Una vita in famiglia con i gatti
Di Dario Francolino
Nella mia famiglia non abbiamo mai avuto animali domestici. Abbiamo avuto coinquilini, e non pagavano l’affitto.
La colpa è di mia madre. Amava i persiani, e il primo che ricordo si chiamava Nuvola: bianco, pelo lunghissimo, l’aria di chi ha subìto un torto. Ogni sera lo spazzolava in poltrona con la concentrazione di un chirurgo. Nuvola chiudeva gli occhi e si lasciava fare, convinto che fosse il minimo.

Nuvola, il persiano bianco di mia madre.
Ma mia madre non si fermava ai gatti di razza. In cortile dava da mangiare a tutti i randagi del palazzo: tigrati, neri, uno rosso con mezzo orecchio, uno senza coda che non ha mai spiegato come l’avesse persa. Una ciotola a testa, e un nome per quasi tutti. Una volta le dissi che così avrebbe dovuto aprire una pensione. Rispose: «Mica costa niente». Non trovai niente da replicare.
I gatti del cortile, quelli che mia madre nutriva tutti, senza eccezioni.
C’era poi un siamese, con gli occhi azzurri e una voce da sirena. Aveva una sola missione nella vita: mio padre. Mio padre i gatti non li amava molto. Li sopportava come si sopporta un cognato, con cortesia e a distanza. Il siamese l’aveva capito subito. Si appostava dietro la porta del bagno, sopra l’armadio, sotto la poltrona, e aspettava anche un’ora. Alla prima caviglia utile, la zampata. Mio padre sobbalzava e diceva una parola che non riporto. Il siamese se ne andava con la coda dritta.
Col tempo qualcosa cambiò. Mio padre cominciò a controllare l’armadio prima di entrare in camera. Una sera lo trovai in cucina che lasciava un pezzo di prosciutto sul bordo del tavolo, guardandosi intorno. «Così la smette», disse. Non la smise mai. Il prosciutto, nemmeno.
Luna
Luna era una british grigia, tonda, con gli occhi color rame. È stata con noi otto anni e a un certo punto ha smesso di essere solo nostra.

