Quella ginnastica impossibile

Sfide ginniche e ricordi tra ironia e nostalgia

Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

Che cosa ci viene in mente quando parliamo di sfide? Non sono mai stata interessata allo sport, per cui le immagini che affiorano alla mia mente hanno il sapore rétro di un duello cavalleresco, o al massimo di due cowboy che si affrontano in una strada polverosa del vecchio West.

Ma in realtà le sfide più interessanti sono quelle in cui ci mettiamo in gara con noi stessi, e riusciamo, come si usa dire oggi, a uscire dalla nostra comfort zone per affrontare qualcosa che ci fa paura o ci mette a disagio.

 Ecco, per me la bestia nera da affrontare è sempre stata l’attività fisica. Quando ero piccola mia madre – che vedeva ogni attività come un’opportunità per risolvere drasticamente un problema più che come occasione di svago – m’iscrisse a un corso di ginnastica ritmica. E devo dire che l’idea non mi dispiaceva; il trauma venne dallo scontro con la realtà e dal confronto tra la mia goffaggine e la grazia apparentemente innata delle mie compagne di corso che mi sembravano -e forse erano – tutte più magre, più alte, più bionde e soprattutto più agili di me. Non che ci volesse molto, perché il coordinamento motorio non è mai stato il mio forte. E se, come la maggior parte delle bambine, guardavo con aria sognante le future ballerine in tutù, avevo abbastanza senso critico da capire che quello era certamente al di fuori dalla mia portata, complice un assetto non proprio ottimale delle caviglie e qualche problema di equilibrio. Però sono cresciuta in un’epoca in cui l’attività motoria non doveva essere divertente ma FORMARE.

Nessuno si pose il problema di trovare un’attività più adatta a me, che forse all’epoca non esisteva nemmeno, e con la ginnastica ritmica per un paio di anni dovetti fare i conti. Non ricordo come e perché finì, ma con l’arrivo alle scuole medie – alle elementari l’unica attività fisica proposta era la ricreazione in giardino – il problema assunse la fisionomia inquietante dell’ora di educazione fisica. Un altro disastro, e non mi consolava che fosse- insieme ad applicazioni tecniche che all’epoca richiedeva abilità per me esoteriche come maglia e cucito – l’unica materia in cui andavo davvero male. Anche se devo ammettere che le insegnanti qui si impegnarono, anche se facevano fatica a capire che il quadro svedese fosse per me un ostacolo insormontabile e l’asse di equilibrio, a pochi centimetri da terra, assolutamente impraticabile, non solo perché avevo paura di farmi male ma anche perché – come dimostrai alla prof incredula provando a camminare sulla riga che delimitava il campo da pallavolo- ero proprio incapace di mettere un piede davanti all’altro.

Ricordo ancora i tentativi della professoressa di terza media di farmi partecipare a qualche garetta, sfida insormontabile perché essere ansiosi e poco competitivi non è un bel mix: non sapremo mai se avrei potuto correre, perché al “via” semplicemente non partii, e la prova di lancio del peso convinse tutti che per l’incolumità mia e altrui sarebbe stato meglio desistere. Insomma, un disastro, cui ha sicuramente contribuito l’atteggiamento non proprio solidale delle compagne di classe, per cui la secchiona imbranata era un facile oggetto di scherno. Alla fine, arrivata alle superiori decisi di prendere in mano la situazione, con la complicità del mio medico di famiglia che si convinse facilmente come, visto il precario riscaldamento del mio edificio scolastico e la mia tendenza a beccarmi una bronchite al minimo filo d’aria, un esonero avrebbe diminuito la quantità di antibiotici che ero costretta a ingurgitare ogni anno.  E questo concluse definitivamente il mio rapporto con l’educazione fisica.

Avrei dovuto accettare la sfida? Forse, diciamo che ho accettato e vinto sfide di tipo diverso, in cui la motivazione mi faceva dimenticare le mie ansie. I conti con l’attività fisica- anche se non proprio con lo sport – li ho fatti anni dopo, grazie alla combinazione tra insegnanti motivati e attività che mi piacevano davvero. Come il tai chi chuan, e soprattutto le danze meditative, che mi hanno permesso di vivere la mia passione per la danza senza competitività e senza ansie: perché si danza per se stessi, e come ama ripetere la mia maestra Joyce, “nelle danze meditative non si può fare sbagliato, si può solo fare diverso”. E anche se in realtà non è proprio così, questa frase mi ha dato il coraggio di mettermi alla prova con questa e altri generi di danza, sino alla scoperta- già raccontata su Generazione Over 60- delle danze rinascimentali. Così, la prossima sfida-con me stessa- sarà quella di indossare un costume d’epoca e, chissà, forse di danzare in pubblico.  Dove il problema non sono gli spettatori – ho fatto politica troppo a lungo per sentirmi in imbarazzo a fare qualcosa davanti agli altri- ma l’emozione di fare qualcosa che mi piace molto e che per anni ho sentito come irraggiungibile. 

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