Controllate sempre la casella spam della posta elettronica!

A volte si tralascia di guardare, si svuota senza verificare, si butta tutto, rischiando di cestinare qualcosa di piacevole

Di Amelia Belloni Sonzogni  –  scrittrice

Non so chi o che cosa mi abbia suggerito di aprire la casella spam della posta elettronica di quell’indirizzo, riservato a poche categorie di corrispondenza. Qualche pubblicità arriva e, di solito, il server non me la segnala; perciò quel numerino “1” mi ha incuriosito e l’ho controllato.

Per fortuna! Era una comunicazione dalla presidenza del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Sarzana”, giunto alla X edizione, arrivata il giorno prima con richiesta di rispondere entro il giorno corrente.

Apro e con una bella dose di contentezza leggo che il mio Anime animali. Racconti avrebbe ricevuto un riconoscimento in quanto giunto tra i finalisti nella sezione dedicata.

L’8 dicembre scorso ho presenziato alla cerimonia: nella prima immagine sto spiegando, in sintesi, senso e finalità ultima del libro. Ignoro, mentre parlo, che in quello stesso momento, la Presidente del Premio – Susanna Musetti – esprimeva in diretta il suo apprezzamento. Me lo comunicano qualche istante dopo, prima della consegna di attestato e medaglia.

Per ringraziare di nuovo il direttore Minnie Luongo che mi ospita e Paola Emilia Cicerone che su queste colonne ha recensito anche Anime animali, mi fa piacere pubblicare qui uno dei dieci racconti. Ricordo solo che tutto il ricavato delle vendite è destinato al progetto contro il randagismo “Non uno di troppo – Calabria” realizzato da Save the dogs and other animals. Buona lettura.

Jessy

«Sei pronta Marianna? Non voglio arrivare in ritardo».

Angela aiutò la sua bambina a indossare il cappotto e infilò le chiavi nella toppa per chiudere casa.

«Dove stiamo andando, mamma?»

«A trovare Rori e Fredi. Muoviti, chiama l’ascensore».

«Non aspettiamo papà?»

«Gli ho lasciato un biglietto, per quando arriva».

«Prendiamo il tram?»

«Sei spettinata, come al solito. Sistema almeno la frangetta, ecco il pettine».

«Ci sarà anche Jessy?»

«Non lo so, ma le scarpe? Non le hai allacciate?»

«Non ci riesco, mi impiglio con le stringhe, e poi le odio».

«Faccio io, muoviti, chiudi l’ascensore e vieni qui».

«Buonasera signora Piera!»

«Sempre a sbirciare dalla portineria – borbottò Angela tra sé prima di salutare – Buonasera!»

«Così sono troppo strette».

«Se non le stringi, non ti tengono il piede dritto».

«Uffa, mi fanno male»

«Dai, arriva il tram! Andiamo».

Marianna seguì sua madre, percorrendo di corsa il marciapiede fino alla fermata, proprio di fronte a casa sua, in Città Studi, il quartiere di Milano dove si concentravano tutte le facoltà scientifiche. Il tram imboccò via Ponzio ma non arrivò all’istituto delle “suore bianche” dove Marianna aveva frequentato l’asilo; girò prima, in via Celoria e poi subito in via Pascoli, sotto l’intreccio delle chiome ormai spoglie degli alberi. Si fermò di fronte alla Casa dello Studente; scesero e salirono alcuni ragazzi, suo papà li chiamava capelloni, scherzando o criticando ma in modo bonario.

