La mia abitudine? Il lavoro
Di Luciano Ragno – giornalista

“Nessuno osa dire addio alle proprie abitudini. Più di un suicida s’è fermato sulle soglie della morte pensando al caffè dove andava a giocare tutte le sere la sua partita a domino”. L’ha detto un giorno Honoré de Balzac.
L’abitudine non si tradisce. “Si cambia più facilmente religione che caffè”, diceva Georges Courteline.
Io non ho cambiato religione e invece più volte caffè. Infatti, rimango fedele a quella che considero la mia abitudine che è diventata il “marchio di fabbrica”: lavorare. Cioè impegnarmi.
Un lavoro, l’ammetto, non di grande fatica. È consistito nel guardare intorno.
Da solo, quel guardare, avrebbe portato solo una collezione infinita di immagini, a colori e in bianco nero, vivide e sbiadite, tante da far soffrire, alcune da strappare un sorriso, un paio forse una riflessione.
Invece ho avuto un compagno di viaggio: il desiderio di raccontare quello che avevo visto. Non tenere per me le sensazioni. Ma comunicarle.
Nel tempo quel desiderio sarebbe diventato abitudine. Ma all’inizio è stato apprendistato.
Mi affretto a raccontare a mia madre le mie sensazioni di quando- torno molto indietro nel tempo- vestito da figlio della lupa (ammetto, ne ero fiero) sfilo in strada con altri compagni in divisa. Quando- lo ricordo con commozione- vivo l’ansia di correre a casa e dire a mia madre, lei maestra, di quanto ero stato orgoglioso nel vedere mio padre diventare mio maestro in quinta elementare. Tutti i miei compagni lì ad ascoltarlo.
E lentamente l’abitudine diventa, se non ancora lavoro, un impegno.
Frequento il liceo classico. Un pomeriggio nella palestra della mia città, Foligno, ascolto un pugile che si lamenta di non aver visto con il giusto rilievo la notizia della sua vittoria su un affermato campione.
D’impulso mi appunto quello che il pugile sta dicendo. A casa scrivo quello che per me è un articolo, salgo sulla bici e mi presento alla redazione de “Il Messaggero”. A un passo dal mio Liceo.
“Avrei scritto questo”, dico emozionato, consegnando il foglio al capo della redazione, l’avvocato Giuseppe Galligari, che mi accoglie con un sorriso: “ Lo leggerò, grazie”. E’ stato il mio primo maestro. Lo ricordo con affetto.
Il giorno dopo mio padre rientrando a casa: “Sul Messaggero c’è una persona che si chiama Luciano Ragno”.
È l’inizio di quando l’abitudine diventa lavoro.
Da Foligno qualche anno dopo a Roma, nella casa de “Il Messaggero”. Un bel salto.
E da Roma in giro per il mondo, andando a vederlo di persona. E raccontarlo. Già, l’abitudine.
Quel Sole che, d’improvviso, tramonta all’Equatore non è per me solo uno spettacolo della Natura ma una notizia da scrivere. Spiegare perché qui il Sole va via in un attimo e a Roma impiega un paio d’ore.
Come quel gruppo di berberi a cavallo sul deserto del Sahara. Non un quadro di uomini in costume su uno sfondo in giallo. Ma scrivere una notizia su dove vanno quelle persone: c’è una guerra nei pressi?
E poi il guardare ma anche l’ascoltare che diventano obbligatoriamente notizia, quindi lavoro vero e proprio: gli annunci in un congresso sulla salute o sull’economia, i goal in un incontro di calcio, i drammi dopo un terremoto, l’uomo sulla Luna, i danni di un bombardamento, i risultati di un’elezione politica o la crisi che fa tremare i partiti , la premiazione di un Nobel.
Abitudine a lavorare anche fuori della professione di giornalista. Se in strada mi imbatto in un incidente, il primo impulso è di aiutare chi si è fatto male. Ma un attimo dopo un secondo impulso: scrivere la notizia.
Se ascolto un pettegolezzo, penso a che cosa nasconda. Forse quel “cosa” potrebbe diventare di dominio pubblico.
Ma quel lavoro di guardare e raccontare è stato solo un mio appagamento? Ci rifletto. E in un attimo di orgoglio mi dico che ho anche dato. A chi mi leggeva ho raccontato quello che non vedeva fuori della finestra. Gli ho svelato il volto della politica nascosto dalla sete di potere. Il “che c’è dietro” certe decisioni dei governanti. Gli ho indicato la via per tirarsi fuori da un guaio con la Salute. L’ho aiutato a comprendere i mutamenti della Natura e i segreti della Scienza.
E forse l’ha abituato a quel rito del mattino: andare all’edicola e acquistare il giornale. E poi seduto al caffè o a casa sul divano a sfogliarlo. E a sapere cosa è successo nel mondo e forse cosa accadrà. Ma anche ad abituarsi alla valutazione dei fatti. Specie quelli politici, dando le versioni contrapposte.
Chissà, ho dato una mano alla Società, se non a crescere, a riflettere.
L’abitudine di lavorare non mi lascia. Anche ora che non ho obblighi professionali, continuo a guardare intorno e ogni mattina da sei anni su Facebook scrivo una riflessione. E dialogo con gli amici.
Le abitudini non si perdono, come la partita a carte o il caffè in quel solito bar.
Io non ho perso quella del lavoro.
A questo punto smetto di scrivere e rifletto su quanto ho perduto seguendo l’abitudine di guardare per raccontare. Me ne rendo conto. Ho tolto giorni alla famiglia, sarei dovuto rimanere di più accanto a moglie e figlie, vivere la loro esistenza. Il mio lavoro è stato appagante proprio per merito della famiglia, sempre accanto a sostenermi nei momenti difficili e a gioire in quelli felici.
E ho visto passare davanti agli occhi, senza fermali, eventi che ho ritenuto non degni di notizia, mentre erano volti della vita. Non li avevo compresi. Ho trascurato le amicizie. Che invece vanno coltivate, ma io avevo fretta.
Mi consolo. Ho lavorato, mi sono impegnato, mi sono privato di molto ma mi sono anche divertito. Il lavoro mi ha dato un sorriso continuo, che, questo sì, ho condiviso con chi mi ha accompagnato nell’abitudine di lavorare: la professione.
E grazie a una signora, elegante, sempre giovane, sempre attenta: la signora Curiosità.

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