La Nuova

E la scrittura diventa terapia…

Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

Scrivo da una vita, ma solo raramente ho scritto per me, e mai racconti . Mi piace descrivere quello che vedo, non inventare storie…ma il tema di questo numero di Generazione Over 60 mi ha spinta a frugare nei cassetti per riesumare l’unica eccezione a una regola trentennale. Un racconto giallo, o meglio un esperimento terapeutico pensato per liberarmi, almeno sulla carta, di una collega che mi rovinava le giornate. Un mix tra realtà e fantasia ambientato in un mondo che non esiste più. Un esperimento non privo di goffaggini che non ho voluto eliminare, e che sottopongo all’indulgenza dei lettori…

Era Lei la prima a entrare in ufficio, tutte le mattine: apriva le finestre, innaffiava le piante, guardava la posta appena arrivata, si metteva a lavorare. Il capo arrivava più tardi, verso le dieci: appendeva nell’armadietto sciarpa, cappello e cappotto, poi entrava nella sua stanza chiudendosi dietro la porta. Tutte le giornate cominciavano così. La mattina il capo era nervoso. Lei lo sapeva e cercava, per quanto possibile, di evitargli ogni contatto con il mondo esterno. Nessuno dei due pranzava; solo, verso mezzogiorno, lei scendeva al bar sotto l’ufficio per una tazza di caffè e un sandwich. Nel prendere il cappotto dall’armadietto sfiorava a volte il paletot di cachemire del capo, lo sistemava meglio sulla stampella aspirando il profumo lieve di colonia maschile che emanava. Prima di scendere, sostava un attimo davanti allo specchio per accertarsi che tutto fosse in ordine: il tailleur classico, la camicetta senza una grinza, il trucco impeccabile. Scendendo le scale, attraversava il caos degli altri uffici, soddisfatta di sé: le stanze dove lavoravano lei e il capo era una piccola oasi di pace, al quarto piano del palazzone rumoroso che era la loro sede. Il suo viso serio si distendeva in un sorriso, quando tornava alla sua scrivania ordinata, ai suoi schedari, alla sua filodiffusione immancabilmente puntata sul canale di musica classica.

Qualche volta, verso sera, il capo la chiamava nella sua stanza per una breve conversazione sugli avvenimenti della giornata. Quelli erano per lei i momenti più belli: davanti a una tazza di thé discutevano del loro ufficio, dei progressi compiuti, del lavoro da fare. Il capo non parlava mai della sua vita privata: quanto a lei, anche se avesse voluto non avrebbe avuto molto da dire. Ma dopo queste conversazioni si sentiva più serena. Era poi l’ultima ad abbandonare l’ufficio. Quando ritirava il cappotto, nell’armadietto aleggiava ancora un profumo maschile.

Fu durante una di queste conversazioni che lui le disse della promozione, ringraziandola per il contributo dato all’efficienza dell’ufficio. Anche grazie a lei il capo era salito di grado, conquistando un’altra stanza, e un’altra segretaria. La Nuova arrivò giorni dopo. Fu subito “la nuova“ per tutti; non perché lei fosse vecchia, che era difficile leggere gli anni su quel viso impassibile. Ma l’ultima arrivata sembrava davvero nuova, con i capelli biondi sempre freschi di parrucchiere, il trucco vivace, gli abitini colorati da bambola. Con le sue smorfiette attirava l’attenzione dei visitatori, che si presentavano sempre più numerosi al quarto piano, incuranti delle occhiate gelide di lei, per scambiare qualche parola con la nuova. Strano a dirsi, il capo non era seccato dalla situazione; perfino lui sembrava provare piacere a trascorrere qualche momento vicino alla scrivania della nuova, sorridendo delle sue moine infantili. Lui non vedeva lo sguardo attento con cui gli occhi azzurri lo seguivano, pronti a illuminarsi al sorriso quando lui la guardava, ma accesi da una luce fredda appena l’uomo si voltava. Lei se ne era accorta; le donne certe cose le capiscono, ma non si può pretendere che gli uomini facciano altrettanto, e lei aspettava il giorno in cui il capo avrebbe alzato gli occhi all’improvviso, vedendo lo sguardo attento e calcolatore negli occhi di solito così innocenti della nuova.

Ma le settimane passavano, e il capo non sembrava accorgersi di nulla; anzi, sempre più spesso chiamava la nuova nel suo ufficio per quattro chiacchiere davanti a una tazza di thé. Ormai non era più lei l’ultima a uscire. Le succedeva spesso di andare via all’ora di sempre, mentre il capo e la nuova erano ancora chiusi nell’ufficio di lui. Nel prendere il cappotto, sfiorava con una carezza la manica del paletot di cachemire e aspirava con un sospiro la fragranza amara della colonia. Si avvicinava alla porta, l’orecchio teso a cogliere la voce del capo, ma spesso, dietro la porta chiusa, si udiva solo la risata squillante della nuova.

Successe in una di quelle gelide, allarmanti giornate d’inverno in cui il freddo penetra nelle ossa e sembra scuoterti. La giornata era cominciata male, con una serie di problemi seccanti che avevano richiesto l’attenzione di tutti: nell’ufficio si avvertiva come una tensione nuova, indefinibile. Il capo non era uscito dalla sua stanza per tutta la mattina. Era ancora giorno, quando la nuova si alzò in piedi, rivolse alla collega un sorriso complice e sparì nella stanza. Pochi minuti dopo, passando davanti alla porta chiusa, lei sentì la voce allegra del capo e la risata squillante della nuova che gli faceva eco. Mentre tornava verso la sua scrivania si sentì mancare le forze; dovette appoggiarsi all’armadietto dei cappotti per non cadere, le sembrò di sentire ancora una volta il profumo familiare. Quando riuscì a tornare nella stanza si sedette alla scrivania, il viso tra le mani; contemplò tristemente gli schedari, i tavoli ordinati, l’agenda meticolosamente aggiornata. Si sentiva mancare il respiro; si avviò verso la porta-finestra, uscì in terrazza, e si appoggiò al parapetto respirando profondamente, sperando che l’aria gelida le desse forza.

Così la vide l’altra quando uscì dalla stanza del capo. Le corse vicino, preoccupata, avvicinò al suo il viso fresco, protendendosi come per abbracciarla. Fu così che lei sentì nei capelli, negli abiti dell’altra qualcosa di familiare, un odore noto: il profumo del paletot di cachemire. Per un attimo sembrò davvero che le due donne si abbracciassero; il piede di lei si alzò a colpire, il braccio si tese a spingere un corpo fragile. Un fruscio di vesti fu subito inghiottito dal vuoto. Si ritrovò sola, mentre dalla strada giungeva un clamore sempre più forte. Voci estranee, rumori, persone invasero la quiete dell’ultimo piano. Fu solo quando gli ultimi poliziotti, gli ultimi curiosi si furono allontanati, che lei e il capo riuscirono a sedersi davanti a una tazza di thé per commentare gli ultimi, tragici avvenimenti. E fu allora, tendendosi verso di lui quasi incredula della confidenza che le veniva di nuovo accordata, che lei capì che cosa c’era di nuovo. Il profumo. Non poteva sbagliarsi, quel giorno il capo aveva cambiato profumo.

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