La mia sfida inseguendo un  sogno

Una scommessa durata una vita intera

Di Luciano Ragno -giornalista

Una bellissima illustrazione di Claudio Ronchetti, compianto disegnatore e grafico de “Il Messaggero”, che simboleggia al meglio la sfida dell’autore.

 Un giorno, tanti anni fa, con il professore Fernando Aiuti, incontrai Madre Teresa di Calcutta. Si discuteva sulla  realizzazione  a Roma di una Casa alloggio finanziata dall’Anlaids per donne malate di Aids, da ospitare assieme ai loro figli.

    Aiuti: “ Madre, è una grande sfida, non so ci riusciremo”.

     Madre Teresa:

    “ La vita è opportunità, coglila. La vita è bellezza, ammirala. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne una realtà. La vita è una sfida, affrontala”.

Segnai queste meravigliose parole sul mio taccuino. E spesso le ho rilette.  E oggi, riflettendo, mi chiedo: “Luciano, se la vita è una sfida, l’hai affrontata? E com’è andata?”.

   Allora riavvolgo il nastro della mia lunga esistenza e vado  a vedere se e come ho sfidato la vita.

   Metà anni ’50 a Foligno, la mia città. Frequento il Liceo Classico. In una chiesa sconsacrata e trasformata in palestra ascolto un pugile che racconta la vittoria  contro un forte avversario. Aggiunge : “ Purtroppo nessun giornale ne ha parlato”. Ascolto e memorizzo.

   A casa un’idea: racconto io quella vittoria.

 Un foglio a quadretti e la biro. E nasce un articolo.

  E adesso? Altra idea, un  azzardo: porto l’articolo alla redazione  di Foligno de “Il Messaggero”, il quotidiano sempre presente in casa.

   Arrivo in bicicletta alla redazione. In tre nella grande stanza del bellissimo palazzo a scrivere davanti  alle  maestose “Remington”. Già questo mi affascina.

   Un signore- è l’avvocato Giuseppe  Galligari, sarà il mio maestro- mi accoglie sorridente, senza nascondere  la sorpresa.

  “ Se le interessa, avrei scritto questo…” . Saluto e vado via.

   Il giorno dopo mio padre mentre legge “Il Messaggero”: “ Luciano, sul giornale c’è un signore che si chiama come te”.

   Leggo, salgo sulla bicicletta , torno in redazione. Ringrazio. Poi un altro azzardo :  “ Mi prendete? Voglio diventare come voi, un giornalista”.

  E lui, Giuseppe Galligari, sorridendo: ” E’ una sfida, prova a vincerla. Voglio darti fiducia perché hai entusiasmo.  Sei dei nostri”.

   E’ l’inizio della sfida. Durata una vita.

    Ragazzo di provincia davanti al mondo. Sognando di raccontare il mondo.

    Intanto racconto Foligno. Ma diventa molto difficile far coincidere scuola, studio, ricerca di notizie e il tempo per raccontarle  sulla “Remington”. Non mi arredo.

   Avverto  che sto diventando grande. Entro nel cuore della mia città. Non è solo strade, bar, monumenti, gente anonima, negozi. E’ storia di persone che piangono al pronto soccorso mentre mi raccontano l’incidente stradale. E di quel signore che ha fatto 13 al Totocalcio. E anche di quell’uomo politico che promette e  chissà se manterrà.

    Scopro la vita. Diversa da quella  fino ad ora vissuta: casa- scuola- amici -stadio- bar. La ma vita quotidiana è stravolta.

      La sfida va avanti.

      E un giorno gioco  la carta dell’azzardo. Mi devo iscrivere all’Università.  Davanti a mio padre e mia madre- Andreina è maestra elementare,  Rinaldo, direttore didattico- in salotto.  Un sospiro profondo: “Mandatemi a Roma, lì c’è il Messaggero”.

   Andreina e Rinaldo mi  guardano negli occhi:  vedono forza, entusiasmo e convinzione. Non mi  deludono.

    E il ragazzo di provincia sale sul treno per  Roma. La Capitale. Così vicina e così lontana.

  Non sono solo.  E’ con me una paziente ragazza, Marisa. Anche lei ha letto nei miei occhi la sincerità, la forza, la passione, la convinzione. Ha fiducia in me. La mia  sfida diventa la sua sfida. Sarà- con le mie figlie Andreina e Claudia- il sostegno, l’incitamento, il ‘bravo !’  nei successi e la consolazione nelle delusioni. Per tutta la vita.

  Dov’ero rimasto ? Ah, sul treno.

  Mi presento al  “Messaggero” in via del Tritone. La Reggia. 

  Mi riceve il caporedattore della redazione Province, Lorenzo Focolari . “ Sono Luciano Ragno, faccio parte della redazione di Foligno.  Mi trovo a Roma perché seguo le lezioni all’Università; posso venire qualche volta qui al giornale ?“.

   E Focolari: “ Mi piace il tuo coraggio. Va bene, quando sei libero dalle lezioni, vieni qui”. Ancora grazie, grande capo.

  Da quel giorno più al “Messaggero” che a lezione. I colleghi mi accolgono con grande affetto. Cominciano ad affidarmi  articoli da correggere.

