili. Il rendering tridimensionale è in grado di restituirci ogni angolo del nostro organismo. La cera, invece, ci mette di fronte a… qualcosa. Riduce la distanza ─ minima ─ tra ciò che osserviamo e quello che siamo.
“Cera una volta”, allora, smette di essere un gioco di parole per diventare una dichiarazione ontologica. Una presa d’atto: prima di ogni pixel, c’è lo stupore di quella sostanza. Il fascino irriducibile di una materialità che ci tocca e pervade nel profondo.