Marianna li osservò, i capelli erano davvero lunghi, però i ragazzi non le sembravano brutti, anzi, somigliavano molto a quelli delle copertine dei dischi dei Beatles che le regalava un’amica dei suoi genitori, la signorina Edvige: le piaceva quel nome, si divertiva a ripeterlo e le sembrava proprio adatto a una persona simpatica, alta come sua madre, con gli occhiali e i capelli grigi però, raccolti in un’acconciatura a banana. Le professoresse Conti invece, due sorelle colleghe del suo papà, preferivano regalarle i libri, l’ultimo era la storia di Sissi, una principessa; lo aveva iniziato, era…

Il tram ripartì con un impulso brusco, che interrompendo i suoi pensieri la fece scivolare sulla panca lucida di legno, addosso a sua madre, più stabile perché appoggiata ad un passamano che faceva da bracciolo. Lo spostamento d’aria sollevò le foglie secche quasi fino al finestrino da cui Marianna guardava la strada, girata di sbieco sulla panca, attenta a non appoggiarci le scarpe per non essere sgridata in pubblico. Il sole era velato, la luce grigiastra, però non pioveva. Sarebbe stato buio tra poco più di un’ora e non le piaceva star fuori con il buio, le sembrava di vederci peggio. Non era riuscita a leggere il numero del tram e sapeva che era l’11 solo perché era l’unico a passare davanti a casa sua; non era la prima volta che le capitava di non vederci bene, ma non aveva ancora detto niente a sua mamma. La osservò, intenta a controllare, tra passeggeri e finestrini, quale fosse la fermata giusta cui scendere. Le sembrò sulle spine.

Era proprio strana quella visita improvvisa, estranea alle sue abitudini: di solito non la portava con sé quando usciva per le proprie commissioni e se lo faceva era per accompagnarla alla clinica dei denti per l’apparecchio, ma per fortuna era terminata quella tortura, che la sala d’aspetto dipinta con i personaggi di Biancaneve non rendeva meno orribile. ​«Sarebbe bellissimo se ci fosse Jessy» stava pensando quando sua madre la prese per mano e le disse:

«Scendiamo alla prossima fermata».

«Siamo già arrivate?»

«Mi raccomando: saluta bene la signora, rispondi in modo educato e non essere prepotente».

«Ma perché ci andiamo?»

«Devo parlare con la mamma di Rori e Fredi e intanto voi giocate. Non sei contenta?»

«Sì. Abitiamo vicini, perché non mi ci hai mai portato?»

«Non c’è stata occasione».

«Ma secondo te, c’è Jessy?»

«Non lo so! Non essere insistente».

Raggiunto il portone, sua madre suonò e al citofono risposero aprendo. Nell’atrio, in attesa dell’ascensore, le sistemò ancora i capelli con le mani, le sbottonò il cappotto, le aggiustò il maglioncino rosso allungandolo tutto sulla gonnellina scozzese; di solito, al gesto seguiva un commento – non stai bene con la vita segnata, hai troppa pancia – ma quella volta non disse nulla, solo «Alza bene i calzettoni».

I convenevoli dei grandi erano sempre lunghi e noiosi, la rimiravano tutti come la statuina di un carillon e Marianna si sentiva in imbarazzo, impalata, impacciata, non sapeva dove guardare e cosa dire; ma la mamma di Rori e Fredi, dopo averla salutata con un semplice ciao, chiamò il più grande dei suoi due figli, che la portò a giocare.

«Dov’è Jessy?» chiese Marianna.

«Con mio papà» rispose Rori.

«Come sta?»

«Bene».

«Speravo di vederla, quando torna?»

«Ancora non può. Ciao Marianna».

«Ciao Fredi, perché non può?»

«È al mare per qualche giorno, con papà, vero Fredi?»

«Sì; li vuoi i biscotti con la marmellata di more?»

«La nostra?»

«Come ci siamo conciati quel pomeriggio, tutti e tre».

«Io ero diventata viola! Mio papà rideva a guardare la faccia di mia mamma che guardava il mio vestito. A voi non hanno detto niente?»

«Sì, erano felici perché ci eravamo divertiti».

«Bambini venite, è ora» li chiamò la mamma di Rori e Fredi.

«Vieni Marianna, c’è una sorpresa per te».

Paralizzata dalla gioia, Marianna guardò con la bocca aperta, muta, gli occhi impazziti per la bellezza, i quattro cuccioli, due neri e due marroni, adagiati in una cesta.

