Insonnia                                                    

Notti bianche tra mitologia, cinema e letteratura

Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

“Come posso ritrovare la mia pace/se il ristoro del sonno mi è negato?” Non lo dico io, l’ha scritto William Shakespeare nel sonetto 28, uno degli scritti – ancor più bello se letto in originale, How can I then return in happy plight, That am debarr’d the benefit of rest? – che il poeta ha dedicato a chi trascorre notti insonni.

Ma nonostante tutto, il fatto che la difficoltà di riposare bene ci accompagni fin dalla notte dei tempi – per gli antichi greci il sonno, Hypnos, era addirittura una divinità – non ci è di grande conforto.

E’ vero, noi moderni facciamo di tutto per peggiorare la situazione: ritmi biologici alterati, cene tardi, serate passate fissando schermi illuminati che ci tengono svegli. E se oggi esistono come mai prima strumenti farmacologici (e non) in grado di risolvere almeno temporaneamente il problema, il rimedio può essere peggiore del male perché si tratta di sostanze che tendono a dare assuefazione e rischiano di peggiorare il problema che andrebbe risolto, assicurano gli esperti, con una migliore igiene del sonno.

Che poi, il fatto di non dormire è forse il problema minore. Tutti noi abbiamo passato notti in piedi senza risentirne troppo. Il guaio vero è che le ore di veglia si portano dietro ansie e pensieri inquietanti che, lo sappiamo, svaniranno alle prime luci dell’alba ma che in quel momento sembrano insormontabili e ci impediscono di riposare. Non a caso film e letteratura associano spesso l’insonnia a una crisi emotiva o fisica, dai tormenti di Agamennone nell’Iliade alle sofferenze di Filottete nella tragedia omonima, ai tormenti di Macbeth che scopre di avere, col suo delitto, “ucciso il sonno” condannandosi a un’insonnia perpetua.

E anche in epoche più recenti ci sono vari romanzi con questo titolo, come Insonnia di Tahar Ben Jelloun, un noir che descrive inquietanti stratagemmi per vincere l’insonnia, o il romanzo di Stephen King in cui la mancanza di sonno del protagonista, generata dal rimpianto per la scomparsa della moglie, apre la porta a una serie di terrificanti apparizioni.

Senza dimenticare film come Insomnia, in cui il detective interpretato da Al Pacino perde il sonno a causa dei sensi di colpa. Certo c’è anche il delizioso Insonnia d’amore, ed è una storia romantica, anche se in realtà il titolo originale – Sleepless in Seattle– faceva riferimento proprio all’insonnia del protagonista, causata dalla perdita della donna amata. Film a parte, è vero che le fantasticherie romantiche possono farci rimanere svegli: ne parla anche il solito Shakespeare in diversi sonetti, e la storia della letteratura è affollata di amanti insonni, anche se possiamo pensare che in fondo rinunciare al sonno per inseguire col pensiero la persona amata non sia poi così sgradevole.

Nella realtà, è spesso difficile capire se non dormiamo perché siamo angosciati o se è il fatto stesso di svegliarci ad aprire la porta a pensieri negativi che comunque ci impediscono di riaddormentarci. Sarebbe anche il caso di ricordare che non tutti abbiamo bisogno di dormire lo stesso numero di ore: per la vostra cronista riposare meno di sette/otto ore significa condannarsi a una giornata improduttiva e spiacevole, ma conosco molte persone della mia età che stanno bene anche dormendo molto meno.  E c’è anche chi, come lo storico americano Roger Ekirch, ha teorizzato che la bella notte di sonno come la intendiamo noi, insomma l’abitudine di dormire sette/otto ore di fila, non sia un imperativo biologico ma una convenzione moderna determinata dall’introduzione della luce artificiale. E, in effetti, ci sono testimonianze storiche e ricerche che dimostrano come sia possibile dormire due/tre ore, svegliarsi in piena notte rimanendo vigili un paio d’ore e poi rimettersi a dormire senza troppi problemi (che per inciso, è più o meno quello che fanno molti di quelli che si addormentano sul divano guardando la televisione.)

Per quanto mi riguarda, sono sempre stata portata a seguire l’esempio di mia madre, tiratardi e dormigliona nelle ore mattutine, più che quello di mio padre che era decisamente mattiniero. Però per molti  anni non ho avuto problemi di insonnia, e anche adesso quando sono in pace con me stessa, le 7/8 ore di sonno non sono un traguardo irraggiungibile. Poi, come tutti ho i miei trucchi, rimedi naturali o omeopatici, qualche trucchetto mnemonico per staccare il cervello – interminabili operazioni matematiche o lunghi elenchi di parole che cominciano con la stessa lettera – ma soprattutto la voce assicurante della televisione che mi fa compagnia se per caso tardo a prendere sonno o mi sveglio a metà nottata. Certo, ci vuole il programma adatto, non troppo rumoroso ma abbastanza interessante da distrarmi: quando riesco ad avere come sottofondo la voce gentile di Hercule Poirot – ossia, del doppiatore italiano di David Suchet- prendo tranquillamente sonno, nella certezza di avere vicino una guida autorevole che sovrintende al caos delle nostre esistenze.

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