“Tuamore”, la storia di una mamma in lotta con il cancro e di un figlio che la porterà sempre con sé

Un memoir struggente che racconta il più antico dei sentimenti, senza retorica o toni edipici, e il rapporto dell’uomo con la morte e la persistenza del ricordo

Di Enrico Fovanna – giornalista

E’ un piccolo libro struggente, che l’autore ha dedicato alla madre, morta di tumore, a fronte del loro straordinario sentimento. Nulla di edipico, piuttosto una dedizione incondizionata, cresciuta fino al giorno dell’addio, quando il cancro ha vinto la sua battaglia. Ma non c’è nulla di melodrammatico, in questo memoir. Solo emozione pura.

Di “Tuamore“ (La Nave di Teseo) anzitutto non è difficile indovinare la genesi del titolo: un mix tra le parole tumore e amore. Ma soprattutto si deve ammettere subito che siamo di fronte a qualcosa di davvero inconsueto nel panorama editoriale. Forse a ciò che negli anni ’80 auspicava lo slogan della pubblicità (“la verità, ben detta”), applicato però, in questo caso, alla letteratura.

L’autore di questa storia, intima e a dir poco autentica in ogni risvolto del sentimento, è Crocifisso Dentello, 48 anni appena compiuti, un milanese cresciuto in Brianza e poi nella periferia nord della metropoli, pochi soldi in tasca e una famiglia di immigrati venuta dalla Sicilia a cercare lavoro. Matrice fin qui comune a molti. Il punto è che Crocifisso cresce, fin da bambino, all’ombra della solitudine e della difficoltà di relazione con gli altri, come lui stesso senza troppi pudori ammette.

Pochi amici, nessuno fino ai vent’anni, l’isolamento a scuola tra bulli e complessi di inferiorità, un padre operaio e soprattutto lei, Melina, la madre dal carattere forte e orgoglioso, casalinga per imprinting e colf per necessità, nel tentativo di risollevare il modesto bilancio della famiglia. Quello tra Crocifisso e Melina nasce e sempre più diventa un rapporto strettissimo e struggente. D’amore vero, per intenderci. La storia di un figlio che vede nella madre il solo polo di riferimento, nel proprio orizzonte affettivo.

Lei lo sa bene, ma a dirla tutta se ne preoccupa. Vorrebbe che quel figlio uscisse, frequentasse altri ragazzi, trovasse qualche amorucolo, degli interessi che non fossero la lettura nella sua camera. Invece lui se ne sta sempre lì, sepolto sotto i libri che divora, e attraverso i quali viaggia nei mondi interiori, oltre il pianeta buio della solitudine. Per fare contenta Melina, Croci, come ormai tutti lo chiamano, si inventa addirittura inviti a feste inesistenti, non ultima quella di un Capodanno che passerà da solo in una cabina telefonica, fino al trascorrere della mezzanotte.

Gli anni passano e Melina vive di quotidianità, doveri e tv, lavora e accudisce a suo modo quel ragazzo geniale e difficile, che la ricambia di un sentimento totale. A volte lei lo imbarazza anche – Dio sa per scelta consapevole o per postura naif – con le sue piccole stravaganze in pubblico. Ma l’impressione è che lo faccia per stimolarlo, spingerlo ad andare oltre la paura degli altri e del loro giudizio. E alla lunga ce la fa, Croci diventa un letterato, uno scrittore, un uomo più solido, legge sempre sì, ma si relaziona e perde per strada molte paure, pur conservandone il dono e l’esperienza. Croci cambia. Frequenta gli altri, ama, si apre. In una parola, vive.

Qualche anno dopo, però, Melina si ammala di un terribile tumore al seno. I due lottano insieme, Croci la porta da un medico all’altro, frequenta ospedali e specialisti, e la battaglia sembra vinta, ma è un’illusione. Poco più di un anno fa, a 62 anni lei muore e per Croci è il vuoto. La camera in penombra, i meccanismi intoppati del quotidiano, il silenzio della cucina, i pranzi muti con il padre. Ogni giorno si fa lo specchio di un’assenza. Un sentimento privato, insopportabile, che Croci decide di affrontare nell’unico modo che conosce, renderlo pubblico.

Nasce così una prima versione del libro, con il titolo geniale che coniuga le due parole antitetiche. Un manoscritto che lui porta a Elisabetta Sgarbi, il suo editore. Ma lei dice no. “Non va bene, Croci, è amaro. C’è troppa rabbia. Non è così che tu vuoi ricordare tua madre“. Lui ci pensa e lo riscrive. Ne esce un capolavoro. Un tomo sottile, quasi proustiano nei toni, ma con l’ironia che dà spazio anche alla voce di Melina, alla sua energia, a quel modo scanzonato di assaporare la vita, interrotto solo dal cancro, senza che lei perdesse mai del tutto il sorriso.

C’è la voce di Melina, in questo libro, che rivive ed entra nelle vite degli altri. Senza retorica, con un passo lieve e struggente al contempo. Melina che non si arrende. Il libro fa il botto e la sensazione netta è che nessuno se ne potrà dimenticare. Dentello alza le spalle: “Ancora oggi a volte torno a sorridere, in fondo mamma è ancora tra noi”.

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