Dai platani di via Pestalozzi al mare di Capo Vaticano: storia di un ragazzo cresciuto tra maestri, poeti minori e una Vespa rossa
Di Dario Francolino
Ci sono armadi che custodiscono lenzuola e armadi che custodiscono destini. Quello della mia classe, in via Pestalozzi a Milano, custodiva quaderni, che a otto anni è la stessa cosa.

Ogni mattina la maestra Caporaso si alzava, andava verso quell’armadio e non diceva una parola. Chiamava Chicco, il più bravo, quello con il grembiule stirato come una bandiera, e gli sussurrava all’orecchio quali quaderni prendere. Io, dal mio banco, chiudevo gli occhi. Non pregavo, perché a quell’età non sapevo ancora a chi si dovesse chiedere. Speravo e basta, con tutta la forza che un bambino ha in corpo.
La copertina rossa era italiano, ed era casa mia. La gialla era matematica, ed era il patibolo. L’ordine era alfabetico, rigoroso, e il mio cognome stava in un punto della lista che non lasciava scampo. Capivo com’era andata la giornata dal colore che spuntava per primo. Il resto, a scuola, era solo conferma.

Una napoletana a Milano
La maestra Caporaso era napoletana fino al midollo e severissima fino a un grado che oggi richiederebbe una commissione parlamentare. Chiamava «ca’mion» i camion. Parlava un italo-napoletano così perfetto da sembrare una lingua a sé, con la sua grammatica e il suo codice penale. Non alzava mai la voce. Le bastava un sopracciglio, e a me quello bastava e avanzava.
Io poi avevo un’aggravante: ero figlio di due maestri. Mio padre e mia madre erano arrivati dal Sud negli anni Sessanta, quando Milano correva, costruiva, prometteva, e un concorso magistrale vinto valeva quasi un titolo nobiliare. Così a casa c’erano maestri, a scuola c’erano maestri, e se combinavo qualcosa la notizia arrivava a tavola prima di me, probabilmente in anticipo sul tram. Ero un sorvegliato speciale. Vivevo in libertà vigilata, e senza nemmeno aver commesso il fatto.
Sul rendimento, onestà prima di tutto. Quattro in matematica, ogni anno, con una costanza che avrebbe commosso un ragioniere. In italiano, invece, tra il nove e il dieci. Scrivevo temi lunghissimi, di quelli che la maestra leggeva con la matita sospesa a mezz’aria, indecisa se correggere o arrendersi. Storie di indiani e cowboy, di Zorro che scavalcava il muro della villa, di Big Jim che portava Barbie a cavallo verso il tramonto. Sembravano scritti sotto l’effetto di funghi messicani, e io i funghi li conoscevo solo sulla pasta.
Poi c’era l’ora di disegno, con il DAS e il Pongo, e lì le mie mani smettevano di appartenermi. Quello che usciva dalle mie dita non aveva né nome né specie. La maestra lo prendeva, lo girava, lo guardava da sotto in su e chiedeva con una neutralità quasi scientifica: «E questo cos’è?». Non lo sapevo nemmeno io. Credo sia stato il mio primo contatto con l’arte astratta.
Il giardino dei platani
Eppure, nonostante tutto, c’era la luce. Il giardino della scuola era enorme, con platani altissimi che in ottobre buttavano giù foglie gialle larghe come piatti. Quando le calpestavi facevano un rumore di carta e, subito dopo, di fango, perché a Milano in autunno pioveva sempre e tutto si bagnava: le foglie, i grembiuli, i pensieri.

Ricordo l’odore, e giuro che non l’ho più ritrovato da nessuna parte. Castagne arrostite sui carretti agli angoli delle strade, fumo buono, lana umida, foglie bagnate appiccicate alle suole e portate in classe come un’impronta digitale. Era l’odore di novembre, e nel mio caso anche l’odore della salvezza: finito il peggio, mia madre mi comprava un cartoccio di caldarroste e il mondo tornava al suo posto.