Non riuscì neppure a muoversi; Rori la dovette quasi spingere vicino e le spiegò:

«Sono di Jessy. Non potevo dirtelo e a momenti mio fratello mandava tutto all’aria».

«Ma se non ho detto niente!»

«Basta bambini! Tieni Marianna, questa te la affida Jessy, tutta per te».

«Almeno ringrazia!»

«Ma no, signora, non è necessario. Basta la sua espressione a ringraziare. Non vede com’è felice?»

«Non so cosa dire, grazie anche da parte di mio marito».

«Siamo stati toccati dal comportamento di Jessy quando ha conosciuto Marianna».

«Sempre così, appena vede un cane mia figlia si lancia come il sasso di una fionda, non pensa, non riflette».

«Ha una predisposizione particolare e i cani la sentono, ma la nostra Jessy è sempre stata diffidente con tutti, talvolta aggressiva con gli sconosciuti, a casa sua poi! La sua reazione e l’attaccamento immediato tra loro due ci hanno molto meravigliato. E ancora di più quando siete ripartiti. Jessy pareva che piangesse con la testa sulle gambe di Marianna, sedute insieme tra le valigie. Una rivelazione. E così abbiamo pensato alla cucciola».

«Sono senza parole, signora».

«Non deve».

«Come posso…».

«Nella cesta le ho messo un po’ di cibo per i primi giorni, già dosato. Per qualsiasi necessità, mi chiami».

Marianna sorrideva felice, tra baci e leccate; era al colmo della gioia, con la cucciola tra le braccia che le si arrampicava addosso e la annusava ovunque. Il suo respiro, breve come una sorta di rapido risucchio, le solleticava il collo, il viso, le mani. Era appena svezzata; la testa stava tutta nella mano di Marianna che la teneva come una bambola e toccava piano le zampe, la pancia, le orecchie, la gola, la baciava e la piccolina baciava lei.  Non vedeva più niente, intorno a sé: guardò i suoi amici con gli occhi che brillavano, non salutò la signora, non si accorse che sua madre la riprese, non capì nulla, non sentì niente, solo i pigolii del suo piccolo cane, il suo tepore, il suo odore, la sua codina che fremeva felice, e non vedeva l’ora di dirlo al suo papà.

«Guarda papà!»

«Oh, eccovi a casa».

«Ci hanno riaccompagnato in auto, per fortuna; altrimenti sul tram, con la cesta, la bambina, il cane…».

«Potevi chiamare un taxi, per una volta».

«Papà: lei è Jessy» e gliela porse, tenendola con la pressione più lieve che poté sotto le ascelle.

«Come la sua mamma? Va bene. Vieni Jessy, che mi dici?»

«Senti che buon odore, senti vicino alle orecchie».

«Le hanno già tagliato la coda, vedo; quando vanno tagliate le orecchie? Hai chiesto, Angela?»

«No, Giovanni, non ho chiesto, ma possiamo telefonare per ogni necessità».

«Non gliele voglio tagliare, le orecchie».

«È la razza: ai dobermann si tagliano coda e orecchie».

«Ma io non voglio».

«Va bene, resteranno ripiegate a bustina, non ci importa della razza».

«Sarà bellissima come la sua mamma».

«Credo anch’io. Ora vai, sistema la sua cuccia».

«Posso andare da Claudio a fargliela vedere? E anche da Mario?»

«Va bene, ma solo pochi minuti e solo se non disturbi. Saluta con educazione, mi raccomando».

«Sì, mamma». 

Claudio, tre piani sotto, non c’era, aveva lezione di hockey.

Mario, di fronte, sullo stesso piano di Marianna, le aprì. 

«Ma cos’hai lì? Entra! Mamma vieni, c’è Marianna con un cucciolo».

«Ciao cara, ma come sei felice! Finalmente, eh?»

«Le scattiamo una foto con la Polaroid? Guarda che forte. L’ha portata a casa mio papà dall’America, fa le foto e le stampa subito».

