Intervista a Margherita Bialetti, pittrice. «Il paesaggio e l’anima» è il titolo della sua mostra, aperta a Milano fino al prossimo 28 marzo nei locali della Fondazione Antroposofica Milanese, in via Vasto, 4
di Amelia Belloni Sonzogni – scrittrice

Gelsi
Sono stati i gelsi a conquistarmi: appena li ho visti, identici a quelli impressi nella memoria, robusti e spogli, monchi dei rami, il freddo della neve sulle radici come non accade più, l’acqua delle rogge, delle marcite intorno a dissetarli, mi hanno riportato nell’atmosfera atavica della Bassa, la stessa che ho provato a ricreare in un racconto (Il gelso bianco, appunto) che è stata la mia prima narrazione compiuta; l’ho scritto nel momento doloroso di un’assenza incolmabile, nel quale questo preciso ambiente, patria e casa della mia famiglia d’origine, mi ha avvolto e consolato. Si tratta del lodigiano, diverso ma non dissimile dalla Lomellina nel paesaggio con le rogge che aprono la campagna, i filari di pioppi, le cascine in apparenza immote, ricche di vita operosa nascosta, protetta, salvaguardata al loro interno, eppure possibile preda delle piene dei fiumi che delimitano e contengono il territorio.
Proprio come se potessimo passeggiare insieme lungo una roggia, accanto a queste piante generose, mi piace pensare di rivolgere a Margherita Bialetti le domande che spero riescano a indurre una conoscenza più approfondita della sua opera e dell’autrice.
Le do il benvenuto, dunque, e la ringrazio per aver accettato di raccontarsi sulle pagine di Generazione Over60, in particolare di essersi affidata alle mie parole. Spero di essere all’altezza.
Nel video che la riprende alla presentazione di una sua esposizione del 2017[1], ho sentito il presentatore sottolineare il suo spirito di ragazza e il desiderio di autopromuoversi. Da un lato comprendo di cosa parla, perché spesso devo pensare alla mia data di nascita per convincermi di non avere più sedici anni; tuttavia, capita a volte di lasciarsi prendere dallo sconforto, dal desiderio della rinuncia. Perciò le domando: come si riesce a mantenere viva la voglia di essere protagonisti?
Devo dire che io non ho proprio nessun desiderio di protagonismo, e neanche di autopropormi o di autoesaltarmi. Assolutamente queste cose non le sento. La mia pittura è un impulso naturale che mi viene senza nessun desiderio di protagonismo: è piuttosto la voglia di esaltare questo mio territorio nel quale sono nata e sono vissuta, al quale mi sento legata. Se qualcosa ho voluto esaltare, è il mio territorio.

Risaia a Ferrera

Pali elettrici
Scorrendo la sua biografia, appare evidente che la culla culturale in cui è stata nutrita era naturalmente ricca, feconda di stimoli storicamente rilevanti sia nell’ambiente artistico di Mede – Pavia – Milano, sia e soprattutto nell’ambito familiare. Ci racconta qualcosa dei suoi mentori? Mi riferisco a suo papà, ai suoi zii, ai suoi insegnanti.
L’ambiente famigliare è stato determinante: fin da piccola ho vissuto in un ambiente artistico con papà decoratore [Carlo Bialetti], lo zio scultore [Felice Bialetti] la cui personalità geniale era ancora presente benché prematuramente scomparso, e soprattutto lo zio pittore dal quale ho imparato molto [Ferdinando Bialetti]. Uscivo con lui a dipingere “en plein air” e ho appreso moltissimo da questa esperienza.
Poi ho continuato per conto mio, venendo a Milano, studiando con il prof. Giuseppe Ornati e con il prof. Cesare Fratino, che insegnava arte dei giardini alla Statale e sopra all’arcata della Galleria aveva lo studio che si affacciava da una parte sulla Galleria, dall’altra sulla piazza della Scala. Molti pittori di quel periodo venivano lì e conversavano con noi.
Ho partecipato attivamente alla vita sociale della Famiglia Artistica Milanese e della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente, nel “mitico” corso Garibaldi, 6 – casa di ringhiera con tanti studi di artisti. Sono state molto importanti per me: ho esposto in collettive e anche in una personale.
Poi ho continuato a dipingere, per conto mio, anche dopo che mi sono sposata: ho continuato, fin che ho potuto, più che ho potuto, come ancora faccio.
La scenografia del veglione “Novecento” realizzata da suo padre Carlo mi pare abbia accenti futuristi, o sbaglio?
Carlo Bialetti, Scenografia del veglione “Novecento”, in Margherita Bialetti, catalogo cit.

