Quando una sfida sportiva diventa magia
Di Enrico Fovanna – giornalista

Utah, aprile 1968: si tiene un meeting di atletica universitario dedicato a Brigham Young, un politico americano del secolo precedente che sosteneva la schiavitù e l’inferiorità dei neri. Siamo nell’anno dell’omicidio di Bob Kennedy e di Martin Luther King, a Memphis, pochi giorni prima. Tra gli atleti invitati c’è un certo Bob Beamon, un nero non ancora 22enne, già tra i migliori saltatori in lungo d’America.
Beamon non ci andrà mai, per protesta contro il razzismo dell’ateneo mormone. La sua vita spiega perché. Bob è cresciuto tra gli afroamericani ad Harlem. Con la nonna, perché la madre Naomi Brown, infermiera spesso picchiata dal marito, è morta giovanissima di tubercolosi. Come molti coetanei di colore, per anni Bob fa a botte con le gang del quartiere e gioca a basket nei campetti d’asfalto.
Un giorno picchia anche lui un insegnante e finisce in riformatorio. A 18 anni ne esce e la nonna lo fa sposare con una certa Bertha, fingendo sia incinta, ma sarà un matrimonio senza amore. La vita di Bob svolta quando una stella della nazionale di atletica Usa, Ralph Boston, recordman mondiale del lungo con 8 metri e 35, lo nota, lo testa e lo spedisce a El Paso, nel campus universitario.
La scelta di non andare al meeting razzista rischierà di rimandarlo nel ghetto: l’università gli toglie il sussidio e l’allenatore, a quattro mesi dai trials Usa che sceglieranno i lunghisti da spedire alle Olimpiadi. Sul ragazzo di Harlem cala lo stigma dei suprematisti bianchi, ma Bob se ne frega, si prepara con Ralph, e si presenta alle preselezioni, dove salta 8 metri e 39, quattro centimetri più del record del mondo.
Troppo vento a favore e record non omologato, ma a quel punto nessuno alla Federazione se la sente di non mandarlo alle Olimpiadi. Mexico City, sei mesi dopo: poco ossigeno nell’aria e 2.250 metri in altura, è il 17 ottobre 1968. Quel giorno d’autunno Bob, Ralph e altri provano la qualificazione per la finale del lungo. Lui comincia con due nulli e ha una sola prova a disposizione. La spunta per miracolo e torna in albergo.
Mentre Bertha lo cerca invano in città, lui si infila sotto le lenzuola con l’amante Gladys e una bottiglia di tequila. Il mattino dopo il cielo è plumbeo e lui è consapevole di avere fatto una grossa sciocchezza. Ha il tipico mal di testa post sbornia e riflette sui fallimenti, dal matrimonio ai debiti, dall’infanzia disperata all’ostilità di una certa America bianca e suprematista.
Sono le 15.49 quando tocca a lui e Boston gli urla: “Non fare nulla”. Poi ricorda le parole del suo amico: “Il segreto del lungo è uno solo, la velocità. Pensa agli aerei, che per decollare corrono”. Chiude gli occhi, abbassa la testa alle ginocchia e parte come un’antilope. Diciannove passi nelle Adidas chiare, 38 chilometri l’ora e lo stacco, a un centimetro dalla riga bianca. Volerà a un metro e 78 sopra la terra, pedalando nell’aria come una renna di Babbo Natale, e con un ultimo colpo d’anca ritarderà la caduta nella sabbia.
Nello stadio si fa il silenzio. I giudici in giacca rossa, cappellino di paglia e Ray-Ban, alzano la bandiera bianca. Salto valido. Lui si alza e li guarda compiaciuto, ma gli sguardi si incrociano, confusi. Lo strumento ottico per misurare i salti non arriva al punto di caduta. Il binario si ferma 25 centimetri oltre il vecchio record del mondo di 8,35.

Qualcuno si procura un decametro, una bindella da muratore, insomma. Ci vogliono 20 minuti, alla fine dei quali la scritta compare sul tabellone luminoso: 8,90, ben 55 centimetri oltre il primato del mondo. Bob sgrana gli occhi, poi si inginocchia e piange. Quindi si rialza e comincia a correre, come un gatto con la coda in fiamme.
Quel 17 ottobre a Mexico City il ragazzo di Harlem ha trovato, in dieci secondi di magia, la più grande occasione di riscatto sociale, diventando la leggenda di tutti i neri d’America. Alla premiazione, imiterà Tommie Smith e John Carlos, i due atleti neri che hanno vinto i 200 metri e alzano il pugno coperto da un guanto nero: Tommie il destro, John il sinistro.
Entrambi hanno i calzini neri, simbolo di povertà, Smith ha la sciarpa, Carlos la tuta slacciata, come i lavoratori americani, e indossa una collana di perle, simbolo delle pietre usate per linciare gli afroamericani. Un’immagine che resterà nella Storia, come il gesto di Jessie Owens a Berlino, nel 1936. Da quel giorno il giovane Bob Beamon sarà travolto dal suo stesso successo.
Si compra una Cadillac rosa, sette televisori e una trentina di paia di scarpe. Perde confidenza con la pista e negli anni successivi non riuscirà nemmeno a qualificarsi per i Giochi di Monaco ’72, quelli della strage della nazionale israeliana. Si perde nei meandri del proprio mistero e sperpera quel che ha guadagnato, tanto che lo scopriranno a narrare la propria storia per le strade, come un cantore d’altri tempi, per raccattare qualche dollaro.
Passeranno comunque 23 anni prima che un altro nero, Mike Powell, un fascio di muscoli con scarpe tecnologiche e un sacco di ormoni in corpo, riesca a superare (di 5 centimetri) quel volo, il 30 agosto 1991, a Tokyo. Ma il primato del mondo di Beamon resta tuttora inviolato come record olimpico, e la seconda prestazione di tutti i tempi. Una magia senza tempo.