«Dai bambini, sorridete. A Marianna non c’è bisogno di dirlo».

Jessy si impadronì della casa, andando ovunque con Marianna al seguito, o di fianco, o davanti, incollate l’una all’altra, per Marianna divenne in pochi istanti il centro del mondo. Tutto d’ora in poi sarebbe ruotato intorno a lei. Basta cincischiare con compiti e lezioni! Andavano terminati alla svelta, così tutto il resto del tempo poteva giocare, portarla fuori, darle da mangiare, leggerle una storia e la domenica mattina portarla a correre ai giardinetti di piazza Leonardo con il suo papà; ci andavano anche Rori e Fredi con gli altri cuccioli, gliel’avevano detto.

La sera, a cena, tutta l’attenzione di tutti fu per la piccolina in cerca di maggiore confidenza, ad altezza caviglia.

«Lasciami stare, ti ho detto! Basta Jessy! Cosa ridete voi?»

«Come si fa a non ridere, Angela? Hai paura di una pulce!»

«Non ho paura, mi fa inciampare. Le hai dato da mangiare, Marianna?»

«Sì, certo. Jessy vieni qui, lascia stare la mamma».

«Chiudila nel bagnetto».

«Perché?»

«Morde, e guarda: anche lì! Almeno nel bagnetto le zone da pulire sono circoscritte».

«È normale; ha due mesi, non può trattenerla!»

«Se ci va lei, ci vado anch’io nel bagnetto».

«Marianna non rispondere alla mamma. Puoi alzarti da tavola, se vuoi».

«Vieni Jessy, andiamo in camera mia».

«Devi stare bravissima, capito? Come la tua mamma, che faceva tutto quello che le dicevo. Sai come ci siamo conosciute? Ero contenta di andare a Castiglioncello, a casa dei miei amici per giocare con loro; non sapevo che avessero un cane e quando l’ho vista… Avevano paura che mi facesse del male, figurati! Lei, a me? Siamo diventate amiche appena sono arrivata e siamo state insieme tutto il tempo: mi aspettava quando andavamo al mare, stava con me il pomeriggio, facevamo merenda. Fette buonissime di pane olio e sale, erano giganti ma io gliene davo dei pezzettini piccoli. Le darò anche a te, vedrai, appena cresci. Il giorno della partenza, io non volevo tornare a casa, volevo solo stare ancora con lei e lei voleva stare con me. Mi sono seduta su una sedia, vicino all’ingresso, e la tua mamma si è accucciata vicino a me; allora le ho detto che la vacanza era finita, che forse non ci saremmo più riviste e lei ha messo la sua testa sulle mie gambe. L’ho accarezzata tanto, finché me lo hanno permesso, poi sono dovuta andare. Ma ora ci sei tu, vero Jessy? Dormi? È stato un giorno movimentato. Ti metto qui. Guarda: questa è la tua cuccia, se vuoi puoi venire sul mio letto, ma non lo diciamo alla mamma altrimenti ho paura che ti mandi via. Al papà invece possiamo dirlo, tanto lui non fa la spia. Domani tu devi stare qui con lui che ha il giorno libero, io invece devo andare a scuola, poi quando torno giochiamo».

«Sei ancora sveglia?»

«Sì papà, parlavo con Jessy».

«L’hai messa in cuccia, brava. Ora dormite, buonanotte».

«Ci pensi tu a lei domani?»

«Sì, buonanotte».

«Non metterla nel bagnetto per favore».

«Stai tranquilla, dormi».

«Il cane sarà sul letto, vero?» chiese Angela.

«No, è nella cuccia, e non è “il cane”, è Jessy».

«Sì, sì, speriamo che si abitui alla svelta a sporcare fuori. Come ci organizzeremo non lo so».

«Ci arrangeremo: Marianna è felice».

«È grandicella, dovrebbe capire le difficoltà. Cos’è?»

«Leggi».

«Ma cos’è?»