    E scopro quello che, in seguito, vedrò raramente: l’incoraggiamento. Che diventa fiducia. E la fiducia diventa forza. I giornalisti, specie quelli con i capelli bianchi,  mi invitano a non mollare,  assicurano il sostegno.  E mi insegnano la professione.

   Ora  sento colleghi che, se non scoraggiano,  mettono in guardia i giovani con la voglia di diventare giornalisti: “ La carta stampata è in crisi, la possibilità  di essere assunti è molto bassa, meglio tentare altre professioni”.

   Passano mesi. Anche due anni. Nel giornale sono uno di loro. Mi  stimano e mi vogliono bene, mi incoraggiano.  Ho la responsabilità di una pagina di una regione del Sud.

  Un dettaglio: non prendo alcun compenso, lavoro gratis. Vivo in una pensione  dove sconvolgo i ritmi perché rientro alle tre di notte.  Per rientrare l’auto di un collega o il tram.  Impossibile una moto, figuriamoci un’auto.

    Finalmente un giorno il primo compenso: 50 mila lire al mese. Che gioia e che sospiro di sollievo.

   E accade un miracolo, primo di tanti. I miei genitori e quelli di Marisa si consultano: “ Luciano è solo a Roma, vive in una pensione, lavora tanto, anche di notte. Aiutiamolo. Perché non facciamo sposare Marisa e Luciano ?  Pensiamo a tutto noi”.

   Marisa e Luciano si sposano. Piccolo grazioso appartamento al quartier Appio. Un altro miracolo: dopo un anno  nasce Andreina. Dopo altri sei anni  nascerà Claudia.

   E poiché i miracoli si danno una mano ne arriva un altro: il contratto di assunzione al giornale. Luciano diventa un giornalista del “Messaggero”. Ma c’è un problema, non  piccolo. La legge prevede che bisogna sostenere un esame per essere iscritti all’Ordine  dei Giornalisti, preceduto da 18 mesi di praticantato al giornale.

 Non mi rassegno.

      Il tempo passa velocemente. Tanto impegno, grandi soddisfazioni, primi articoli a mia firma. Ritorno a casa che è quasi l’alba, tutti i i giorni, domenica compresa. Reggo il ritmo, il sostegno di Marisa è immenso. Ancora e sempre grazie.

   Arriva il giorno dell’esame. Superato. Sono un giornalista professionista. I primi pensieri. A quel pugile nella chiesa sconsacrata. All’avvocato Galligari:  “Ti aiuto, sei coraggioso”. A mio padre in quel pomeriggio “ Luciano, c’è una persona che sul giornale si chiama come te”. A Lorenzo Focolari: “ Il  giornale ti apre le porte”.

  Passo dalla redazione Province a quella Esteri, con un capo indimenticabile, Maurizio Montefoschi. Dal semaforo che non funziona in quella cittadina del Sud alla guerra fredda  Stati Uniti/ Unione sovietica. Poi vado alla redazione Interni con un altro caporedattore indimenticabile, Giuliano Capriotti. E’ tempo delle stragi che sconvolgono l’Italia.

   Fino a un altro miracolo. Il direttore, un grande direttore,  Vittorio Emiliani , mi nomina inviato. Da redattore semplice a inviato. Un salto da primato olimpico.  Grazie Vittorio, un abbraccio.

  E tutto diventa magia. In viaggio per il mondo: vederlo e raccontarlo. Addirittura in prima pagina.

  L’uomo sulla Luna, i primi passi dell’ Italia nello Spazio, le conquiste della Medicina ( intanto seguo anche le notizie di Scienza), le crisi di governo in casa nostra e fuori, guerre e tragedie legate al clima, iniziative culturali.

    Sempre in viaggio con accanto la mitica “Olivetti Lettera 22” con quel foglio bianco da riempire. Poi verrà il computer portatile, ma la “”22”  era magica.

   Viaggio, raccontando il mondo, anche quando divento caporedattore della redazione Province ( là dove avevo iniziato).

    In giro per il mondo scopro che non ha pace. Non ama i deboli. Non ha pietà. Ma conosco  anche il volto più bello: persone dal cuore grande che aiutano chi è in difficoltà, soprattutto gli invisibili.

   Senza soste, per anni. In Mali, Giappone, Filippine, Alaska, Muraglia cinese,  India, Stati Uniti ( fin lassù, l’Alaska), e ancora più su: Polo Nord. Ma anche Argentina, Guyana Francese. Ovviamente tutta Europa : dalla Piazza  Rossa al  Tamigi, fino al Mar Caspio. E tanto, proprio tanto, altro mondo… Giro con il mappamondo in tasca.

   Adesso che sono in pensione non smetto di “leggere’ il mondo. E vedo che non ha imparato la lezione. Non ha pace, non ama i deboli , non ha pietà.

    Lo seguo davanti al computer.  E prendo appunti. Mi servono per il mio colloquio quotidiano con gli amici in uno spazio di riflessioni su Facebook. Così da cinque anni. E per i miei libri.

      Sempre con la voglia di  guardare intorno e raccontare.

      Non c’è più il sogno. E’ diventato  realtà. E’ accaduto.

 “Niente accade se non è preceduto da un sogno”, ha detto un giorno il grande poeta americano Carl Sandburg.

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