Non sbaglia. Fin da quando era a Milano a lavorare, papà ha sviluppato la decorazione “liberty” (di cui è stato uno dei pionieri in Italia) e ha partecipato alla corrente futurista, come si vede appunto dalla scenografia del veglione “Novecento”. Come decoratore si è affermato nel settore dell’architettura (facciata del Trianon) e poi non solo dei veglioni ma anche delle fiere, come testimonia il padiglione della nautica nell’Esposizione del 1906.
Dal punto di vista pittorico mio, posso dire che lo stile di papà non ha influito su di me. Però come spirito sì, come del resto tutto l’ambiente artistico che mi circondava. Da papà ho preso sicuramente lo spirito creativo.
Le note critiche che la riguardano parlano di influenze riconducibili all’impressionismo e alla corrente metafisica di Carrà. Lei si riconosce in queste attribuzioni? Le condivide? E perché ha scelto, se così si può dire, questo tipo di tratto pittorico?
Non mi sento particolarmente legata a Carrà, come forse alcuni hanno ipotizzato. Mi sento in qualche modo legata alla corrente impressionista, tardo-ottocentesca, con accenni metafisici (non nel senso di De Chirico) e soprattutto crepuscolari; questo tengo a dirlo perché proprio lo sento particolarmente, fa parte della mia natura. Neppure con le sinfonie di colori tonali delle nature morte di Morandi, come alcuni mi hanno detto, sento in verità un forte legame. Tra gli autori che si situano tra l’impressionismo e il metafisico sento affinità con Seurat, con le sue atmosfere, soprattutto quando diventa anche lui un po’ crepuscolare, e con Turner.

Nebbia
Mi ha simpaticamente colpito, leggendo di suo zio Ferdinando, l’abitudine di uscire con tela e pennelli per ritrarre i volti dei passanti (se non ho capito male), come una specie di fotografo specializzato in istantanee. E ho notato, al contrario, nei suoi quadri la quasi totale assenza dei volti. C’è una correlazione tra questi due dati? Immagino sia stata una scelta precisa, la sua: dettata da cosa?
Questo aneddoto su mio zio non è assolutamente vero: era un grande ritrattista, lo faceva come lavoro su ordinazione. Anch’io ho dipinto ritratti, quando sono stata chiamata a farlo; si tratta di un lavoro molto tecnico, ma bisogna anche saper cogliere il sentimento, attraverso lo sguardo e l’atteggiamento.
Leggo nel catalogo di una mostra personale realizzata nel castello sforzesco di Vigevano nel 2008[2], una sorta di appunto critico: «la sua costante imitazione della natura pone un freno alla libera creatività; è questo, a mio parere, il limite della sua scrittura artistica» (p. 14). Non ho di sicuro le competenze specifiche per asserire il contrario, ma l’effetto che le sue tele hanno avuto su di me, osservandole, è stato di calma e pace immediate. I suoi dipinti, a mio parere, inducono all’introspezione, suggeriscono il silenzio. Non è solo imitazione della natura, è il suo respiro. Posso sperare di aver colto almeno in parte l’intento?
Brava, proprio questo! Confermo.
Non ci sono limiti a questo tipo di lavoro: mi dedico al paesaggio e non penso affatto che ciò mi limiti; è una passione, questa mia esaltazione del paesaggio, del mio paesaggio. La mia non è imitazione né trasfigurazione: è un’interpretazione del paesaggio; non parlo di atteggiamento tecnico o teorico, questa è proprio la mia arte e la mia passione.

