L’unica italiana premiata a Stoccolma per la Letteratura è anche una delle meno lette. Un autunno di residenze artistiche, cori, traduzioni e riti di Ognissanti prova a rimediare, dal Meilogu a Manhattan. Ritratto di una scrittrice che non ha chiesto il permesso
Di Flavia Caroppo – giornalista

C’è una signora di Nuoro, morta nel 1936, che quest’autunno terrà occupati un villaggio medievale della Sardegna, due università di New York, un premio Pulitzer, una traduttrice americana, un sassofonista che suona dentro le tombe preistoriche e un intero paese che impasta il pane per i morti. Si chiama Grazia Deledda e resta l’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. A cento anni da quel riconoscimento, un progetto intitolato Grazia ritrovata la riporta al centro della scena, da Rebeccu, borgo del Meilogu, fino a Manhattan.
Prima del progetto, però, conviene fermarsi su di lei. Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871, quarta di sette figli di una famiglia benestante. Frequenta la scuola solo fino alla quarta elementare; il resto lo fa da sola, con un precettore, la biblioteca di casa e una testardaggine fuori misura. La sua prima lingua è il sardo logudorese; l’italiano, quello in cui scriverà tutto, lo conquista come una lingua quasi straniera. Comincia a scrivere a tredici anni («fui contrariata dai miei», ricorderà a Stoccolma): a Nuoro una ragazza che scrive di passioni è uno scandalo. Nel 1900 sposa Palmiro Madesani e si trasferisce a Roma, dove costruisce una vita di disciplina quasi monastica: lettura al mattino, riposo, poche ore di scrittura al pomeriggio, quattro pagine a mano al giorno. Il risultato sono una quarantina di romanzi e moltissimi racconti, fra cui Elias Portolu, Cenere (da cui nel 1916 fu tratto il film muto con Eleonora Duse, unica apparizione cinematografica dell’attrice), Canne al vento, La madre e il postumo Cosima, il romanzo autobiografico uscito dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1936.
Il Nobel arriva con un giallo di calendario. Il premio le viene attribuito per il 1926, anno in cui l’Accademia svedese aveva deciso di non assegnarlo; l’annuncio e la cerimonia slittano così al 1927, e il 10 dicembre di quell’anno Deledda ritira a Stoccolma il riconoscimento «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». È la seconda donna al mondo a riceverlo, dopo la svedese Selma Lagerlöf. Non tutti applaudono: parte della critica italiana la tratta con sufficienza e Luigi Pirandello, secondo una lettura ormai consolidata fra gli studiosi, l’aveva già presa di mira nel romanzo Suo marito, ritratto poco generoso di una scrittrice di successo e del suo consorte.
Il paradosso, cento anni dopo, è che proprio il Nobel «l’ha consacrata nel canone letterario, ma forse ne ha cristallizzato l’immagine, incastonandola nell’arcaico paesaggio sardo». A dirlo è Valeria Orani, produttrice teatrale, direttrice artistica dell’impresa culturale 369gradi e ideatrice di Grazia ritrovata. Sotto la cartolina della Sardegna di pecore e destino, i romanzi parlano d’altro: desiderio e colpa, servi e padroni, donne che decidono e pagano il prezzo delle proprie scelte. «L’opera deleddiana continua a parlare con precisione al mondo contemporaneo», osserva Orani. Eppure resta «mai abbastanza letta, spesso assente dai programmi scolastici».
Il progetto, sostenuto dal Ministero della Cultura come Progetto Speciale 2026, occupa l’autunno fra la Sardegna e New York. Base operativa è Rebeccu, frazione quasi disabitata di Bonorva dove 369gradi ha sede dal 2025. Si comincia il 2 settembre con Ischeliu («richiamo» in sardo), residenza per dieci artisti sardi emigrati o figli di emigrati, dedicata al vento dell’immaginario deleddiano: «richiama, separa, preme, resiste, trasforma».
A ottobre Ermanna Montanari e Marco Martinelli del Teatro delle Albe accostano Deledda a Pia de’ Tolomei, la donna che nella Divina Commedia chiede a Dante di essere ricordata, con un’azione corale al Parco dei Petroglifi di Cheremule, fra i siti delle domus de janas riconosciuti patrimonio Unesco nel 2025; alla necropoli di Sant’Andrea Priu suona Gavino Murgia, fra jazz e canto arcaico.
Nelle biblioteche dei Comuni si legge Cosima, la traduttrice americana Martha Witt racconta la sua versione inglese de La madre e guida laboratori di scrittura, mentre Grazia con parole mie chiede a chi nel Meilogu è arrivato da altri Paesi di riscrivere Deledda partendo dalla propria esperienza di distanza e nostalgia. Il finale sardo coincide con i riti di Ognissanti: tavole dei morti, mostra del pane rituale, e la notte del 31 ottobre una veglia di letture alla fonte sacra di Su Lumarzu. «Una comunità fatta da chi è nato nel territorio, da chi lo abita arrivando da altrove, da chi appartiene alla diaspora», la descrive Orani. «Una comunità riunita in nome di Grazia».
Il 10 dicembre il percorso approda a New York con un simposio internazionale al Martin E. Segal Theatre Center del CUNY Graduate Center, dedicato a Deledda come «figura radicale di emancipazione femminile»; il giorno dopo la Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University proietta Quasi Grazia di Peter Marcias, tratto dal libro di Marcello Fois. Nel comitato scientifico, con Fois, anche la drammaturga premio Pulitzer Sanaz Toossi.
Chi vuole vedere i luoghi non deve aspettare un festival: le case restaurate di Rebeccu e l’ostello sono aperti tutto l’anno e i pernottamenti finanziano le attività culturali del borgo (qui il progetto), in un territorio dove lo spopolamento resta il problema di fondo. «La speranza», ha detto Orani a Radiolina, «di poter […] costruire qualcosa che possa rimanere». Quanto a Deledda, il punto di partenza più semplice resta uno scaffale di biblioteca: Canne al vento per il paesaggio e il destino, La madre per il conflitto morale, Cosima per incontrare la ragazza di Nuoro che voleva scrivere e non ha chiesto il permesso.