Angela aprì il foglio di quaderno ripiegato in quattro che suo marito le aveva porto e lesse:

10 dicembre 1963

Caro Gesù Bambino,

tu sai già cosa ti chiederò per Natale, ma io te lo dico lo stesso: vorrei tanto avere un cane.

E non dirmi che c’è Lady. Non è mia, è dello zio, e la vedo solo quando vado a trovare i nonni, e neanche sempre. E anche Tom e Alì non sono miei, anche loro li vedo solo quando vado dai nonni. Non posso neanche entrare nel loro recinto a giocare, Tom sbuffa, Alì salta, vorrebbero uscire, ma non possono, ci parliamo dalla rete e faccio fatica a toccarli. Quindi vorrei tanto un cane mio, solo mio, solo quello. Non so perché finora non mi hai ascoltato, eppure ho mantenuto tutte le promesse, io.

Grazie. Marianna

Angela ripiegò il foglio e lo restituì a suo marito:

«La solita letterina di Natale».

«Era sotto la capanna del presepe, l’altr’anno».

«Come sempre, finché ci ha creduto».

«Infatti, mentre apriva le ultime finestrelle del calendario dell’Avvento, ho capito che lo sapeva già».

«E come?»

«Gliel’aveva detto Marina, era molto delusa dalla bugia».

«Oh, quante storie! Tutti i bambini ci credono fino a una certa età e poi basta».

«Che lo facciano tutti non è un buon motivo per adeguarsi. Avrei preferito dirle subito la verità, che è pure meglio dell’invenzione».

«Perché non l’hai fatto, allora?»

«Discutere con te è complicato e diventa impossibile decidere insieme qualcosa di diverso da quello che decidi tu».

«Figurarsi se non davi la colpa a me!»

«Non è questione di colpa, il punto è un altro».

«E sarebbe?»

«Marianna ha pensato che fossimo noi a impedire l’arrivo di un cane».

«Ha pensato bene: lavoriamo entrambi, con chi resta il cane al mattino?»

«I cani si abituano a stare da soli, ti aspettano».

«E intanto chissà che disastri combinano… È una complicazione».

«Ormai Jessy c’è e non ti sei opposta quando potevi».

«Mi sembrava maleducato rifiutare. I signori sono stati così gentili con noi».

«La complicazione resta, però, e sarebbe stato meglio…».

«Devo ancora correggere i compiti per domani».

«Va bene, buona notte». Giovanni aprì piano la porta della camera. Marianna e Jessy dormivano beate sul letto, zampa nella mano. Richiuse e andò a dormire anche lui.

La mattina seguente, durante l’intervallo delle lezioni, la foto scattata con la Polaroid fu l’evento del giorno. Tutte le compagne la guardarono, assiepate attorno a Marianna che non la mollava: stretta fra le dita, la teneva come un tesoro inestimabile, che neppure la maestra poté toccare, tale era il timore che anche solo in foto potessero portarle via Jessy. Arrivata a casa, l’aveva appoggiata sulla scrivania, in modo da vederla appena alzava lo sguardo.

«Hai finito i compiti, Marianna?»

«Ho anche ripassato. Vado a giocare con Jessy sul terrazzo».

«Devi aspettare che papà abbia finito la lezione. Intanto dammi i quaderni da controllare».

«Va bene, mamma».

«Avevi un tema?»

«La maestra l’ha dato solo a me, su Jessy».

«Perché?»

«Non lo so, l’ha deciso quando ha visto la foto che mi ha fatto la mamma di Mario e le ho raccontato di ieri pomeriggio». 

Angela lesse e corresse: «Ricopia con le correzioni».

Marianna era un po’ infastidita, anche se abituata. La sua maestra e sua madre erano colleghe, a lei non era consentito sbagliare e quando capitava erano dolori, ma in quel momento le importava solo giocare con la sua cucciola sul terrazzo. Corse via appena sentì uscire l’ultimo studente.

