Arte contemporanea tra emozioni e perplessità

Considerazioni intorno alla mostra di Rothko a Palazzo Strozzi

Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

“Lo potrebbe fare anche un bambino … ”. Quanti di noi, di fronte a un quadro fatto di poche linee o macchie di colore, hanno avuto la tentazione di dire una cosa del genere?  Non sempre un’opera moderna o contemporanea “arriva” facilmente alla nostra mente e al nostro cuore, e non vale solo per la pittura ma anche per la musica. Però sarebbe banale liquidare sbrigativamente anche le sperimentazioni più ardite. Lo conferma il successo ottenuto dalla mostra di Mark Rothko, a Firenze presso la sede di Palazzo Strozzi fino al 23 agosto (info e biglietti www.palazzostrozzi.org ). In sintesi: se potete andateci, e preparatevi a emozionarvi. A poco meno di un mese dalla chiusura la mostra, con oltre 200mila presenze, ha superato il numero di visitatori dell’esposizione precedente dedicata al Beato Angelico, una strepitosa raccolta di capolavori rinascimentali perfettamente inseriti nella cornice fiorentina e in grado di entusiasmare anche i visitatori meno attenti.

Foto Mark Rothko (Consuelo Kanaga)

 Anche le sale dedicate a Rothko, però, raccontano l’interesse dell’artista per la tradizione rinascimentale, che trovava profondamente affine al suo lavoro, e alla città di Firenze che conosceva bene.

E il percorso fiorentino – accanto a Palazzo Strozzi che è la sede principale della mostra ci sono sezioni speciali al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana -propone una settantina di opere provenienti da musei e collezioni private, dalle prime opere figurative o ispirate al surrealismo ai grandi riquadri colorati per cui Rothko è soprattutto famoso.

Che l’arte astratta, o altre forme pittoriche non figurative, siano una scappatoia per chi non sa dipingere è una banalità che davvero non vale la pena di ripetere, e basta visitare qualche museo per rendersene conto. Ci sono artisti che non amo affatto, come Picasso, la cui lunga carriera artistica mostra chiaramente come certe forme che ancora oggi ci sconcertano siano un’evoluzione e non una facile scappatoia.

 Lo stesso vale per Rothko, nato nell’attuale Lettonia nel 1903 e arrivato bambino negli Stati Uniti dove morirà suicida, a New York, nel 1970.  Cominciò a dipingere solo verso i venticinque anni, dopo avere accompagnato un amico a una lezione di disegno dal vero, ma rimarrà in gran parte autodidatta formandosi autonomamente attraverso la lettura dei critici e le visite al Metropolitan Museum of Art di New York.  Ed esplorando vari stili, fino ad arrivare ai grandi rettangoli colorati che oggi associamo al suo nome, ottenendo riconoscimenti crescenti. Il che non gli impedì di rimanere piuttosto schivo e interessato soprattutto alla sua arte, come scrive il figlio Christopher che è tra i curatori della mostra fiorentina.

“Un dipinto non è l’ immagine di un’esperienza, é un’esperienza con cui entrare in contatto”, affermava l’artista, invitando il pubblico a osservare i suoi quadri da vicino.  E guardandoli ho avuto davvero la sensazione di immergermi nel colore e nelle emozioni che questo trasmette.

Facile? Onestamente non lo so, e non so neanche dire se questa impressione valga per tutti. Però credo che valga la pena provare. Io, che non ho una particolare formazione artistica, ho sempre amato Rothko, come amo – per citare artisti accusati a volte di “ farla facile” – Lucio Fontana e i suoi tagli, o i sacchi di Burri. E tra le opere più vicine a noi confesso una predilezione per quelle con cui si può interagire avvicinandole o camminandoci dentro:  per esempio, ricordo con emozione Maman, la gigantesca scultura a forma di ragno realizzata in varie copie da Louise Bourgeois, di cui ho visto la versione che si trova a Bilbao, fuori dal Museo Guggenheim.

Non so dire però se emozionarsi sia sufficiente per dire che si è compresa un’opera d’arte. Vale forse per Rothko che invitava a vivere le sue opere senza filtri, meno per autori più lontani da noi, del cui lavoro è difficile cogliere interamente il significato a meno di conoscere a fondo quel periodo storico: penso alla complessità di certe opere rinascimentali per le quali senza una formazione specifica è difficile andare oltre un immediato apprezzamento estetico.

 Ma chi decide, e come, che cosa sia davvero arte? Negli stessi giorni in cui ho incontrato Rothko, ho visitato, sempre a Firenze, nei bellissimi spazi dell’ex carcere delle Murate, Pensare & Comunicare: Il Segno toscano, una mostra di manifestidedicata alla comunicazione visiva come strumento di crescita culturale e sociale. Un esempio interessante di come un’espressione artistica possa servire a informare e veicolare messaggi (la mostra si è conclusa, ma molti dei manifesti si trovano al MAGMA – Museo Archivio della Grafica e del Manifesto di Civitanova Marche https://www.museomagma.com/ ) .

Durante la visita mi è successo però di ammirare un oggetto – una superficie sbreccata in un curioso alternarsi di colori – che mi pareva interessante ma fuori contesto. Fin quando il curatore della mostra che mi accompagnava non mi ha fatto notare che si trattava dello sportello piuttosto rovinato di un armadietto per contatori.  Osservando divertito, di fronte al mio imbarazzo, che non ero l’unica ad averlo scambiato per una delle opere esposte, e che questo gli aveva ispirato qualche riflessione: può esistere un’arte involontaria? E come definire un oggetto che, in modo assolutamente imprevedibile, ci trasmette emozioni?

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