Partendo dalle recenti “copertine di sicurezza” usate in editoria, l’Autrice amplia il discorso per manifestare la propria opinione su altri temi legati ai libri e alla lettura
Di Rosa Mininno – psicoterapeuta, presidente della Scuola Italiana di Biblioterapia

Alcuni giorni fa, mentre aspettavo in una sala d’attesa una visita, in un grande centro medico di Roma, ho preso dalla mia borsa il libro che avevo portato con me in previsione dei tempi d’attesa. Mi sono guardata intorno: la sala era gremita, ci saranno state almeno 40 persone e ho notato che quasi tutte erano immerse, con il capo chino, a guardare qualcosa sul loro cellulare. Pochissime parlavano fra loro o guardavano chissà dove, perse nei loro pensieri. Soltanto io avevo un libro. E poi ho notato un’altra signora che ha tratto dalla sua borsa un gomitolo di filo di cotone e ha cominciato a lavorare all’uncinetto. Io tenevo Il libro davanti a me, aperto all’altezza degli occhi, proprio per non abbassare il capo per leggere. Ero seduta in una poltrona abbastanza comoda e ho letto diverse pagine. Il libro era “Il gabbiano Jonathan Livingston”.

Leggevo, o meglio rileggevo, questo libro che mi è sempre piaciuto e che ho utilizzato anche nei percorsi di biblioterapia con i miei pazienti. Ogni tanto alzavo lo sguardo e riflettevo su una notizia che avevo letto alcuni giorni prima: una casa editrice londinese, della quale non voglio fare il nome per non procurarle pubblicità, ha lanciato una iniziativa che io trovo molto discutibile: le safety covers per i libri, le copertine, per intenderci. Ecco le motivazioni che vengono addotte: far sì che la persona che legge su un mezzo pubblico (una rarità ormai), su un treno, un autobus oppure seduta su una panchina, o appunto in una sala d’attesa come quella in cui mi trovavo, possa essere protetta dallo sguardo invadente, ma anche giudicante degli altri.
Trovo questa iniziativa un’ennesima operazione commerciale, non culturale. I libri possono essere protetti da una copertina un po’ come quando andavamo a scuola, per non sciuparli, ma il discorso qui è molto controverso e profondo. La casa editrice alla quale ho accennato è una casa editrice specializzata in testi su malattie mentali, LGBTQIA+, adozioni, autismo e i fautori di questa Iniziativa sostengono che, appunto, le persone in questo modo, con copertine anonime che coprono un titolo di un libro, un’illustrazione, l’autore, l’argomento, si sentono più libere di leggere i libri che vogliono, senza pensare agli eventuali giudizi di chi li osserva. Sembra che in Giappone questa pratica sia ormai in vigore da molti anni e che sia interpretata come una questione di riservatezza. Invece, oltre ad essere un’operazione meramente commerciale, a mio parere – basandomi sulla quarantennale esperienza che ho – diventa anche una operazione pseudoculturale. Un’iniziativa di questo genere tende più a nascondere e a censurare la scelta delle persone di leggere ciò che vogliono, dove vogliono, infischiandosene del giudizio di quelli che notano il titolo e l’autore del libro che stanno leggendo. Insomma, ritengo che ciascuno debba essere libero di leggere ciò che vuole senza temere di essere giudicato. Si può leggere per curiosità, per interesse professionale, personale, per interesse culturale…Per scelta, appunto.
Non è obbligatorio mettere la copertina al libro, ma allora perché farlo? Mi sembra veramente ingannevole questo celare le proprie letture. Al contrario, un libro può incuriosire, aprire anche un dialogo con una persona, se abbiamo voglia di scambiare due chiacchiere con chi abbiamo di fronte o accanto, parlare con qualcuno che quel libro lo ha anche letto e che condivide magari i nostri interessi.
Perché nasconderci? Io non credo che questa sia una operazione “protettiva”. Molto più banalmente, si tratta di un’operazione commerciale che però ubbidisce ad un subdolo potere: quello della censura, che trovo oltremodo pericoloso. Sono convinta che la libertà di una persona si può esprimere civilmente in modi diversi, compresa la lettura di un libro in pubblico, senza dover nascondere titolo e autore.
Un libro può essere, invece, motivo e veicolo di socializzazione. Il paradosso è che sui social spesso si mostra molto, anche troppo, di se stessi a degli sconosciuti, sbandierando la propria vita privata.
Allora: ci troviamo chi da una parte si espone totalmente, mentre dall’altra abbiamo questa iniziativa che intende nascondere addirittura un libro, alimentando anche il pregiudizio, perché la vera cultura, come la vera conoscenza, non si nasconde. Ma deve essere palese, chiara, diretta. Non ha bisogno di nessuna copertura. La si dichiara con il proprio comportamento, con I propri discorsi, con le proprie idee. Nessuno ha il diritto di giudicare l’altro in base a ciò che legge. Tra l’altro, il paradosso è che In Italia la lettura non è proprio praticata a livelli altissimi, siamo anzi un fanalino di coda in Europa e non è un caso che in Italia l’analfabetismo funzionale sia così evidente.
