Il tempo dei semplici

L’ultimo libro di Luigi Nacci spiega come la semplicità non sia assenza di complessità, ma una forma diversa e più profonda di guardare la realtà

Di Enrico Fovanna – giornalista


Il tempo dei semplici, per molti di noi, era quello dell’infanzia. La stagione senza computer, social, algoritmi, intelligenze artificiali e altre diavolerie, come le definirebbero alcuni boomer miei coetanei.

La complessità, allora, esisteva certamente nelle nostre vite, ma aveva una natura diversa. Per molti poteva consistere nella fatica di mettere insieme il pranzo con la cena, di avere una casa, di trovare ogni giorno la propria quadra. Non era certo uguale per tutti la fatica del vivere: anche nei primi decenni del dopoguerra c’era chi stava bene, chi si era arricchito, chi abitava in splendide ville.

Ma, in generale, il contesto sociale sembrava conservare una sorta di fluidità che oggi appare in gran parte scomparsa. Anche, e soprattutto, nei rapporti personali.

Il tempo dei semplici, forse, non è mai esistito per tutti. Qualcuno non ha avuto il privilegio di sottrarsi alle ipocrisie e ai meandri del quotidiano, agli incredibili slalom che oggi molti di noi sono costretti a compiere per restare in equilibrio, o semplicemente per stare nella società.

Era il tempo delle famiglie riunite attorno a un desco, dei figli costretti a inventarsi un futuro, soprattutto quando le risorse erano poche: partire per una città, tentare la sorte con l’università, affrontare la fatica, cercare un lavoro. Un tempo difficile, certo, ma nel quale forse i desideri erano più nitidi e le cose, almeno in apparenza, più semplici.

Il tempo dei semplici è anche il titolo di un libro straordinario, uscito da poco per Einaudi, nella collana Supercoralli. L’autore è il triestino Luigi Nacci, poeta, scrittore e camminatore, conosciuto per i suoi libri e per la sua attività intorno al tema del viaggio a piedi. Nacci è un viaggiatore instancabile e una delle voci più autorevoli della cultura del camminare, che racconta come esperienza fisica, filosofia di vita ed educazione sentimentale.

Questa volta, però, il cammino non conduce in un luogo geografico. Conduce dentro la memoria. In una sua area profonda e segreta, alla ricerca di uno dei sentimenti più universali: l’amore. In questo caso, quello tra un figlio e i suoi anziani genitori.

Il libro non è un romanzo, ma una raccolta di episodi, aneddoti e ricordi di una giovinezza vissuta a Trieste, accanto alla propria famiglia. Il padre e la madre sono i “semplici” del titolo. Semplice è il loro mondo, il contesto nel quale Luigi è cresciuto: la Trieste di allora, la modestia e le ombre di un rione popolare, una quotidianità fatta di gesti minuscoli e di rapporti autentici, sinceri, carichi di sentimento.

In questo viaggio c’è di tutto: la malattia, la fatica del quotidiano, la gioia del ritrovarsi, la volontà di affrontare insieme le contraddizioni e gli ostacoli dell’esistenza. E c’è soprattutto il dono di una consapevolezza che, con il passare degli anni, accompagna chi ha davvero vissuto.

Il libro ruota dunque quasi per intero attorno al rapporto di un figlio con i suoi genitori anziani, ancora in vita ma già segnati dallo scorrere del tempo e dalla fragilità dell’età. È un omaggio a due figure umili: un padre arrivato dal Sud, con alle spalle una storia di sacrifici, e una madre nata in un quartiere povero triestino.

«Siamo cresciuti in un rione di case popolari dove il tempo sembrava scorrere con una calma antica. Non c’era la fretta di dover dimostrare niente a nessuno: bastava la sera sul balcone, il saluto ai vicini, la cura per le piccole cose di ogni giorno.»

Sullo sfondo di ogni sguardo c’è una Trieste lontana dai fasti imperiali e dall’immagine turistica di oggi: una città di rioni periferici, operai, famiglie e piccoli microcosmi popolari, restituiti attraverso una prosa poetica, lineare ed essenziale.

È un libro delizioso, da leggere d’un fiato oppure, forse meglio, da centellinare lentamente. La scrittura fluida e magnetica di Luigi non cerca effetti speciali: proprio attraverso la sua semplicità riesce a ipnotizzare, assorbire e conquistare.

Insegnante, poeta e guida escursionistica, Luigi Nacci ha iniziato la sua carriera letteraria con la poesia, per poi dedicarsi alla narrazione del viaggio a piedi e della viandanza. Tra i suoi saggi e resoconti narrativi più noti si ricordano Alzati e cammina (Ediciclo, 2014), Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale (Laterza, 2016), Trieste selvatica (Laterza, 2019) e Non mancherò la strada (Laterza, 2022). Per Einaudi due anni fa era uscito il romanzo “I dieci passi dell’addio”.

Il senso del suo ultimo lavoro è racchiuso, forse, nelle parole dello stesso autore: «Mio padre e mia madre sono stati due semplici. Semplici erano i loro gesti, le loro parole, il loro modo di stare al mondo e di guardare alle cose senza sovrastrutture, senza l’ambizione di apparire diversi da ciò che erano».

Forse è proprio questo che resta, alla fine, del libro di Luigi Nacci: la sensazione che non sia la semplicità affatto l’assenza di complessità, ma una forma diversa, e forse più profonda, di guardare alle cose. Un modo di stare al mondo che rischiamo di perdere e che, qualche volta, i ricordi ci permettono ancora di ritrovare.

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