Luna, la british grigia che era diventata la gatta di tutto il condominio.
Aveva capito una cosa semplice: una porta socchiusa è un invito. Cominciò dal pianerottolo e finì per fare il giro del palazzo. Ogni giorno scendeva a un’ora che solo lei conosceva e andava a pranzo da una famiglia diversa. Il lunedì dalla signora del secondo, che le teneva da parte il pesce lesso. Il martedì dai ragazzi del terzo, con le scatolette che a casa nostra non sarebbero mai entrate. Il mercoledì dai due anziani del primo piano, che le avevano messo un cuscino vicino al termosifone. E così fino a domenica.
Ognuno era convinto che fosse sua. In ascensore ci fermavano con un sorriso imbarazzato: «Sa, la vostra gatta viene sempre da noi». Noi annuivamo. Scoprimmo poi che ognuno la chiamava in modo diverso: Principessa, Gigia, Micia Bella. Lei rispondeva a tutti e non ha mai corretto nessuno.
Un signore del palazzo, uno di quelli che non salutano nemmeno quando gli tieni il portone, una mattina si fermò in cortile e le disse: «Buongiorno, signorina». Lei gli passò accanto con la coda alta. Credo che in vent’anni nessun amministratore abbia fatto altrettanto per i rapporti di vicinato.
Con Luna avevo un solo gioco, e lo chiamavo il Tribunale. Ogni volta che tornavo da un viaggio, lei si sedeva in mezzo al corridoio e mi fissava. Io dovevo spiegare dov’ero stato e consegnare un pezzetto di formaggio. Solo allora arrivava la sentenza: una testata sulla mano. Mi ha sempre assolto, ma con l’aria di chi fa un favore.
L’albero
Un’estate portammo Luna alle Cinque Terre, con il guinzaglio. Camminava sui sentieri con più compostezza di molti turisti. Una comitiva di tedeschi la fotografò a lungo, ripetendo «Katze» con evidente approvazione.
Poi passò un uccello.
Luna, che per otto anni aveva dato prova di grande equilibrio, partì verso il primo albero e in tre salti arrivò in alto. Io tenevo il guinzaglio con la mano distratta di chi pensa al gelato. Si srotolò fino all’ultimo centimetro, poi si fermò con uno strappo. Luna rimase a quattro metri da terra, con il guinzaglio avvolto due volte attorno a un ramo e un nodo che nemmeno un marinaio avrebbe sciolto. Mi guardò dall’alto. Non era spaventata. Era infastidita, come chi aspetta un responsabile.
Provai a chiamarla. Provai a salire e capii in fretta che non avevo più l’età. Intorno si raccolse una piccola folla, ognuno con il suo consiglio. Una signora diceva di aspettare, che sarebbe scesa da sola. Un ragazzo propose una scala. Un anziano, senza alzare la voce, disse: «Chiamate i pompieri».
Li chiamammo. Arrivarono in venti minuti con un’autoscala che sul sentiero sembrava fuori posto. Erano in tre, giovani e gentilissimi. Uno salì, parlò a Luna a bassa voce, sciolse il nodo e la riportò giù in braccio. Luna si scrollò, si leccò una zampa e ci guardò come se avesse fatto tutto lei.
Non volevano niente. Accettarono una foto con lei. Tre uomini in divisa e una gatta grigia in braccio, con il mare dietro. È la foto più bella che abbiamo.
Totò
Quando Luna è morta, la casa è rimasta in silenzio per mesi. Anche il condominio se ne accorse. Per giorni, in ascensore, qualcuno mi chiedeva di lei a voce bassa, come si fa con i lutti veri. Lo era.
Poi è arrivato Totò. Un siberiano con una criniera da leone e un’intelligenza che a volte metteva a disagio. Aprì il primo cassetto della cucina a otto mesi, il secondo a nove. Aveva studiato le maniglie. Teneva d’occhio il frigorifero.

Totò, il siberiano che volava da un divano all’altro.
Il suo sport era il volo. Prendeva la rincorsa dal bracciolo della poltrona, si stendeva in aria con le zampe larghe e atterrava sull’altro divano, a tre metri di distanza. Mia moglie, seduta a leggere, se lo vedeva passare sopra la testa e urlava. Totò atterrava, si girava e la guardava perplesso: la traiettoria era perfetta, perché gridare. Non l’ha mai sbagliata, bisogna ammetterlo.
La cosa che lo rese unico fu lo zainetto. Ne avevamo comprato uno con la finestrella di rete, per i tragitti brevi. Totò lo guardò una volta, ci salì dentro e da quel giorno non lo mollò più.
Lo portavo al mare e stava lì a guardare le onde. Gli piaceva il rumore, l’acqua no. Lo portavo in montagna e a duemila metri mi osservava dall’alto dello zaino, come se fosse lui a farmi compagnia. Lo portai anche in ufficio. Il primo giorno ero teso come a un esame. Dopo una settimana Totò era la mascotte del piano: dormiva sui fascicoli importanti e firmava i documenti con una zampata. Una collega che non sorrideva da mesi, dopo un’ora con lui in braccio, ricominciò. Un gatto in ufficio fa meglio di un corso di benessere aziendale, e costa meno.
Quello che resta
Chi studia il comportamento degli animali dice che il gatto è l’unico che vive con noi senza rinunciare a se stesso. Non ci obbedisce e non ci imita. Ci sceglie. E se un gatto ti sceglie, non è per bisogno. È per gusto.
Mia madre diceva che i gatti non servono a niente e proprio per questo sono indispensabili. Aveva ragione, come su altre cose che ho capito più tardi del dovuto. Quando penso a lei, la vedo in cortile con la ciotola in mano, circondata da musi e code, che non chiede niente a nessuno.
Per stare bene bastano una finestra, un po’ di sole e qualcuno che ti aspetta a casa. Se si è fortunati, anche un gatto che ogni tanto ti vola sopra la testa.