Piccolo memorandum per chi resta e chi va
Di Dario Francolino

Che cosa significa davvero partire? Non è solo prendere un treno o chiudere una valigia: è concedersi, per qualche settimana, il permesso di essere un’altra versione di sé. Viaggiare d’estate somiglia a un piccolo esilio scelto, un modo per capire se la vita che ci siamo costruiti ci appartiene ancora, o se ci siamo semplicemente abituati ad indossarla. E poi c’è l’altra opzione, meno raccontata ma altrettanto dignitosa: restare. Restare soli in città, quando tutti se ne vanno, non è una sconfitta. È un esperimento di silenzio.
I vantaggi del restare sono sottili ma concreti: la città cambia ritmo, si svuota, i bar diventano più intimi, si ritrova il tempo per il libro rimandato da mesi, per una passeggiata senza meta, per un cinema all’aperto o una libreria di quartiere che d’inverno non si aveva mai il tempo di visitare. Lo svantaggio ha un nome preciso: la solitudine improvvisa che arriva la sera, quando il telefono tace e la casa sembra più grande di quanto sia davvero.
È qui che il discorso si fa personale, e forse più urgente per chi ha superato una certa soglia dell’esistenza. Che cosa succede quando sei divorziato, e l’estate porta via anche gli affetti rimasti — la moglie di un tempo, i figli ormai grandi con vite proprie, i fratelli con le loro famiglie -? Si può sopravvivere a un’estate così? La risposta, con onestà, è sì — ma non per default: va costruita, come un mestiere.

Il primo passo è non aspettarsi che la libertà arrivi da sola: va inventata. Significa darsi un progetto piccolo e concreto: imparare un piatto nuovo ogni settimana, riprendere uno strumento musicale abbandonato, scrivere ogni giorno anche solo mezza pagina. Significa anche reinventare le relazioni: non aspettare la chiamata dei figli, ma coltivare amicizie orizzontali, nate per affinità e non per obbligo, come il vicino di casa, il compagno di tennis, il gruppo di lettura del quartiere. Sono legami meno automatici di quelli familiari, ma proprio per questo scelti, e la libertà, in fondo, è sempre una questione di scelta.
Con chi parlare, allora? Con chiunque non richieda spiegazioni continue. Un amico vero, d’estate, si riconosce da quanto poco bisogna giustificarsi con lui. E se non c’è nessuno a portata di mano, vale la pena considerare che parlare con un professionista — uno psicologo, un counselor — non è un segno di debolezza ma di cura verso se stessi, esattamente come lo è allenare il corpo.

L’estate, per chi resta solo, può diventare un laboratorio di identità invece che un tribunale della memoria. Non sostituisce chi manca, ma insegna qualcosa che nessuna famiglia riunita è in grado di fare: si può stare bene anche nel silenzio, se lo si abita con intenzione. E sopravvivere, alla fine, è solo il primo passo: il vero traguardo è scoprire che si può persino essere felici.
