Quando il film entra in corsia: la sfida di MediCinema

La cineterapia scende in campo a fianco del paziente

Di Edoardo Rosati – giornalista medico- scientifico

https:www.medicinema-italia.org/

Ci sono luoghi in cui la parola «cura» sembra appartenere esclusivamente al linguaggio della tecnica. Reparti ospedalieri scanditi da esami, protocolli, monitor, parametri biologici e decisioni terapeutiche. Verrebbe da pensare che qui non ci sia molto spazio per altro. Eppure, proprio in questi ambienti dominati dalla medicina più concreta, da qualche anno sta trovando posto uno strumento che appartiene apparentemente a un altro universo: il cinema.

Può sembrare un paradosso. Che cosa c’entra una sala cinematografica con una terapia? Che relazione potrà mai esistere tra una pellicola e un percorso di cura?

La risposta è meno sorprendente di quanto sembri: il cinema non è soltanto intrattenimento, ma una delle forme più sofisticate di esperienza umana condivisa. Del resto, la parola stessa deriva dal greco kinema: movimento. E forse è proprio qui che alberga il suo potenziale terapeutico. Perché il moto delle immagini sullo schermo muove qualcosa dentro di noi. Emozioni. Ricordi. Pensieri che spesso rimangono bloccati. Parole che non trovano il coraggio di erompere. Muove parti di noi che la malattia, il dolore o la sofferenza psicologica tendono a cristallizzare.

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Le neuroscienze ci hanno insegnato che guardare un film è un’esperienza assai più complessa di quanto immaginiamo. Mentre seguiamo una storia, si attivano contemporaneamente reti cerebrali coinvolte nell’attenzione, nella memoria, nell’elaborazione emotiva e nell’empatia. Non assistiamo semplicemente a una narrazione: la viviamo. In un certo senso, il cervello collabora con il film. Colma gli spazi vuoti, connette le scene, attribuisce significati, anticipa sviluppi. Costruisce continuamente ponti tra ciò che osserva sullo schermo e quello che custodisce nella propria storia personale.

Entriamo in sala convinti di guardare una storia e alla fine ne usciamo portandocene addosso un’altra. Formalmente non è successo nulla. Nessuno ci ha interrogati o chiesto di raccontare qualcosa di personale. Eppure, mentre scorrevano i titoli di coda, dentro di noi è emerso un ricordo dimenticato, una ferita mai del tutto rimarginata, una domanda che credevamo archiviata.

Da questo nucleo profondo nasce l’interesse della medicina per il grande schermo. Perché un film riesce spesso dove noi falliamo: rende visibile ciò che fatichiamo a riconoscere. Accade attraverso i personaggi. Ci avviciniamo alle loro fragilità, sconfitte e speranze. A volte basta una scena, uno sguardo o una battuta pronunciata nel momento giusto per riconoscere un tratto che ci appartiene. Non diciamo ancora: «Sta parlando di me». Affermiamo semplicemente: «Capisco quel personaggio». Ma la distanza, in realtà, si sta già accorciando.

È in questo spazio intermedio che il cinema esercita una delle sue funzioni più preziose. Le emozioni che nella vita reale tendiamo a schivare, minimizzare od occultare, trovano una strada alternativa per affiorare. La paura, il senso di perdita, la rabbia, il desiderio di riscatto diventano improvvisamente osservabili. Nessuno ce li spiega: semplicemente li vediamo incarnati da qualcun altro. Così, ciò che apparteneva alla finzione rientra di soqquatto nella nostra biografia.

La storia sullo schermo diventa uno specchio obliquo. Non riflette la nostra immagine in modo diretto; la restituisce trasformata, abbastanza distante da poter essere squadrata senza timore, a sufficienza vicina da venire riconosciuta.

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 È qui che il cinema smette di essere soltanto spettacolo e diventa esperienza: uno spazio protetto in cui possiamo attraversare sentimenti complessi senza esserne travolti. Sperimentiamo il lutto senza averlo subito, la paura senza esserne minacciati, la speranza senza doverla necessariamente conquistare. Possiamo esercitare l’empatia, esplorare prospettive diverse dalla nostra e allenare quella flessibilità emotiva che spesso la sofferenza tende a irrigidire.

Non stupisce, allora, che negli ultimi anni la comunità scientifica abbia iniziato a osservare con crescente interesse ciò che accade tra uno schermo e uno spettatore. La cosiddetta cineterapia nasce proprio da questa intuizione: cavalcare consapevolmente il potere delle storie audiovisive per favorire processi di elaborazione emotiva e psicologica. Non si tratta di un’idea romantica né di una suggestione priva di fondamento. Numerosi studi hanno documentato benefici in contesti molto diversi: dall’oncologia ai disturbi dell’umore, dalla salute mentale alle condizioni caratterizzate da isolamento sociale e fragilità relazionale. Gli effetti più frequentemente osservati? Una riduzione dell’ansia e dello stress, un miglioramento del benessere psicologico, una minore percezione del dolore e una maggiore capacità di gestire ed esternare le proprie emozioni.

Naturalmente, sarebbe un errore attribuire al cinema poteri che non possiede. Nessuna pellicola sostituisce una psicoterapia, così come nessuna storia può rimpiazzare un trattamento medico. Il cinema non cancella la patologia. Può però modificare il modo in cui una persona la attraversa. E questa differenza è tutt’altro che marginale.

Su questa esatta premessa si fondano l’esperienza di MediCinema Italia e la sfida che questa realtà porta avanti da oltre dieci anni: introdurre le sale cinematografiche all’interno degli ospedali italiani, trasformando la visione di un film in un intervento complementare integrato nei percorsi di cura.

La forza di questo progetto non risiede semplicemente nella proiezione di una pellicola tra le mura ospedaliere. Sarebbe riduttivo considerarlo un modo per riempire il tempo o alleggerire una giornata difficile. L’idea è decisamente più ambiziosa: creare un habitat in cui il paziente possa tornare, almeno per qualche ora, a essere qualcosa di diverso dalla propria diagnosi. Perché purtroppo la malattia tende a restringere il mondo. Riduce le occasioni di incontro, ridefinisce i ruoli, a volte finisce per far coincidere l’identità di una persona con il suo problema clinico.

La sala cinematografica interrompe questo processo.

Nel buio partecipato di una proiezione non ci sono soltanto pazienti, caregiver od operatori sanitari. Siedono persone. Che ridono e si commuovono insieme. E trattengono il fiato davanti alla stessa scena. Dettagli? Nient’affatto. Perché una parte importante della sofferenza nasce proprio dal sentirsi soli nella propria storia. Le narrazioni condivise, invece, ci mostrano che altri hanno conosciuto la paura e trovato la forza per ricominciare. Ed è questa consapevolezza la forma più profonda di cura che il cinema sa offrirci.

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