Uroboro

Strategie di sopravvivenza contro il tempo che passa

di Andrea Tomasini – giornalista scientifico

“Non sono forse un falso accordo nella
divina sinfonia, grazie all’edace
Ironia che mi scuote e mi morde?

Tutto il mio sangue, tutto, è questo nero
veleno; ed io non sono che lo specchio
in cui si guarda la strega.”

Charles Baudelaire

Emiliano non sapeva mai con certezza a che ora si sarebbe svegliato la mattina dopo. Era sicuro di sapere a che ora avrebbe voluto, ma non se ci sarebbe poi riuscito. La sera, sul tardi, dopo aver rinviato per sopraggiunte sequenze di curiosità l’andata a letto –ad esempio trafficando tra le sue carte, ricordandosi di un brano in un certo volume che però non riusciva a rintracciare, incerto su dove l’avesse collocato nel caos della sua piccola casa; oppure cercando in internet il nesso –di cui aveva traccia mnemonica, ma non supporto cartaceo- tra autori diversi secondo una lettura orizzontale di certe tematiche che gli sembrava poter esser importante- con motivazioni sempre diverse, Emiliano ritardava di momento in momento la conclusione della giornata, che ormai era virata in notte fonda. Ogni volta sull’usta di cose diverse suggerite da estro o necessità, Emiliano restava seduto alla scrivania o si alzava e cercava tracce dentro la sua casa, che era piccola. Viveva in due stanze che avevano in tutto soltanto una parete con i quadri appesi e per il resto, appoggiate ai restanti muri, scaffalature di legno con libri e carte che occupavano anche le sedie, i tavoli e il divano. Pure l’unica poltrona di casa ne era ingombra e i volumi, rilegati o in fotocopia, invadevano per di più la cucina, disposti in ripiani fissati al muro su tre file parallele sopra i pensili, fino al soffitto. Più o meno consapevolmente, a seconda dei momenti, Emiliano conduceva non solo una impari lotta dentro il tempo, ma anche con lo spazio e l’ordine. Lui diceva che la sua casa era viva e vissuta, ma non c’era spazio se non per le parole scritte –infatti ci viveva da solo e in silenzio.

Comunque il tempo era passato e continuava a trascorrere, le curiosità si assommavano – le appagate e le insoddisfatte- mentre lui ancora stava in piedi. Sentiva che il tempo residuo della notte, così come quello della vita che lo conteneva insieme alle cose che gli restavano da fare, si assottigliava. Impegnato nella lotta contro l’erosione di sé e del tempo- della propria durata- a volte riteneva che perder tempo fosse come volerlo far durare di più e poter vivere così più a lungo, quasi una strategia di sopravvivenza. Poi però giungeva, implacabile, la percezione del tardi che innescava l’ingegneria costruttivista del giorno dopo, l’inno tardivo al buon senso cui Emiliano si dedicava con ansia e lucida accuratezza. A ripensarci al mattino –in genere a metà mattina viveva la prima lancinante percezione che si stava facendo tardi per tutto- non si capacitava della propria abilità di autoinganno. In uno dei suoi fuoripista libreschi gli era capitato di leggere della sindrome di Korsakov, patologia che induce confabulazione, ricordi falsi e produzioni fantastiche per colmare i vuoti di memoria in abbondanza tale che lo stesso soggetto finisce per credere nelle storie che (inventa e) racconta. Forse anche lui ne era affetto, si diceva Emiliano, un minimo orgoglioso dell’autodiagnosi di una malattia così esotica, letteraria, connessa al fantastico, alle parole e alla narrazione. Chissà come deve esser viver da malati nell’inganno della malattia –si chiedeva- e chissà se sia davvero così diverso dal vivere nell’autoinganno della salute.

Oramai il tempo serale era scorso, inconsistente e frammentario, ma era passato. “Occorrerà recuperare sia il tempo perso sia le energie”, si diceva, e l’avvio delle buone intenzioni coincideva necessariamente con l’inizio dei progetti notturni di Emiliano. Al solito mormorava convinto, guardando l’orologio: “Saranno sufficienti 4, al massimo 5 ore di sonno”. Devono esser sufficienti, anche perché sono tante le cose da fare –tra le nuove e le accumulate e le velleitarie che ingrossavano la sua lista d’attesa.

