Gli anni che passano senza chiedere permesso

A proposito de “Gli anni” di Annie Ernaux

Di Dario Francolino

Annie Ernaux non racconta la sua vita, in “Gli anni”. Racconta il tempo. Attraverso gli oggetti, le canzoni, gli elettrodomestici, i gesti ripetuti fino a diventare invisibili.

È un libro scritto quasi sempre al “si”: si faceva così, si diceva così. Come se l’autrice avesse capito, prima di tanti sociologi, che l’identità di una persona si costruisce soprattutto sulle abitudini collettive di un’epoca. Il modo in cui una generazione intera ha imparato ad usare la lavatrice. A guardare la televisione la domenica sera. A fare la fila al supermercato, senza pensarci, esattamente come si respira.

È il libro sulla routine più lucido che abbia mai letto. Più di qualsiasi manuale di self-help. Perché non giudica mai.

Ernaux osserva come le abitudini di una vita si depositino senza che nessuno le scelga davvero. E come proprio quel deposito — non l’evento straordinario, non la svolta — sia il vero materiale di cui siamo fatti.

Non c’è nostalgia, nel suo sguardo. Non c’è nemmeno consolazione. C’è una constatazione quasi clinica: si diventa qualcun altro ripetendo un gesto alla volta, senza accorgersene, finché un giorno ci si guarda allo specchio, e non si riconosce più l’abitudine che si è diventati.

Chi cerca una risposta — la routine fa bene, la routine fa male — resterà deluso.

Ernaux non prende posizione. Restituisce solo il tempo, così com’è passato: fatto di ripetizioni che sembravano eterne, e che viste da lontano formano un’unica, lunghissima frase. Si chiama vita.

Ed è forse per questo che il libro, quasi vent’anni dopo, si continua a citare ogni volta che si prova a capire che cosa significhi davvero invecchiare dentro le proprie abitudini. Invece che nonostante esse.

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