Jessy scivolava sulle piastrelle, abbaiava, un po’ strillando un po’ scodinzolando, rincorreva Marianna che rideva e le parlava; Giovanni le guardò, senza mostrarsi, dalla finestra dello studio che affacciava sul terrazzo: la sua bimba era felice, e lui con lei. Si sorprese quando vide sua moglie raggiungerla e metterla in posa, a favore di luce, con Jessy tra le mani. Sorrise a vedere l’espressione impacciata ma persa di gioia di sua figlia che, finalmente, aveva un cucciolo, e che cucciolo! Il legame con mamma Jessy amplificava la sua gioia, era come se le avesse tutte e due.

Sentì squillare il telefono e andò a rispondere.

Ad Angela sembrò strano che, terminate le lezioni, Giovanni non le raggiungesse sul terrazzo. Lasciò le piccole a giocare ed entrò nello studio. Lo trovò seduto, affranto; non piangeva, ma ci mancava poco. Le spiegò, ma come dirlo a Marianna?

«Ho parlato con la signora al telefono, ci aspettano domani pomeriggio».

«No, io non vengo e Jessy resta con me».

«Prima la riportiamo, meglio è. Diglielo anche tu, Giovanni».

«Papà, perché?»

«Marianna, mi spiace tantissimo. Però dobbiamo».

«No, non voglio, Jessy è mia!»

«Avanti, non fare capricci! Giovanni, dovresti riprenderla».

«Papà, perché?»

«Te l’ho spiegato; nel nostro condominio c’è una regola, e le regole vanno rispettate: non si possono tenere i cani. Purtroppo, non lo sapevo, altrimenti non avremmo accettato di prendere Jessy».

«E noi la teniamo lo stesso: chi lo dice che c’è la regola?»

«Lo sai che non ci si comporta così».

«Non ci credo, è una scusa, è la mamma che non la vuole perché ha paura».

«Ma figurati, io paura?»

«Sì, tu, perché ti morde i piedi quando cammini e non capisci che vuole solo giocare».

«Non è così, Marianna. Ti ho spiegato; ho provato a parlare all’amministratore, ma non è stato possibile convincerlo. Qualcuno si è lamentato».

«Io lo so chi è, papà: quell’odioso del piano sotto, gli dà fastidio che gioco sul terrazzo, da prima che ci fosse Jessy».

«Non so chi è stato. Se questa casa fosse di nostra proprietà, potremmo provare ad opporci e cambiare la regola, ma così, non possiamo nulla».

«Basta discutere, ora. Tuo padre e io abbiamo deciso. Domani pomeriggio la riportiamo. Vai a dormire».

Marianna provò un dolore acuto e profondo, una rabbia che la spinse a digrignare i denti, quelli che sua madre doveva per forza raddrizzare con quelle maledette ferraglie. Se avesse potuto, solo per farle un dispetto, li avrebbe di nuovo stortati tutti. Non diede la buonanotte a nessuno dei suoi genitori. Era vittima di un sopruso, e non lo poteva accettare: glielo aveva insegnato proprio suo papà che ai soprusi non si deve soccombere. E lei era sicurissima, era stata sua mamma. La odiava, sì, con tutto il cuore, e se era stato il signore del piano di sotto, odiava anche lui.

Mise Jessy sul letto, quasi la soffocò di baci e lacrime, finché tra un singhiozzo e l’altro si addormentò.

A scuola si sfogò, con la maestra e con Marina, la sua compagna di banco, che all’intervallo le chiese:

«Non andiamo da tua mamma oggi?»

«No e non ci vado neanche per l’uscita».

«Ma tua mamma ti aspetta da lei, nella sua classe».

«Oggi mi aspetterà fuori, come tutte le altre mamme, solo che io non sarò contenta di vederla».

«Pensi che sia stata lei a voler riportare Jessy?»

«Non lo so, papà dice di no, ma io non ci credo».

«Li hai sentiti parlare?»

«No, non ho sentito niente, stavamo mangiando ieri sera quando me lo hanno detto».

«Può essere vero che non si può nel condominio. Non ci sono altri cani?»