Dietro ogni platano c’era un nascondiglio. Giocare a nascondino a Milano, negli anni Settanta, voleva dire contare con la fronte contro la corteccia ruvida e sentire, al di là del cancello, la città che andava veloce e non aspettava nessuno.
Non c’erano i telefonini. Non c’erano i social, non c’era YouTube, e nessuno sapeva che si potesse vivere in un altro modo, quindi non ci mancava niente. La sera c’era la televisione, una sola, in salotto, e si guardava quello che trasmettevano. I Barbapapà che cambiavano forma. Furia, il cavallo del West, che arrivava al galoppo quando serviva. Happy Days, che veniva da un pianeta più pulito e più allegro del nostro. Sandokan con la sua tigre e Zorro con la sua Z. E poi i fumetti, e Diabolik, il nostro eroe. Anche se, diciamocelo, di Diabolik ci importava il giusto: sbavavamo per Eva Kant, e lo sapevano tutti, compresi i maestri.

E poi c’erano Donata e Barbara, due bambine meravigliose. Il plurale è già una confessione: non sapevo scegliere. Ero innamorato di tutte e due, follemente e a senso unico. Loro di me si accorgevano poco, o per niente. Le guardavo come si guarda una vetrina chiusa di domenica. Credo di aver capito lì, nel corridoio di via Pestalozzi, che amare qualcuno che non ti guarda è un lavoro a tempo pieno, senza ferie e senza tredicesima.
Il Sud, di nuovo
Nel 1976 Milano cambiò faccia. Il terrorismo dilagava, i titoli dei giornali avevano cominciato a sedersi a tavola con noi, e mio padre, che in quella città aveva creduto, smise di crederci. Una famiglia di maestri salita dal Sud per costruire qualcosa decise di scendere al Sud per metterlo al sicuro. Valigie, un’auto carica fino al tetto, e destinazione Capo Vaticano, in Calabria.
Un altro pianeta. Il primo giorno scesi dall’auto e fu l’odore a colpirmi, prima ancora del paesaggio: sale, resina, alghe seccate al sole, il profumo grasso e pulito del mare che entrava ovunque, nei vestiti, nei capelli, nel pane. A Milano l’aria sapeva di castagne e di pioggia. Lì sapeva di vacanza, pure quando non lo era.

Anche la scuola, a Capo Vaticano, aveva un’altra velocità. Le maestre erano comprensive, quasi materne. E poi c’era il maestro, un uomo di gran fascino e scarsissima vocazione, che entrava e usciva dalla finestra con la tranquillità di chi non deve spiegazioni a nessuno. Ci lasciava in consegna ai colleghi, tra i quali, per mia disgrazia, c’erano i miei genitori: sorvegliato speciale anche lì, anche con il maestro latitante. Lui spariva a sbrigare le sue faccende private, che avevano quasi sempre un profumo di donna, e tornava puntuale all’ora d’uscita, con l’aria di uno che ha lavorato sodo.
Imparai poco, a dire il vero. Ma vivevo di rendita: i quattro anni di Milano ne valevano otto in Calabria. Ero il milanese, quello che sapeva, e per la prima volta il quattro in matematica non spaventava nessuno. Nemmeno me.
Alle medie, in un giorno di novembre del 1978, ci portarono a un funerale. Si seppelliva Giuseppe Berto, lo scrittore del Male oscuro, nel piccolo cimitero di San Nicolò di Ricadi. Eravamo pochi e parlavamo piano. Io ero un ragazzino con la fantasia sempre accesa e non capivo fino in fondo. Ma ricordo il pensiero che mi attraversò mentre lo calavano nella terra: che le parole, a volte, durano più di chi le scrive. Forse quel pensiero me lo sono costruito dopo, non lo so. Però è da lì, credo, che comincia anche questo articolo.

