La Sfida delle Sfide

Mettersi in gioco, superare i limiti, riscrivere le regole. Qui inizia ciò che ci trasforma davvero

Di Dario Francolino

La sfida delle sfide? È quella contro noi stessi. C’è una data che vale più di un titolo: il 13 aprile 2026. Quel lunedì Jannik Sinner è tornato numero 1 del mondo. Non era un recupero. Era una dichiarazione.

Jannik Sinner in campo

Prima Indian Wells, poi Miami, poi Montecarlo, poi Madrid. Una striscia che i commentatori più anziani faticavano a ricordare. E poi Roma, il 17 maggio: gli Internazionali d’Italia vinti per la prima volta, cinquant’anni esatti dopo Adriano Panatta. Una sfida con la storia, questa, non solo con gli avversari in campo. Una sfida con il tempo, con la memoria collettiva di un Paese che aspettava quel momento da mezzo secolo.

Ma la sfida che mi ha colpito di più non era quella in campo. Era quella che Sinner ha dovuto affrontare dentro se stesso nei mesi precedenti, quando il caso doping, archiviato ma non dimenticato, pesava su ogni conferenza stampa, su ogni intervista, su ogni sorriso che doveva sembrare normale. Björn Borg, negli anni Settanta, si ritirò a 26 anni perché la pressione mediatica e il peso di essere sempre il migliore lo avevano svuotato. McEnroe ha raccontato decine di volte la sfida quotidiana con la propria rabbia, più difficile da gestire degli avversari in campo.  Sinner ha scelto il silenzio. E ha continuato a vincere.

E poi è arrivata Parigi.

Al secondo turno del Roland Garros, eliminato dall’argentino Juan Manuel Cerundolo. Una sconfitta che ha attraversato l’Italia come una scossa. Inspiegabile, a prima vista. O forse no.

Jannik aveva corso per cinque settimane senza mai fermarsi davvero. Il corpo dice stop quando la mente non vuole sentire ragioni. È una sfida antica quanto lo sport stesso: quella tra la volontà di continuare e il limite fisico che non chiede permesso. Federer la conobbe bene: vinse Wimbledon 2017 dopo sei mesi di stop forzato, tornando a 35 anni quando tutti lo davano finito. La sfida più bella della sua carriera non fu nessuna finale. Fu la decisione di tornare in campo.

Roger Federer

Alcaraz, nel frattempo, era fermo per un infortunio al polso. La rivalità che doveva accendere Parigi si è spenta prima ancora di cominciare. E questa assenza ha reso tutto più solitario. Perché la grandezza ha senso pieno solo se c’è qualcuno all’altezza di guardarla in faccia. Anche Ali lo sapeva: senza Frazier, senza Foreman, senza la sfida che brucia, il campione rischia di diventare una statua.

Carlos Alcaraz

Qui sta il paradosso che il tennis ci mette davanti con una chiarezza rara: la sfida vera non è mai quella con l’avversario. È quella con se stessi, con il momento in cui corpo e mente smettono di parlare la stessa lingua. Sinner lo sa. Ed è forse per questo che, dopo Parigi, non ha cercato alibi. Ha detto solo che non era al cento per cento. Una frase semplice, ma che vale più di molte spiegazioni elaborate.

La sfida più difficile non è quella che si gioca davanti a sessantamila spettatori. È quella silenziosa, che si consuma negli spogliatoi, nei momenti di dubbio, quando nessuno guarda. Ayrton Senna la chiamava “il dialogo con i propri demoni”. Ogni mattina, diceva, devi convincerti di nuovo che ne vale la pena.

Ayrton Senna (1960- 1994)

Il tennis è uno sport radicalmente solitario. Sul campo si è da soli, come nelle decisioni che contano davvero. Nessuno può giocare al posto nostro. Ed è forse per questo che ci affascina: perché in quel rettangolo di terra rossa si recita, senza maschere, la commedia e la tragedia della condizione umana.

La sfida non finisce mai. Cambia solo avversario.

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