Attorno all’ una di notte Emiliano era sempre animato da certezze granitiche e limpide buone intenzioni per il giorno dopo: la sveglia sarebbe suonata alle 5 in punto. Cosa che corrispondeva alla sua assoluta volontà di alzarsi –purché, nell’ordine, avesse sentito la sveglia, l’avesse riconosciuta come tale, avesse attribuito al suono della sveglia il significato e, ancor più, il corretto senso implicito della sgradevole interruzione del silenzio pacioso che quel rumore più volte ripetuto stava a voler testimoniare. Noia e fastidio e insofferenza. Con ogni probabilità sarebbe accaduto che al mattino il suono della sveglia palesasse un’aporia irrisolvibile tra le buone intenzioni di Emiliano e la realtà, sembrandogli puntualmente inatteso e non voluto. Pedante turbativa, andava interrotta e tacitata per impedire che arrecasse troppo disturbo. Tutto ciò avveniva in uno stato di pre-coscienza, che però riusciva a rendere efficienti i processi di moderata meraviglia che si associavano alla percezione dell’insorgere del suono, di spegnimento e conseguente immediato narcotico assopimento della coscienza, e delle sue virtuose intenzioni. Più che di una sveglia aveva bisogno di esser decurarizzato, come l’anestesista rianimatore fa a intervento operatorio ultimato per consentire il risveglio del paziente.

Emiliano sapeva di non avere un medico a disposizione e sapeva che era una eventualità concreta il fatto che la sveglia avrebbe suonato nel nulla. Per cui –inutilmente previdente- era solito articolare una sequenza di sveglie, a orari suoni diversi e a differente reiterazione, che programmava nel suo telefono posizionandolo poi fisicamente lontano dal letto –necessario quanto inutile eccesso di cautela che era solito osservare. In genere il posto prescelto era il comò ai piedi del letto o un ripiano alto della libreria sulla parete di fronte. Lo scaffale che stava alla destra del letto lo riteneva eccessivamente vicino, e comunque era troppo ingombro di libri anche per ospitare lo strumento cui Emiliano si affidava per il risveglio. Nei casi più disperati, includeva nella sua inutile tattica l’attivazione di una sveglia meccanica a “ring” violento e irritante, come un vecchio scampanellio prolungato e monotono. Eppoi, quando in assoluta emergenza, Emiliano metteva in preallarme anche amici e parenti con sms del tipo: “se quando leggi sono passate le 5 chiamami che mi debbo svegliare”. A questo punto, riappoggiati gli occhiali sul naso, dentro al letto con il secondo cuscino ripiegato sotto la testa per continuare a leggere, di lì a poco avrebbe preso sonno –confortato dall’aver fatto tutto il possibile necessario per svegliarsi dall’incipiente sonno del giusto.

Dei sogni , solitamente, Emiliano ricordava poco. Gli restavano sotto le palpebre solo le emozioni da essi prodotte, persistenti nel modificare la percezione diurna delle cose e dei fatti. Non era il fastidio delle sveglie che inefficaci si erano succedute inutilmente, né l’evidente volatilità degli alibi che nell’incoscienza temporanea del superficiale risveglio erano serviti, reiterati e rinnovati a ogni nuovo suono, da “solida” base per i successivi 15 minuti di sonno aggiuntivo che Emiliano sbocconcellava barando con se stesso, ritenendoli necessari per poter poi, ben riposato, fare di più nel giorno che avrebbe avuto dinnanzi. Né il senso di colpa lieve che derivava dal sentire al telefono “mi hai svegliato stanotte con il tuo sms di sos-sveglia e io ti ho chiamato e richiamato ma tu…”. Emiliano non si era svegliato, o più correttamente non si era alzato. Ogni volta, un micro risveglio si era succeduto all’altro senza produrre né l’effetto atteso, né conseguenze di rilievo.

A dire il vero non sapeva o ricordava cosa fosse stato a farlo alzare. Mentre preparava la moca, attendendo che il caffè salisse e lavando i piatti, non se ne capacitava – ogni mattina. Un tempo gli bastava molto meno sonno. Un tempo aveva più tempo e più voglie. Ora, superati i 50, le cose erano tutte diverse – con un ordine differente.