Le medie, o la grande confusione
Alle medie la faccenda si complicò. I maschi e le femmine avevano smesso di essere due specie separate e diventavano un enigma reciproco, fatto di bigliettini, sguardi di sbieco e scherzi cretini che facevano ridere tutti tranne chi li subiva e interrompevano le lezioni con una regolarità da orologio svizzero. Sorvolo. Ero quello che rideva troppo e capiva troppo tardi, che è una specializzazione come un’altra.
Il liceo, o l’educazione sentimentale
Il liceo, invece, fu una cosa seria, e bellissima. Lo dico senza falsa modestia: feci un liceo fenomenale. Professori veri, di quelli che ti restano addosso come l’odore del fumo. Compagni che sarebbero stati, per anni, la mia seconda famiglia, e in certi casi la prima.
I voti raccontavano la mia geografia interiore: tre, quattro, cinque in matematica e fisica, un elettrocardiogramma in sofferenza. Poi i dieci in italiano, gli otto in storia e filosofia. E il sei in educazione fisica, che era più un regalo che un voto, perché l’ora di ginnastica, per parecchi di noi, era un’altra cosa. Bidelli di buon cuore lasciavano aperte certe aule vuote, e lì si faceva un’altra scuola, quella che nessun ministero aveva previsto: il coraggio di un primo bacio, la goffaggine di una mano che non sa dove stare, il batticuore di una ragazza che ti guarda e poi ride. Un’educazione sentimentale autogestita, e a me ha insegnato più di molte altre materie.
Crupi, le matite e i poeti minori
Poi c’era il latino, e c’era la professoressa Crupi. Quattro in latino, mai di più, ma erano quattro dati con solennità, quasi con riconoscenza. Perché la professoressa Crupi era la più bella che avessi mai incontrato, e la classe lo sapeva con un’unanimità che nessun’altra materia ha mai ottenuto. Minigonne, gambe accavallate con un’arte che avrebbe fatto invidia a una diva del cinema, un’aria da Malizia con quella giarrettiera che per noi era già storia del costume. Quando le matite finivano sotto la cattedra, con una frequenza sospetta, partivano sei o sette volontari a raccoglierle. Il cinema di Pierino e della Fenech, riprodotto in scala uno a uno in una classe di liceo. Lei fingeva di non vedere. Fingeva così bene che ancora oggi non so se stesse davvero fingendo.
E poi c’era il professore di lettere, un uomo basso, con la giacca sempre troppo larga e un’ostinazione che definirla testardaggine sarebbe un complimento. Aveva un’unica fissazione: i poeti minori. Il programma arrivava fino a Montale e lì si fermava, ma lui voleva a tutti i costi che ci ricordassimo di quelli che i manuali avevano lasciato fuori. Entrava in classe, scriveva alla lavagna i loro nomi – Corazzini, Moretti, Gozzano- e si girava con il gesso ancora in mano. «Ricordateli», diceva. «Non per l’esame. Per voi.»
Noi guardavamo l’orologio. Lui, imperturbabile, ci leggeva due versi e poi ci squadrava uno a uno, come se aspettasse un cenno. Nessuno lo dava, ovviamente. Avevamo sedici anni e la testa piena di altro.
Il fatto curioso è che a distanza di quarant’anni quei nomi me li ricordo tutti. Corazzini, morto a ventun anni con la sua malinconia da sacrestia e da ospedale. Moretti con le sue cose piccole, le stanze, le tazze, i pomeriggi. Gozzano con il sorriso storto di chi sa di non essere stato preso sul serio. Il professore aveva ragione, e non l’ha mai saputo. Ci aveva insegnato la cosa più preziosa che un insegnante possa dare: la dignità di quelli che non vincono. Detto da un ex quattro in matematica, ha un certo peso.
Il pallone, le botte e un solo juventino
C’erano poi le partite, e le partite erano una religione. Giocavamo a calcio ovunque: nel cortile, nello spiazzo dietro la palestra, sulla spiaggia con i sandali al posto dei pali. Io avevo un handicap serio. In una classe di interisti ero l’unico juventino, un caso clinico, un animale raro da proteggere e insieme da prendere in giro. Ogni lunedì mattina si celebrava un processo: la Juve aveva vinto con un rigore, la Juve aveva rubato, la Juve questo, la Juve quello. Io rispondevo con Scirea, con Zoff, con Platini, con quel Mundial dell’82 in cui Paolo Rossi risorse dalle ceneri e l’Italia intera si ritrovò in piazza con il tricolore. Quella notte, per una notte, siamo stati tutti juventini. Poi è tornato lunedì.

