Me lo sono perso

Andrea Tomasini

giornalista scientifico

Questo numero, incentrato per la maggior parte sul racconto dell’allunaggio di 50 anni fa, comprende anche un pezzo su chi quella sera del 20 luglio se l’è perso per colpa di un televisore che non voleva saperne di funzionare… Protagonista è una grande penna: Andrea Tomasini. Perchè non cominciare proprio da qui la lettura del magazine?

Quale direttore ve lo consiglio caldamente. Minnie Luongo.


Noi si viveva a Roma, ma l’estate si tornava invariabilmente a Spoleto. A Roma c’era un vecchio televisore Philips che mia madre aveva comprato con il primo stipendio di insegnante e che era sistemato in cucina sopra un frigorifero bianco e quasi eterno. A Spoleto formalmente un televisore c’era, non era collocato in cucina, raramente funzionava e ancor meno lo si guardava. Per noi lo spettacolo la sera era mettersi sul balcone che dà sulla valle, stare al fresco, parlare e osservare i fari lontani che corrono sulla Flaminia e sopra i monti guardare il cielo. Le stelle e poi la luna che, sorgendo da dietro il monte, inonda di luce bianca il balcone e la vallata. Nonno Silio, anziano ufficiale di marina, mi insegnava a guardare le stelle, a rendermi conto, prendendo un punto di riferimento, di come “si muovessero”. E così, con l’emozione dell’osservazione che rendeva plausibile e concreta la faccenda, mi spiegava che era la Terra a muoversi e poi le costellazioni e le fasi della luna. Spiegazioni che più che per la scienza a me colpivano per la meraviglia.

Mi raccontava del mondo che aveva visto, del cielo in Africa, dei mari solcati, dello stretto di Corinto, del canale di Suez, del canale di Panama – di passaggi, soglie, transiti che lui aveva conosciuto e varcato. Per questo, la sera in cui l’uomo avrebbe compiuto quel fatidico passo sulla Luna andava vissuta e celebrata nel modo più semplice: partecipando all’incanto collettivo, mettendosi di fronte al televisore – oblò da cui affacciarsi sul mondo, al mediatore e creatore di una memoria collettiva che officiava finalmente la prima –e forse per ora unica- opportunità per l’uomo di camminare fisicamente su un elemento centrale e costante del suo immaginario, la luna divenuta finalmente accessibile.

Inconcepibile io e lui e gli altri non si assistesse all’evento in tv. Solo che quella sera la televisione non funzionava. Il suo stupore fu pari al suo disappunto. Proprio quella sera. Disse a mia madre prendendomi per mano: “Noi usciamo, deve vederlo”, riferendosi allo sbarco imminente. Ricordo il nostro vagare per le vie e le piazze alla ricerca di un televisore acceso in un bar aperto, senza riuscire a trovarlo. Fu la nostra particolarissima, provinciale corsa contro il tempo e fallimmo, arrivammo tardi. Chiedemmo e ci dissero che era già successo. Non c’era più nulla da vedere, quell’impronta sulla luna era stata già lasciata, per cui tornammo a casa digiuni di immagini. Mio nonno, l’ufficiale di marina che aveva girato il mondo, era mortificato per non esser riuscito a Spoleto a mostrarmi quello sbarco, lui che di sbarchi ne aveva fatti per tutta la vita. 

Per lui l’allunaggio era il compimento di una parabola tecnologica che era fatta di avventura e immaginazione creativa, in grado di connettere saperi e materiali il cui esito finale era l’uomo nello spazio, l’uomo sulla luna. Io con quel sogno ci sono nato – mi sono affacciato in un  mondo che aveva ben chiaro che quella era la prossima frontiera, e c’era in atto una competizione per arrivarci. Insomma andare sulla luna, quando sono nato nel 1962, sembrava già possibile e anche imminente riuscirci. In un mondo tutto scoperto, la storia ricominciava a fare i conti con lo spazio, ma in maniera diversa. Il celebre discorso di Kennedy poneva l’obiettivo luna in agenda, ma si riproponeva –differentemente per le menti inquiete- anche l’interrogativo cui dar risposta: qual è la posizione e la statura dell’uomo nell’universo? Il Capitano Silio Giampieri, uomo affascinato dal mondo e animato dai dubbi e dalla fede, in qualche modo partecipava all’inquietudine di quei giorni e cercava di farmene partecipe, suggerendomi di guardare le stelle per accorgermi di come noi cambiassimo di posto nell’universo – “osservatore liberamente sospeso nell’universo”, aveva detto Einstein.

Un grande storico come Fernand Braudel sosteneva che lo spazio è il nemico principale dell’uomo e ha riletto la storia come lotta contro l’horror vacui: da sempre l’uomo si impegna per controllare lo spazio, dominarlo, impossessarsene. Un vecchio e forse dimenticato geografo come Friedrich Ratzel suggeriva che “nello spazio leggiamo il tempo” e dicendo “leggiamo” forse possiamo intendere l’opportunità di muoverci all’interno del testo che abitiamo. Un movimento non privo di conseguenze, perché abitare lo spazio nel nostro mondo non ovunque è uguale.

Giorgio Caproni in una sua deliziosa prosa suggerisce un nesso tra la saggezza e la cosmografia. In una passeggiata in montagna si perde e chiede indicazioni a un uomo che seduto su un tronco fumava la pipa. Il tipo risponde parlando lento e spiegando che la valle dove si trovavano era immensa, che -“dicono”-  accanto ve ne sia un’altra ma che chi vi si sia avventurato non ne abbia mai fatto ritorno. Insiste Caproni per avere spiegazioni più precise – sapeva di essere nella “Val Troobbia” ed era consapevole non fosse affatto immensa. Il vecchio lo guarda come “si guarda un bambino che abbia fatto la domanda più balorda delle domande”, e risponde stizzito: “ma quante vallate vuole che ci siano?”. Il valligiano incantato aveva insegnato al Poeta che, annota, poteva esserci “grandezza” anche in un’angusta  concezione tracciando una Mappa dell’Universo di sole tre valli, descritta alla vigilia (era la fine degli anni ’50) quando si è “per noi a due passi – dicono- dal prendere la Circolare Esterna intergalattica”. Oggi ancora non ci sono fermate per prendere quel tram ed è drammatico per molti partire – partenze che a volte escludono la possibilità del ritorno. Accanto al passo di Armostrong che nel luglio di 50 anni fa ha cambiato la storia dell’umanità aggiungendo uno spazio nuovo alla trattazione degli accadimenti e del possibile, il 25 luglio del 2004 una notizia battuta dall’ANSA sta a suggerire una cosmografia cui si associa non la saggezza, ma stavolta la disperazione che le passeggiate lunari, e noi con esse, non sappiamo ancora risolvere. E’ la storia di Homma Joey, clandestino che viveva senza fissa dimora a Mandello del Lario nei pressi di Lecco. Homma aveva solo un desiderio, tornare a casa. Per questo decide di rubare un motoscafo, convinto fosse il metodo più veloce per fare ritorno alla sua terra natia: il Bangladesh – più lontano delle valli del vecchio della val Trompia, più vicine della Luna, ma di fatto irraggiungibile come un sogno, sebbene sia su questa nostra Terra.

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