E non è un caso, nonostante tutti gli sforzi fatti da librerie, biblioteche, soggetti pubblici o privati. Perché? Perché i social hanno preso il sopravvento condizionando quasi totalmente la nostra vita, dedicando molto del nostro tempo prezioso a scrollare sul cellulare, senza veramente capire , scegliere di che cosa tenere conto e di che cosa no.
Mi sarebbe piaciuto in quella sala d’attesa che qualcuno mi avesse chiesto: “Cosa legge di bello ?” E invece niente. E se avessi letto un libro con la copertina? Sarebbe stato lo stesso? Oppure avrei incuriosito qualcuno? Pertanto, la copertina che nel dichiarato intento della casa editrice dovrebbe tutelare soggetti fragili, la privacy del lettore, la sua libertà, a mio avviso non fa altro che alimentare il pregiudizio, la solitudine, l’emarginazione, la censura, il potere discriminatorio di chi giudica e di una società che involve invece di evolvere. Dobbiamo combattere il pregiudizio, non mascherarlo.
Aprire discorsi, confrontarsi dialetticamente, rispettare l’opinione altrui, la comunicazione assertiva sembrano essere diventati utopie. Il livello di degrado etico, sociale, culturale della nostra società ha ormai raggiunto livelli preoccupanti soprattutto per le nuove generazioni, così vulnerabili ai social, ma anche per soggetti facilmente influenzabili dalla propaganda politica o dai media. Manca lo spirito critico, così come la capacità di incontrarsi su un terreno di confronto pacifico, educato, rispettoso della diversità di ciascuno.
I social sono sempre più di sovente colmi di aggressività verbale, di volgarità, di giudizi gratuiti. Specchio di un imbarbarimento morale e culturale. Certo, esistono delle isole felici anche sui social, che comprendono belle iniziative. Ma bisogna saperle individuare.
E’ necessario essere in grado di leggere tra le righe, capire, esercitare il proprio diritto alla libertà che non è mai assoluta, in quanto comporta il rispetto delle regole sociali. Ci sono diverse belle iniziative condivise in cui, appunto, è bello, utile, interessante leggere insieme ad alta voce in un gruppo di lettura, in un gruppo di psicoterapia, in una piazza, fare delle maratone di lettura. Iniziative notevoli, come per esempio quella recentissima a Roma della “Tempesta silenziosa” promossa dallo scrittore Baricco. Un’ iniziativa che ha coinvolto migliaia e migliaia di lettori, una lettura silenziosa di gruppo che però ha invaso, letteralmente, tanti spazi, tanti luoghi della città. C’è stata una eccezionale partecipazione delle persone che in silenzio si sono ritrovate a leggere, tutte insieme, “Le notti bianche “ di Dostoevskij . Una dimostrazione di quanto invece si abbia voglia e bisogno di incontrarsi, fisicamente, in presenza, anche attraverso la condivisione della lettura di un libro.
Allora perché nascondere ciò che leggiamo? Se questo invece può mutarsi in un pretesto proprio per approcciarsi e conoscere l’altro, nonchè per conoscere noi stessi? Perché avere paura di mostrare ciò che leggiamo e rivelare i nostri interessi e le nostre passioni? Si può leggere tutto, anche ciò che non condividiamo. Parlarne insieme è meglio che isolarsi.
Bisogna sempre distinguere l’isolamento, negativo, dalla solitudine positiva, che coltiva il dialogo interiore e aiuta a conoscersi.
C’è un’altra bella iniziativa che voglio segnalare: quella fondata a Porto, in Portogallo, che ha inaugurato recentemente una nota cantante, Dua Lipa. Si tratta della“ Manifesto Library”, una biblioteca permanente nata dalla collaborazione tra il Service95 Book Club fondato da Dua Lipa e dalla storica “Livraria Lello”. Comprende 100 opere selezionate. I libri non sono ordinati per autore, ma seguono quattro grandi temi: potere, controllo, voce, memoria. La Manifesto Library contrasta la censura, dà voce a storie di autori non graditi al potere e che il potere vorrebbe cancellare, coltivando invece la memoria. È visitabile con il normale biglietto d’ ingresso alla libreria. Ben vengano allora attività che fanno incontrare le persone attraverso il libro e la lettura, che non isolano, che promuovono invece nel tessuto sociale iniziative tese a far crescere la cultura nella nostra società, tese ad arginare, frenare, combattere la deriva culturale, morale, economica, anche politica, in cui la nostra società sta cadendo. Il libro, come l’arte, la musica, è il mezzo attraverso il quale la nostra mente può aprirsi e confrontarsi con noi stessi e con l’altro. Può essere un veicolo proprio di socializzazione. Non dobbiamo nasconderci. Non dobbiamo nascondere le nostre letture.
Leggere è il respiro della mente, scrivere il suo sguardo.