«No, solo Jessy».

«Mi spiace, non ci siamo riuscite neanche una volta».

«A giocare insieme ai giardinetti? No, neanche una volta».

Uscì da scuola con la sua classe. Trovò sua madre fuori ad aspettarla: il dispetto meditato non era riuscito, qualcuno l’aveva avvertita, forse la sua maestra, o forse Mafalda, la bidella, che l’aveva vista triste e l’aveva fatta chiacchierare. Non si ricordava neanche cosa le aveva detto, ma non importava, era troppo disperata per arrabbiarsi ancora.

A tavola rimase zitta tutto il tempo. Non mangiò niente, pianse e basta, un lacrimone dopo l’altro sulla testa di Jessy, che le si strinse addosso, come la sua mamma quando l’aveva lasciata, una mattina di agosto, dopo una notte di temporali violenti. Suo padre con uno sguardo impedì gli inutili rimproveri materni.

 «Puoi stare a casa con papà, che ha lezione, vado solo io».

«No, io sto con Jessy fino all’ultimo, non te la lascio».

Stava per riprenderla, ma Giovanni la interruppe, con una mano sulla spalla:

«Lascia perdere Angela. Chiama un taxi, mi raccomando».

 Marianna salì sul taxi come un automa, con Jessy in braccio che dormì per tutto il breve tragitto. La coccolò senza interruzione, pensò solo all’abbandono. Era come se la stessero torturando con un punteruolo infilato nel cuore e rigirato come un cacciavite. Nulla di quanto aveva fantasticato si sarebbe realizzato: crescere insieme, correre, nuotare, trovarla con papà all’uscita da scuola, in tensione con il muso a distinguerla e le zampe ad accoglierla, toccarla mentre dormiva, darle da mangiare, curarla e accudirla, chiacchierare con lei, raccontarle della sua piccola anima inquieta. A sette anni, era il suo primo violento dolore.

 La mamma di Rori e Fredi la salutò con una carezza. I suoi amici non sapevano cosa dirle e non le dissero niente. Rori l’aiutò a mettere Jessy nella cesta con gli altri tre cuccioli, ancora tutti lì con loro.

«Mi prometti una cosa?»

«Sì, che cosa?»

«Che Jessy starà con voi e con la sua mamma».

«Te lo prometto, mia mamma ci ha già pensato».

«Jessy mi odierà per questo».

«No, sono sicuro di no».

«E puoi venire a trovarla».

«Mi piacerebbe Fredi, ma non so». 

Accarezzò ancora la sua piccola Jessy che la guardò in modo gioioso e frettoloso, impegnata a riconoscere i suoi fratelli. Le sembrò che non le desse retta, forse perché non immaginava fosse un addio.

Marianna porse la mano molto educatamente alla signora, senza riuscire a dire nulla, e uscì mentre sua madre si dilungava in scuse, con l’espressione contrita di chi sapeva di aver rimediato una figuraccia, ma, tant’è, con il risultato in tasca.

Arrivata a casa, Marianna andò in camera sua. Cercò di finire un compito, ripassare una lezione, poi pensò che se avesse raccontato tutto alla sua maestra, lei avrebbe capito. Si incantò a guardare davanti a sé, oltre i vetri della finestra sotto la quale era stata sistemata la sua scrivania. Non vide nulla: il pianto ricominciò, il dolore le si stampò dentro, marchiato a fuoco. Si soffiò il naso e prese la foto scattata con la Polaroid a casa di Mario: Jessy era seduta sul tappeto, la luce che entrava dal terrazzo illuminava bene tutto il suo piccolo corpo mettendo in risalto il focato del manto sul muso, attorno al naso e sulla punta delle orecchie e intorno agli occhi che guardavano diritti nell’obbiettivo. Era l’unica immagine concreta che aveva di lei; per avere anche l’altra, impressa sulla loro macchina fotografica solo il giorno prima, avrebbe dovuto aspettare che sua madre finisse il rullino, chissà quando.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...