
Mi sembrava impossibile. Per una volta tanto non mi ero ridotta all’ultimo momento per preparare bagagli, documenti e quant’altro. Probabilmente dipendeva dal fatto che stavo per iniziare un viaggio atteso da mesi: un volo con destinazione Melbourne, come unica giornalista italiana, in mezzo a tantissimi colleghi stranieri più medici di ogni nazionalità, per partecipare a un convegno sull’ictus.
Mi attendevano dieci giorni per scoprire una località in cui probabilmente non sarei più tornata, conoscere le novità sullo “stroke” e, non da ultimo, godermi due viaggi di oltre 20 ore l’uno (come ho già avuto modo di dire, le rotte aeree lunghe mi rilassano e mi ritemprano al tempo stesso). E questa volta non potevo proprio lamentarmi, pensai chiudendomi la porta alle spalle per raggiungere l’aeroporto. Sì, ero quasi in anticipo sul mio programma di marcia per prendere il treno- navetta che porta a Malpensa, per poi salire su un secondo aereo a Roma e di qui… il sogno. L’Australia.
Era il primo dicembre 2000 (l’anno si rivelerà fondamentale in questa storia) e viaggiavo in compagnia di una grossa valigia rossa con le rotelle. Dimenticate i trolley attuali con quattro ruote: allora si trattava di un bagaglio con due sole rotelline che, per guidare, richiedevano allenamento ed esperienza. Mi sentivo euforica e soprattutto soddisfatta di me stessa per la mia insolita puntualità, quando- mentre sedevo sulla navetta diretta a Malpensa- squillò il cellulare. Era un amico medico che mi chiedeva dove fossi. Alla mia risposta scoppiò a ridere e disse di affrettarmi. Fu in quel momento che “vidi” davanti agli occhi, senza bisogno di leggere il biglietto che custodivo in borsa, la scritta “Partenza: Milano Linate”.
A quel punto rimasi seduta al mio posto e aspettai che la carrozza ripartisse per il percorso inverso.
Dopo aver spiegato per telefono all’amico incredulo che la mia non era stata una battuta, a Cadorna (capolinea della navetta su cui avevo viaggiato per più di un’ora e mezza fra andata e ritorno) aspettai un taxi e gli dissi di volare (sì, gli dissi così) e di recapitarmi a Linate.
Naturalmente, a quel punto il mio aereo era già bell’e partito (forse già arrivato a Roma, chissà) e chiesi di salire sul primo disponibile. La signorina del check-in mi fece presente che comunque, una volta arrivata alla Capitale, non avrei mai e poi mai fatto in tempo a prendere quello prenotato per Melbourne. Lo sapevo ma volli comunque provare.
Seguita da più sguardi accorati mi imbarcai. A quei tempi andavo a Roma un paio di volte la settimana e pertanto ne conoscevo bene l’aeroporto. Purtroppo non avevo messo in conto un particolare non da poco: avevano iniziato una ristrutturazione e improvvisamente mi ritrovai davanti a un percorso sconosciuto, fatto di frecce e di indicazioni nuove. Nonostante fosse dicembre sudavo a più non posso, sempre pilotando come una disperata la valigia rossa.
Non so come ma infine mi ritrovai all’imbarco, dove una gentile signora non più giovane, diciamo Over, mi disse che l’aereo per Melbourne stava per decollare e quindi la mia trasferta finiva lì…
“Ma io devo prendere quell’aereo!” urlai. Mi guardò- lei – con occhi lucidi e poi mi chiese a bruciapelo: “Sa correre?”
In quel momento mi sentivo in grado di saper fare tutto. In breve: chiamarono il pilota e gli dissero che una poverina con una valigia rossa stava per raggiungere il velivolo… a piedi sulla pista.
Era il 2000, come ho detto, e non c’erano ancora tutte le misure di sicurezza obbligatorie che sarebbero scattate l’anno successivo. Così, mi fu consentito di non imbarcare l’ingombrante bagaglio, senza neppure esaminarlo, ma di portarlo con me. Credo che sia stata la sfida più disperata mai fatta con me stessa: raggiungere quell’aereo trascinando una maledetta valigia che ondeggiava ovunque su due minuscole rotelline. In quei lunghi minuti di corsa capii che cosa si prova quando si ha un infarto, ma la posta in gioco era troppo alta. Per dabbenaggine mi ero ritrovata in quella situazione e solo vincendo la mia personale sfida podistica ne potevo venir fuori.
Arrivata a bordo mi accasciai sulla valigia, mi portarono prontamente un bicchiere d’acqua e mi sedetti in una zona dell’aereo occupata da tanti giapponesi che mi osservavano perplessi.
Dopo venti minuti abbondanti, ripresa una respirazione normale, andai in bagno, lavai la faccia e mi rifeci accuratamente il trucco; poi, con tutta la calma e l’imperturbabilità che riuscii a dssumulare, arrivammo sorridenti – io e la mia valigia- al posto assegnato, fra alcuni medici che conoscevo, compreso il mio amico, ormai convinto che fossi a casa, a Milano… “Ma come hai fatto? “ balbettò sbalordito. In modo sibillino risposi solo questo: “So correre”.
Minnie Luongo
P. S. Un ringraziamento particolare a Carlo Ubezio che, ricorrendo all’Intelligenza Artificiale, con la sua bravura è riuscito a rendere al meglio la scena in cui io correvo- anzi, volavo- sulla pista per salire sul “mio” aereo.
