Siamo stati tutti Peter Parker

Con il recente Spider- Man si compie una metafora cominciata oltre sessant’anni fa, e che in qualche modo riguarda ognuno di noi

Di  Edoardo Rosati – giornalista medico –  scientifico

Il sottoscritto è un inguaribile cultore del fumetto. E dunque difficilmente avrei potuto sottrarmi al richiamo dell’ultimo cinecapitolo (macina-soldi!) dedicato a Spider-Man, Brand New Day. E nel seguire Peter Parker piroettare tra i palazzi di New York, ho puntualmente riassaporato una convinzione da tempo maturata: che dietro l’apparente celebrazione culturale del fisico invincibile e sovrumano, il fumetto supereroistico continui in realtà a narrarci una storia assai più intima e universale, quella di un corpo che cambia, soffre, sanguina e deve imparare ogni volta ad abitare la propria trasformazione.

Achille, Ercole, Sansone e Superman appartengono naturalmente a mitologie diversissime, ma custodiscono il medesimo, antichissimo desiderio: immaginare che la carne possa trascendere la propria fragilità. Eppure il supereroe moderno, soprattutto quello costruito dalla grande stagione Marvel a partire dagli anni Sessanta, introduce in questa visione una crepa decisiva. Quello iperumano non è più necessariamente il corpo perfetto. Anzi, molto spesso è uno alquanto problematico. Il superpotere, in altre parole, arriva quasi sempre assieme a una ferita. È qui che la straordinaria intuizione di Stan Lee e di Casa Marvel resta ancora oggi sorprendentemente moderna. Perché essere stupefacenti, nell’universo Marvel, raramente significa… “stare bene”. Vuol dire piuttosto imparare a convivere con qualcosa che è accaduto al proprio corpo e, attraverso quei tessuti organici mutati, ricostruire la propria identità. Il superman marvelliano non è l’icona perfetta della statuaria classica innestata nella cultura pop. Al contrario, è frequentemente un organismo piagato, contaminato, irradiato, amputato, rimarginato. Chiamato a ricostruire il senso di sé attorno a una nuova situazione biologica.

È forse questo il motivo per cui Peter Parker continua imperterrito a incantarci da più di sei decenni.

Spider-Man nasce nel 1962 e possiede fin dall’origine una peculiarità rivoluzionaria: prima di essere un supereroe, Peter è un adolescente. E l’adolescenza è probabilmente la più vertiginosa esperienza di metamorfosi biologica che ciascuno di noi attraversi. A un certo punto l’assetto corporeo che conoscevamo comincia a modificarsi senza chiederci il permesso. Crescono i fusti dei peli, la voce si riorganizza, emergono come tanti microvulcani i brufoli, si sviluppano il seno e gli organi sessuali, cambiano la distribuzione del grasso e la massa muscolare, sopraggiungono le mestruazioni, le erezioni, il desiderio… Gli ormoni modificano contemporaneamente il corpo, la sfera emotiva, l’immagine che abbiamo di noi stessi. Ci si guarda allo specchio e ciò che restituisce la superficie riflettente sembra precederci: il corpo sa già che cosa sta diventando, mentre noi dobbiamo ancora capire chi vogliamo essere!

Ecco, allora, il ragno radioattivo che morde Peter Parker. È difficile non intravedere in questa origine una gigantesca metafora della pubertà. Peter si addormenta ragazzo e si risveglia dentro un organismo che possiede caratteristiche inedite. È incredibilmente prestante. Più agile. Percepisce il mondo diversamente. L’organismo reagisce a stimoli che prima neppure avvertiva. Deve apprendere che cosa può fare, fin dove può spingersi e, soprattutto, chi è diventato.

Spider-Man porta insomma alle estreme conseguenze fantastiche un’esperienza che conosciamo tutti: ritrovarsi di punto in bianco in un corpo rinnovato e dover imparare a riconoscersi in esso.

Certo, il morso del ragno è immaginazione. La metamorfosi, invece, tocca tutti noi. Ed è per questo che la scelta, in Spider-Man: Brand New Day, di indugiare sul terreno della biologia di Peter appare così intrigante. La mitica ragnatela, infatti, diventa parte integrante della sua fisiologia: non più soltanto il prodigioso fluido sintetizzato dallo scienziato Parker e sparato attraverso un dispositivo meccanico, ma una secrezione prodotta da tessuti ghiandolari sviluppatisi ex novo. Più che un semplice aggiornamento spettacolare del superpotere, sembra il compimento di una metafora cominciata oltre sessant’anni fa. Peter non è più soltanto atletico, scattante, vigoroso, capace di acrobazie impossibili: dentro di lui sta accadendo qualcosa di totalmente sconosciuto, che sfugge alla volontà. E mentre assiste a questa inattesa autonomia del proprio corpo, il ragazzo torna inevitabilmente a confrontarsi con la domanda che accompagna ogni autentica metamorfosi: che cosa mi sta succedendo? Che è poi l’interrogativo adolescenziale per eccellenza. Forse è questa la più grande modernità del supereroe: averci fatto credere che celebrasse le facoltà di un corpo no limits mentre, sotto la maschera (letteralmente!), continuava ostinatamente a raccontare i misteri del nostro.

E che dire dello scienziato Bruce Banner, alias Hulk, la cui presenza in Brand New Day appare, a questo punto, tutt’altro che casuale? Forse il “caso clinico” più clamoroso dell’intero universo Marvel, quello che porta alle estreme conseguenze il conflitto tra identità e trasformazione.

Hulk non è semplicemente un “gigante di giada” dotato di una forza smisurata: è la manifestazione di un corpo che sfugge al controllo di chi dovrebbe governarlo. In lui emozione e trauma acquistano letteralmente… un’anatomia: la rabbia diventa massa muscolare, la sofferenza psichica si fa carne, l’incontrollabile acquisisce forma e volume. Quello tra Banner e Hulk, allora, non è soltanto il conflitto fra due personalità, ma una lacerante contesa sull’identità corporea, condensata in una domanda tanto fantastica quanto profondamente umana: chi sono io quando il mio corpo diventa qualcosa che non riconosco più?

È difficile, allora, continuare a considerare il fumetto supereroistico soltanto come una glorificazione della potenza. Forse racconta anche il suo contrario. La straordinarietà del corpo non coincide giocoforza con la sua integrità, con la bellezza o l’assenza di malattia. Tutt’altro. Può emergere proprio dalla vulnerabilità, dalla capacità di attraversare il danno e trovare, dopo essere stati travolti, un nuovo equilibrio. In fondo è uno dei principi più elementari e affascinanti della biologia: l’organismo vivente non è una statua destinata a conservarsi identica. È un sistema dinamico, che reagisce, si rimodella, cerca incessantemente nuove soluzioni pur di continuare a esistere. A dispetto delle tempeste e delle cicatrici.

Ed è forse questo il motivo per cui, dopo più di sessant’anni, quel ragazzo in calzamaglia continua a saltellare da un grattacielo all’altro e noi non ci stanchiamo di seguirlo. Confessiamolo: vorremmo davvero essere Spider-Man, ma almeno una volta nella vita siamo stati tutti Peter Parker.

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