Alberata al tramonto
Nello stesso catalogo poco più avanti c’è una nota sull’assenza di implicazioni sociali nella sua scelta dei soggetti da dipingere: il lavoro contadino – delle mondine o del lavoratore ritratto di spalle – non mostra i volti. È tuttavia a mio parere parte del paesaggio; le cascine non sono vuote, al loro interno pullula la fatica che accompagna la cura di questi luoghi. Ho “letto” questa assenza di visibilità come un invito a riflettere sull’essenzialità del lavoro, in particolare di quello contadino. Ho pensato alla «verde gente» di Gadda, al «popolo folto e fedele dei pioppi». Che ne pensa?
Non è vero che nella mia pittura non c’è implicazione sociale! Il lavoro delle mondine, il lavoro dei campi fanno parte della mia arte perché sono immersi nella natura e nella sua atmosfera, cioè in quello che io ritraggo.
Un rilievo importante nella sua vita ha avuto la frequentazione di Albissola e dell’ambiente artistico che ruotava attorno alle antiche fabbriche di ceramica. Ci racconta qualcosa di quel mondo che l’ha portata più spesso a una ribalta che, mi par di capire, non ama particolarmente?
Albissola è stata uno stimolo importante per riprendere a lavorare. Lì ho fatto una mostra importante al Circolo degli Artisti. Dal punto di vista artistico, l’ambiente dei ceramisti era diversissimo dal mio, quindi non posso dire di aver preso qualcosa, però era divertente, si stava bene insieme.
Ho provato anche a realizzare qualcosa in ceramica, in particolare dei piatti, con dei gelsi stilizzati. Un’attività simpatica, mi è piaciuta.
Una mia personale curiosità: perché non c’è il mare nelle sue opere?
Perché non lo sento: è un elemento che io non sento. La mia atmosfera è diversa da quella del mare.

Magazzini su risaie
Ho ancora una richiesta personale: deriva dal mio essere “aspirante scrittrice” con il proposito, da realizzare quanto prima, di scrivere un romanzo storico, ma penso possa interessare tutti i lettori di Generazione Over60 che amano ogni manifestazione artistica, scrittura compresa, e leggono. Lei che ha scritto un romanzo storico, ce ne racconta la genesi? Quali suggerimenti può dare a chi, come me e forse qualcun altro, si affaccia – nonostante l’età – alla scrittura?
Ho scritto questo romanzo poiché il Medioevo mi interessa, mi è sempre interessato. È un’epoca storica che amo. Il libro si intitola “Il curato di San Michele”. Ho condotto parecchie ricerche per quel romanzo, ho inventato la figura di questo curato di campagna che trova una reliquia nascosta e sopravvissuta al passaggio di Attila; la vicenda si svolge a Lomello, vicino a Mede, dove si trova in realtà un complesso notevolissimo di architettura romanica.
Il mio suggerimento è quello di impegnarsi nella ricerca, che deve essere un atteggiamento mentale, di rigore e applicazione al lavoro. Nel caso del mio lavoro non è stata pura fantasia, ma un’integrazione tra immaginazione e ricostruzione storica.
Per concludere, pensando agli aspiranti pittori, quali suggerimenti pensa di poter dare?
Ci sono due aspetti da considerare: tecnico e ideale, spirituale.
Per la parte tecnica servono esercizio, lavoro, capacità di disegnare e ritrarre.
Per la parte ideale è importante assumere una visione spirituale, avere cioè la consapevolezza di seguire la propria vocazione artistica non per puro impulso cieco, ma con la cognizione precisa della direzione da prendere e della meta da raggiungere.
Lavoro, dunque, rigoroso e costante per mettere a frutto, il più possibile ricco, i propri talenti.
Ascolto della propria anima alla ricerca delle inclinazioni personali e del motivo del nostro esistere, del nostro ruolo.
Umiltà, che non significa soggezione.
Cura e amore per la terra e la natura, proprie perché native ma non per questo meno universali.
Ringrazio ancora Margherita Bialetti Ferrario, anche per questi insegnamenti cardine che ho ricavato dalla nostra chiacchierata.
Ricordo che si possono ammirare i suoi dipinti, oli su tela e oli su tavola, fino al 28 marzo alla Fondazione Antroposofica Milanese in via Vasto, 4 – Milano.
Inoltre, al minuto 37:58 del link della trasmissione Rai “Paparazzi” [“che racconta con allegria e in lingua inglese il nostro Paese a chi ci segue in tutto il mondo”] si può ascoltare e vedere l’intervento di Susanna Ferrario, nipote di Margherita Bialetti, in diretta dall’inaugurazione.

[1] https://www.youtube.com/watch?v=MbGOjAwpp6c mostra personale a Sannazzaro.
[2] Mostra personale di Margherita Bialetti, a cura di Marilisa Di Giovanni, in Margherita Bialetti, Arti Grafiche Pinelli, 2008, pp. 5-21.
Molto interessante e opere pittoriche stupende.
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