Affetti e conflitti in un nuovo saggio sul poeta delle piccole cose
Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

Devo confessarlo: io, il Pascoli, l’ho sempre amato. Da quando a scuola ci imponevano lunghe poesie da imparare a mente e io, che di memoria ne ho sempre avuta pochina, preferivo comunque le sue agli altri classici che popolavano i programmi scolastici di quella lontana stagione. Alcuni versi mi sembravano anche allora un po’ retorici: oddio, la rondine che cade morta portando nel becco l’insetto per i suoi piccoli … Per non parlare di una cavalla in grado di dialogare a suon di nitriti. Ma poi, alla fine mi emozionavo. E quell’“atomo opaco del male” che chiude “X agosto”- il riferimento è al nostro pianeta- mi faceva accettare senza discutere tutto quello che veniva prima. Senza dimenticare le meravigliose descrizioni della natura, con cui Pascoli trasmette non solo emozioni ma anche colori e profumi: “Gemmea l’aria, il sole così chiaro che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, e del prunalbo l’odorino amaro, senti nel cuore” (Novembre).

Persino mio padre, che alla poesia era sicuramente refrattario, comprese la mia passione tanto da regalarmi, per non ricordo quale festività, l’opera omnia del poeta. Dove ho ritrovato i versi che ricordavo di aver letto bambina: la poesia “campestre, tenue, umile”, secondo una definizione dello stesso Pascoli che lamentava i maggiori successi del più altisonante Carducci. Ma anche molto altro, la cupezza, le inquietudini da cui i professori avevano cercato di tenerci lontani, l’assiuolo col suo canto di morte, e la nebbia che nasconde le cose lontane. Versi che raccontano un uomo per cui la natura, le abitudini, i luoghi familiari trasmettono serenità e sicurezza.
Ho provato la stessa sensazione visitando in tempi recenti i due luoghi cui è più legata la poetica pascoliana: la casa natia di San Mauro (oggi San Mauro Pascoli), dove sono stata lo scorso agosto, e il buen retiro di Castelvecchio in Garfagnana che ho visitato cinque anni fa. Edifici diversi eppure in qualche modo simili, semplici e confortevoli, che mi hanno fatto rivivere dettagli e profumi della casa toscana di mia nonna, in Val di Chiana.


Osservando gli arredi, le fotografie e i documenti si prova una stretta al cuore nello scoprire che il poeta, che immaginavamo saggio e maturo, è morto ad appena cinquantasei anni, un’età in cui oggi in genere siamo più che disposti a costruire, o ricostruire, una vita e una famiglia. Quella famiglia che Pascoli avrebbe voluto e che le circostanze e la sua storia familiare gli impedirono di formare. Lo conferma il recente “Pascoli inedito Nuove lettere e carteggi familiari”, un saggio a cura di Rosita Boschetti e Jessica Magalotti (Carocci 2026), che ripercorrendo epistolari e testimonianze contribuisce a disegnarne l’immagine di poeta contemporaneo e fanno in qualche modo piazza pulita di tante ipotesi in favore di uno scenario malinconico quanto realistico. Quello di una famiglia segnata da ripetute disgrazie – l’assassinio del padre del poeta seguito a breve dalla morte della madre e della sorella maggiore- in cui il maggiore più capace dei figli, e forse anche il più sensibile, ha finito col sacrificarsi per tutelare i fratelli e soprattutto le sorelle minori Ida e Maria, a prezzo di sacrifici economici ma soprattutto esistenziali. Partendo dalle tante lettere scritte dal poeta alla famiglia e agli amici, il saggio racconta un uomo cui la famiglia ha sempre creato problemi economici costringendolo a fare i conti con debiti non suoi. Senza dimenticare il peso anche emotivo della convivenza con le sorelle e poi, dopo il matrimonio di Ida, con la sola Maria, una scelta che ha spesso suscitato fantasie e sospetti senza troppi fondamenti.
Ma dalle foto e dai carteggi esposti e pubblicati emerge anche altro. La storia inimmaginabile di un Pascoli ragazzo, magro e attraente, che nella Bologna universitaria stringe amicizie destinate a durare una vita e non rinuncia a mettersi nei guai pe le sue idee socialiste se non anarchiche. Un giovane contestatore insomma, ben diverso dal serioso professore che siamo abituati a vedere, raccontato in modo delicato e un po’ fantasioso nel recente film “Zvanì Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli” di Giuseppe Piccioni. Non sappiamo, e non sapremo mai davvero, quanto abbia pesato sulle scelte del poeta la necessità di prendersi cura delle sorelle e soprattutto di Maria, detta Mariù. «Trovai la bellezza fresca e giovanile, che mi si offriva: non la volli: ho le mie sorelle da maritare, trovai la ricchezza: non la volli: avevo le mie sorelle. Ora le mie sorelle si maritano, ed io? “, scriveva Pascoli al fratello nel 1895. E la domanda “E Mariù?”diventa la risposta automatica a chi gli segnali potenziali fidanzate. Non possiamo sapere se si sia trattato solo di senso del dovere, o di un paravento per nascondere altre fragilità. Ma sappiamo che Pascoli aveva amiche e corrispondenti con cui dialogava: il carteggio con Emma Corcos, la bella moglie del pittore livornese, è stato ricostruito da Francesca Sensini in “Non c’è cosa più dolce. Giovanni Pascoli ed Emma Corcos, lettere” (Il nuovo melangolo 2022) ed è la testimonianza romanzata di un’amicizia durata una vita, e osteggiata da Mariù che nascose al poeta le ultime lettere dell’amica. E sappiamo che Pascoli ha provato e suscitato sentimenti di amore, ha sognato la possibilità di un “avvenire gentile” ed ha progettato di fidanzarsi con la cugina Imelde, progetto poi naufragato a causa dell’intromissione di Maria. E anche che, nonostante le vicissitudini familiari, Pascoli aveva nei confronti delle donne un atteggiamento di rispetto e di considerazione non proprio comune per quei tempi.
A uccidere il poeta a soli cinquantasei anni è stata la malattia, probabilmente un tumore. Ma è pensabile che la poca cura che aveva per se stesso e una malinconia che sconfinava nella depressione abbiano contribuito ad affrettarne la fine. Eppure dai suoi scritti, accanto ai mille problemi quotidiani, emerge con forza la capacità di trarre gioia dagli affetti familiari e da una solida rete di amicizie ma anche dalla natura, “gran consolazione”, e dall’amatissimo cane Gulì che gli fu accanto per quasi vent’anni. Oltre che naturalmente dalla lettura e dalla poesia, “gli unici palpiti che mi permetto” come li definì lo stesso Pascoli, che saranno sempre la sua consolazione e il punto fermo di un’esistenza travagliata.