Le discussioni, a volte, finivano a pugni. Ricordo due o tre scazzottate memorabili, di quelle da liceo, con il sangue dal naso, i libri per terra e i compagni a fare il cerchio. Un occhio nero, un labbro spaccato, un pomeriggio dal preside e una madre, la mia, che mi guardava come si guarda un cliente affezionato che torna in negozio. La sera, naturalmente, avevamo già dimenticato tutto: il rancore, a quei tempi, durava quanto una ricreazione. Non c’era un social su cui rimuginarlo, non c’era una chat in cui litigare per tre giorni. I conti si regolavano di persona e il giorno dopo si divideva il panino.
I quattro della Vespa rossa
In quegli anni avevo una Vespa rossa, e bisogna spiegare che cosa significasse. Non era un mezzo di trasporto: era un’estensione del corpo, una dichiarazione d’indipendenza, un passaporto. Odorava di miscela e di benzina, di plastica scaldata dal sole, e il suo piccolo ruggito a due tempi lo riconoscevo a un chilometro di distanza, anche tra mille altre.

Con me c’erano loro, gli inseparabili: Franco, Tonino, Mimmo. Eravamo i quattro della Vespa Rossa, anche se la Vespa era una sola e a turno la guidavamo tutti, o la spingevamo tutti quando finiva la benzina. Giravamo per le strade del promontorio, d’estate, con i capelli in faccia, la camicia aperta e quella certa idea di essere immortali che si ha a sedici anni e poi non si ha più. Senza cellulari. Senza mappe. Senza nessuno che sapesse dove fossimo. Quando si bucava una ruota, si spingeva. Quando ci si perdeva, si chiedeva a un vecchio seduto fuori da una porta. E ci si ritrovava sempre, la sera, davanti al mare, con i piedi nella sabbia e il sale sulla pelle, a parlare di niente.
Oggi non saprei dire di che cosa parlassimo. Ricordo come. Ricordo le risate che partivano da una parola e non finivano più, il silenzio che arrivava quando il sole toccava l’acqua, e quella sensazione, che non ho ritrovato in nessun ufficio, di appartenere a qualcosa senza averlo scelto.
Carmen
E poi c’era Carmen. Italo-americana, arrivata chissà come in quel paese di mare con un accento a metà tra Brooklyn e la Calabria che nessuno riusciva a classificare e che tutti volevano sentire ancora. Era sveglia, più sveglia di tutti noi messi insieme. Rideva con la testa all’indietro, sapeva cose del mondo che noi ignoravamo, ci prendeva in giro con una grazia crudele. Io la guardavo e non capivo più niente: il pallone, la matematica, Diabolik, tutto sbiadiva. Bastava che mi passasse accanto per sentire un profumo di vaniglia e di sole, e il cuore, quel povero muscolo, andava per conto suo.
C’è un pomeriggio che conservo come un fotogramma. La spiaggia quasi vuota, la luce lunga di fine estate, una radio lontana che mandava Battisti. Carmen che mi guarda con quegli occhi scuri, un sorriso appena inclinato, e mi dice qualcosa che non ricordo. Ricordo invece il resto: la sua mano sulla mia nuca, il suo respiro che sapeva di sale, il tempo che si fermava come nei film, e quel bacio lento, lungo, un po’ maldestro da parte mia e per niente da parte sua. Capii in un colpo solo ciò che i romanzi dell’Ottocento raccontano in seicento pagine: che il desiderio non si spiega, si subisce, e che a sedici anni si può morire e risorgere nello spazio di una stagione. Madame Bovary l’aveva capito, Lady Chatterley pure, e i libertini delle Relazioni pericolose molto prima di loro. A me bastò una spiaggia.
