Il countdown del lunedì

L’ansia che non teme la routine

Di Dario Francolino

C’è un’ora esatta, la domenica, in cui il tempo cambia colore. Non lo vedi arrivare. Lo senti.

Le sei del pomeriggio. Il telefono smette di essere un oggetto e diventa un tribunale: trenta email che ti aspettavano senza dirtelo, un calendario che si è riempito da solo, mentre tu eri altrove, magari felice, e non lo sapevi ancora.

C’è un gesto che conosciamo tutti e che nessuno ha mai raccontato bene: la mano che scorre da sola verso l’app del meteo di lunedì. Come se il tempo previsto potesse dirci qualcosa sul nostro umore, prima ancora che l’umore sia arrivato.

Chiamatela “sindrome della domenica sera”. Io la chiamerei nostalgia anticipata: si rimpiange un weekend che non è ancora finito, per un lunedì che non è ancora cominciato. È un’ansia strana, quella della routine che ricomincia. Non teme l’ignoto. Teme il contrario. Sa già tutto. Sa delle 8.40, della coda in stazione, della battuta del collega del terzo piano, del caffè bruciato del distributore che nessuno ripara mai.

E poi arriva il martedì.

E la stessa prevedibilità che la domenica sembrava una condanna, il martedì è già un esoscheletro. Ci tiene dritti senza che dobbiamo pensarci.

Gli algoritmi lo sanno meglio di noi. Spotify ci restituisce lo stesso ordine di canzoni della settimana scorsa. Duolingo ci ricatta con trecentoquaranta giorni di fila. L’app della palestra disegna un grafico della nostra costanza, come se la costanza fosse una virtù e non, semplicemente, la cosa più facile da misurare.

Forse la domanda giusta non è se la routine rassicuri o metta ansia.

La domanda giusta è: a che ora del giorno la stiamo giudicando?

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