Il caffè bollente nel bricco, il pc acceso, la finestra aperta. Il letto l’aveva rifatto, per evitare di esser infastidito dalla sciatteria delle lenzuola disfatte –unico vezzo di ordine che riteneva necessario per non farsi turbare dal residuo caos pervasivo che innervava casa. A questo punto, in genere, giungeva il momento giusto della corretta temperatura del caffè in tazza. Restava da berlo guardandosi intorno, riconciliandosi. Così le routine si interrompevano, anche quelle del risveglio. Restavano, a occupare il silenzio, il cinguettio che da fuori entrava attraverso finestra aperta insieme all’aria fresca, un sordo lieve eco di città lontano, molto lontano, e -misterioso fatto tipico e periodico di ogni mattino- il ripetitivo tic tic della centrifuga della lavatrice del balcone al secondo piano del palazzo di fronte. Ci aveva messo mesi a capire cosa generasse quel suono circolare e reiterato.“O fa sempre lavatrici o mi sveglio solo al momento della centrifuga, perché sennò non me lo spiego”, osservava Emiliano, patendo questa coincidenza perché sottolineava un’operosità di cui lui non era dotato, sebbene non gliene sfuggisse l’utilità. “Facile per una lavatrice, c’è chi ti carica, ti programma e poi preme il tasto d’accensione”, si diceva, sorprendendosi di trovare un sentore di accidia in sé, ma assolvendosi con il beneficio del dubbio. Secondo taluni la diffusione delle lavatrici è stato il vero fatto che ha prodotto concreti passi verso la liberazione della condizione della donna. Una rivoluzione candida, che più bianca non si può. Ma a lui, maschietto, chi lo avrebbe liberato?

L’inizio. L’inizio della giornata, e non solo del giorno. Ecco cosa cercava, Emiliano. La sera stentava a individuare la conclusione, a metter la parola fine alla giornata. Al mattino invece era l’incipit da metter su carta a esser irreperibile -carta bianca come il bucato della lavatrice che di fronte, sul filo teso parallelamente alla ringhiera del balcone del secondo piano veniva puntualmente steso, carta metaforica su cui non riusciva a metter in forma una qualche biografia, una qualche sua traccia che pure ambiva a lasciare. Solo vertigini, in attesa che un imprevisto accendesse la fantasia, la curiosità, il difforme rispetto l’atteso.

Nel dubbio e nell’attesa –di nulla e di tutto, quindi inutile- la cosa cui si dedicava e che gli riusciva bene era radersi volto e testa. La cura profusa in una sorta di atto di giardinaggio della propria forma – il sapone con il pennello e l’acqua calda montato in schiuma densa ma liquida, il movimento circolare con la punta del pennello a sollecitare la pelle, ammorbidendola e lubrificandola per rendere i peli della barba e dei capelli più facile preda della lama, la lametta del rasoio di sicurezza che canta recidendo l’invadente ricrescita pilifera lasciando la pelle morbida, decongestionata dal successivo passaggio appena bruciante dell’allume di rocca- questa era come una cerimonia zen connessa al risveglio in attesa del satori. Il defluire dell’acqua, insieme alla schiuma e ai frammenti neri di barba e capelli recisi, gli appariva ogni giorno come il tempo inghiottito dal buco nero che risucchia la vita. Soddisfatto –una buona rasatura induce orgoglio, appagamento ed entusiasmo infantile- ora si sarebbe vestito e avrebbe iniziato, finalmente. Perché forse la rasatura, forse il sonno sbocconcellato ma sufficiente, forse il caffè, ma un’idea ora ce l’aveva. Magari avrebbe potuto scrivere iniziando dalla fine, rovesciando la prospettiva e facendola coincidere con il principio, prendendo le mosse da ciò che era successo ieri e dal proprio imbarazzo. Si, avrebbe fatto così.

Quella mattina aveva trovato il suo inizio e fu così che cominciò a scrivere: “Emiliano non sapeva mai con certezza a che ora si sarebbe svegliato la mattina dopo. In realtà era sicuro di sapere a che ora avrebbe voluto, ma non se ci sarebbe poi riuscito. La sera, sul tardi, dopo aver rinviato per sopraggiunte sequenze di curiosità l’andata a letto ….”

NOTA DELL’AUTORE

Uroboro è il serpente che si morde la coda e simboleggia, attraverso il cerchio con cui è raffigurato, la ri-creazione continua. È antichissimo simbolo gnostico ed ermetico per rappresentare la natura ciclica delle cose che ricomincia dall’inizio, dopo aver raggiunto la propria fine.

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