In fondo al pullman
Le gite erano il nostro paradiso, e valeva un criterio infallibile: più lontano si andava, meno si studiava. Montecarlo, Venezia, Firenze, Roma, Paestum, la costiera amalfitana con quelle curve che ci facevano vomitare e innamorare in parti uguali. E Taormina, con il teatro greco affacciato sull’Etna e il mare laggiù, dove un professore tentò di spiegarci i Greci mentre noi guardavamo le ragazze di un’altra scuola. Ma la gita più bella restava sempre il viaggio: dodici ore di pullman, i panini avvolti nella stagnola, l’odore di arance e di gasolio, la radio che ci faceva compagnia come un parente.
Io mi sedevo in fondo. Sempre. Lì, dove il motore vibra e la compagnia diventa un’altra cosa. Nell’aria c’era un mare nero di Battisti e, quando qualcuno metteva Avrai di Baglioni, il mondo si fermava per tre minuti. Fuori scorrevano autostrade, campi di grano, cartelli verdi. Dentro ci si innamorava e si limonava alla grande, e quel che succedeva tra un tornante e l’altro lo lascio all’immaginazione, che è sempre più generosa della cronaca.
E a carnevale, i carri di cartapesta costruiti nelle notti precedenti, con la colla sulle dita e gli occhi pesanti, il profumo acido della farina e dell’acqua che si asciugava sui giornali. Nessuno li ha mai fotografati. Esistono solo qui, nella testa di chi li ha fatti.
Rocky, Rambo e il cavallo del West
Il cinema, in quegli anni, ci cresceva addosso come un secondo corpo. Rocky uno, due, tre: Stallone che incassava pugni e restava in piedi, e noi ad allenarci nei cortili salendo le scale a due a due, con le uova crude nel bicchiere. Poi Rambo, con quella solitudine da reduce e quella camicia strappata, a farci capire che certi eroi sono solo persone che non hanno trovato la strada di casa. E Furia, che nei miei sogni continuava a galoppare per il West, uguale a se stesso, rassicurante come un cane fedele.
Quello che resta
Scrivo queste righe da adulto e mi accorgo di una cosa curiosa. Il quattro in matematica non ha mai avuto importanza. Il dieci in italiano, forse, un po’. Ma quello che mi è rimasto davvero è altro.
La maestra Caporaso mi ha insegnato la paura, che è una forma di rispetto. Il maestro della finestra, la leggerezza. La professoressa Crupi, che si può attraversare il caos con un sopracciglio alzato. Il professore dei poeti minori, che bisogna ricordare chi non ha vinto. Franco, Tonino e Mimmo, che si può essere felici senza una ragione. Carmen, che certe cose non si spiegano. E i miei genitori, maestri anche a cena, la lezione più difficile: che si può essere sorvegliati e amati nello stesso istante, e che a volte è la stessa cosa.
Mi chiedono, ogni tanto, che cosa farei se potessi tornare indietro. Non so rispondere. O meglio, lo so, ma è una risposta che non sta in nessuna frase. Tornerei in quel giardino, a ottobre. Ci sarebbe l’odore delle castagne e delle foglie bagnate, e il rumore delle foglie sotto le scarpe, quel rumore di carta che a me, da bambino, sembrava il rumore stesso del tempo. Chicco camminerebbe verso l’armadio. La maestra Caporaso alzerebbe il sopracciglio. Io chiuderei gli occhi.
E questa volta non spererei niente.
Lascerei che uscisse la copertina gialla. Poi la aprirei, e in mezzo a tutti quei numeri che non ho mai capito cercherei con calma, con la pazienza di chi ha imparato che i conti, nella vita, tornano solo a chi smette di contarli, la pagina dove scrivere il mio nome. Perché è lì che si nasconde il segreto: non nei voti, non nelle scuole, non negli armadi. Nelle pagine ancora bianche.
La scuola finisce. I quaderni, no.