Il Natale che non c’è più

Tema ostico per me, che detesto la retorica. E anche il Natale fatica a piacermi…

Di Amelia Belloni Sonzogni  –  scrittrice

Il Natale e tutto l’apparato che lo accompagna non mi hanno mai coinvolto del tutto. Forse certi aspetti mi ammaliavano da bambina: il calendarietto dell’Avvento, con le finestrelle aperte su immagini fiabesche, ma senza dolcetto; la letterina da scrivere a Gesù Bambino e i regali ricevuti, anche se non erano mai quelli richiesti; i ricordi di qualche giornata passata con i cuginetti a giocare con un meraviglioso trenino elettrico che occupava un’intera stanza, la sensazione di sentirmi bellissima con il vestitino rosso e le calze lunghe indossate per la prima volta, per l’occasione.

Ci sono spiegazioni motivate a questo sentire: la più immediata e rivelabile è la mia insofferenza alle feste comandate con tutti i riti annessi e connessi; e poi l’inevitabile assenza di persone care che lo scandire dell’esistenza ha portato via.

Ci sono tuttavia modi, penso, per mantenere sempre viva una sintonia con chi attraversa la nostra vita, ed è questa la cosa importante; ci sono modi per dimostrarla con costanza, altrimenti il Natale diventa un’altra di quelle “giornate internazionali del/della” che ormai rimpinzano i calendari e i più rincorrono con la medesima frenesia degli acquisti, mai come quest’anno diventata uno stereotipo vuoto per cause di forza maggiore.

Credo che questi modi siano in sintesi la presenza, il dono e l’aiuto per quanto possibile. E dovrebbero essere fondamenta nella costruzione delle persone. A loro poi il compito di realizzarle, declinandole al meglio.

Non so se il Natale c’è ancora o non c’è più; per me conta il quotidiano dell’esistenza, in cui si offre e ci si spende, salvo correggere il tiro, perché “buona a tutti i costi” non mi calza.

Questo il senso ultimo della scrittura breve che propongo al direttore. Si intitola Cestini: quando c’era il Natale che non c’è più, il cesto di frutta era un dono prezioso, simbolico e beneaugurante. È essa stessa un dono, ne racconta il senso, prova a spiegare lo spirito di chi dà e quello di chi riceve.

È tratta da Estemporanea. Scritture brevi con quadri d’autore, libro i cui proventi – a proposito di aiuto – in questo caso vanno tutti all’Associazione A…fido – ODV di Campobello di Mazara (TP).

E quindi grazie, direttore, per l’ennesima opportunità che mi offri di divulgare.

Cestini

«Ma cosa ve ne fate di tutto questo raccolto, lo vendete?»

«No, ci fa piacere regalare quello che non consumiamo o conserviamo».

«E vi arriva qualcosa in cambio?»

«Quando si fa un regalo, di solito, non ci si aspetta qualcosa in cambio. Tutt’al più barattiamo».

«Con cosa?»

«Uova, vino, un prodotto che noi non coltiviamo ma la persona con cui si scambia, invece, produce. L’importante è che il cibo non sia sprecato».

«Potreste anche coltivare di meno».

«L’intenzione non è certo di esagerare, però non è possibile prevedere la resa. Quest’anno, ad esempio, abbiamo raccolto il triplo dei pomodori con la stessa quantità di piante dello scorso anno».

«E li avete regalati?»

«Come lo devo spiegare?»

«Mi sembra così strano…»

Questo è il prototipo di conversazione che si svolge – per fortuna non con tutti – quando spieghiamo la nostra attività di contadini per caso, consumo personale e puro piacere e mostriamo il raccolto, o ne raccontiamo, oppure offriamo un mazzetto di fiori di zucca, una manciata di pomodorini, un paio di peperoni. Domande legittime a fronte di una quantità di prodotti che appare esagerata anche a noi. Ma, se la terra dà, soprattutto senza forzarla né sfruttarla né avvelenarla, è un dovere raccogliere e dare a nostra volta; secondo noi.

È triste che appaia strano; ma è desolante, dopo aver lasciato un cestino sulla soglia di casa di qualcuno, sentirsi chiedere: «È arrivato il fruttivendolo?»

Allo stesso modo amareggia leggere, talvolta, nell’espressione di chi riceve e ringrazia, una domanda inespressa: «E ora? Mi tocca ricambiare?»

Ma no! Lungi da noi creare imbarazzo. Non usiamo quel tipo di bilancia che pesa dare e avere. Caso mai, con il tempo, perché siamo un po’ tonti in realtà, soppesiamo i gesti che raccontano chi li compie.

Abbiamo trovato persone, poche ma buone, che apprezzano perché hanno compreso; ce le teniamo strette e proseguiamo imperterriti, convinti del nostro agire e del nostro lavoro, pronti a rimodulare le nostre colture per consumo e baratto.

Se dovesse avanzare ancora qualcosa? Oltre la recinzione del nostro orto, passano i cinghiali: loro, di sicuro, penseranno a quanto sia più sensato non oltrepassarla e sfamarsi con ciò che trovano a disposizione. Grati, reciprocamente.

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