GENERAZIONE F In prospettiva

 

Tutti, anche nelle più strampalate famiglie, abbiamo delle parole che ci accomunano, che ci fanno riconoscere un’appartenenza, che lo vogliamo o no. Nessuno meglio di Natalia Ginzburg in Lessico famigliare (libro che le valse il Premio Strega) ce lo spiega. “Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso.
Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti.
Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia.
Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole”.

Ma oltre al lessico delle famiglie, c’è quello “amicale”, che si rafforza ancora più quando è il fil rouge che lega persone che si conoscono da decenni, esattamente come molti di noi Over 60. Chi, come la sottoscritta, ha l’immensa fortuna di contare tanti e tanti amici lo sa bene. Ci sono frasi, o  anche semplici parole,  che per i motivi più disparati, scatenano irrefrenabili scatti d’ilarità o  rabbia, di impotenza o tristezza  …

In prospettiva, andando a ritroso nel tempo, c’è per esempio il termine pizzulino. Nacque per caso un pomeriggio di circa 55 anni fa, quando le tredicenni Minnie e Ketty(che l’anno successivo sarebbero andate ad ascoltare i Beatles al Vigorelli di Milano) stavano aggiornando gli album dedicati ai loro miti. Non esisteva internet e recuperare foto di John, Paul, George e Ringo non era per nulla facile. Ancora inspiegabilmente sottovalutati in Italia, comparivano di rado sulle riviste dell’epoca e comunque per noi era sempre una spesa eccessiva l’acquisto di un magazine dove sapevamo esserci qualche scatto e info che li riguardava. Per questo, con grande dispendio di denaro e di tempo(sottratto volentieri allo studio), munite di colla, attaccavamo le immagini dei nostri beniamini con tanto di commenti scritti a mano a fianco di ciascuna. Un giorno ci accorgemmo che un angolino dell’ultima immagine incollata con tanta fatica sbordava dall’album: pensare di staccarla ci pareva troppo pericoloso … la sottile pagina del giornale si sarebbe potuta rompere … né pensammo a ritagliare il pezzetto che avanzava. Sarebbe stato un sacrilegio mutilare un’immagine dei Fab Four. A quel punto io gridai: “E pieghiamolo allora questo pizzulino!”. (in pratica è quello che fanno oggi anche importanti quotidiani quando una pagina non risulta tagliata a dovere: si ripiega l’angolino del bordo destro inferiore). Quel pomeriggio per Ketty e me nacque la parola pizzulino. Ancora adesso capita di usarla nelle nostre telefonate e ci sembra strano che chi ascolta non capisca … A proposito, gli album con pizzulino compreso sono custoditi a mo’ di reliquie nella libreria di casa mia.

In prospettiva poi, una dozzina d’anni fa, è d’obbligo ricordare  un insieme di poche parole- sacchi neri della spazzatura- che per me e Sandra racchiudevano un intero universo di frasi e commenti e improperi rivolti al mio compagno al termine di circa tre anni di convivenza alquanto disastrosa. L’episodio che sanciva la fine del rapporto era stato a suo modo drammatico, ma già raccontandolo la prima volta alla mia amica, mi accorsi che aveva un effetto comico. E da allora non potevamo pronunciare quest’espressione senza farci venire le lacrime agli occhi per il ridere. Oggi Sandra non c’è più e quando mi sale e monta e sembra non riesca ad aver fine la rabbia per l’ingiustizia della sua perdita, pronuncio ad alta voce sacchi spazzatura. E’ una sorta di mantra che mi riporta subito il buonumore. Ma ciò che è meraviglioso è aver scoperto che Sara, la splendida sorella di Sandra, ride a crepapelle al suono della frase: non sa di preciso a che cosa si riferisca, ma rammenta alla perfezione tutte le volte in cui la nostra Sandra cercava di spiegarle l’episodio che mi aveva fatto tanto perdere le staffe, ma senza mai riuscirci perché interrotta dalle sue stesse risate.

In prospettiva c’è una frase molto più antica che Michele ed io ricordiamo con complicità. I nostri nonni furono per tutta la vita i migliori amici. Zio Alfredo (come lo chiamavo io, essendo praticamente la nostra una famiglia allargata, come si direbbe ora) era il nonno di Micky ed era molto più collerico e fumantino di mio nonno Antonio, conciliante e sempre adattabile alle situazioni. Praticamente ogni domenica (e ogni festa comandata o no) ci riunivamo per tavolate immense, alle quali partecipava spesso un’amica comune delle nostre nonne. Zio Alfredo un giorno, per opporsi ad invitarla, non avendo argomenti plausibili, se ne uscì con uno per lui inconfutabile: “Non si può. Perché? Perché c’è un limite anche alla bruttezza umana”. E da allora basta che Michele ed io osserviamo qualcuno che non sia proprio un Adone, per guardarci e limitarci a bisbigliare ridendo “ C’è un limite”.

In prospettiva di 5 anni (questa è la frase completa) è una new entry, ma ormai è già un cult nelle conversazioni fra me e Paola. E’ stata una frase oltremodo indelicata e assurda, che al momento mi ha lasciato ferita, incredula e soprattutto delusa, per esplodere poi in un fiume in piena di riflessioni amare fra me e me. Come sempre  mi capita, da un’incazzatura riesco a riprendermi meglio se ne parlo a caldo con un amico. In questo caso è toccato a Paola e a distanza di pochi giorni riesco già a riderne anche perché “ in prospettiva” è veramente una frase da lessico amicale che mi mancava.

Vero che anche voi lettori Over possedete un elenco infinito di queste frasi? E finché ci sarà qualcuno tra chi amiamo che le comprenderà e le farà sue assieme a noi, possiamo ancora sperare di   salvare il mondo con l’amicizia, se non ci siamo riusciti con la bellezza, come pensavamo un tempo. Chissà.

 P.S. Per essere coerente  con il titolo di questo bizzarro editoriale, in copertina ho voluto mostrare tre mie foto … in prospettiva cronologica l’una dall’altra di una ventina d’anni (19, per essere pignoli). Infatti, nella prima avevo una trentina d’anni; la seconda risale al 1999 (48 anni) e l’ultima è del 2018, 67 anni. Orgogliosamente Over. E dannatamente felice di accumulare parole che, come grimaldelli, forzano sensazioni spiacevoli, rendendole subito più lievi grazie a quel dono splendido rappresentato dalla complicità e dalla confidenza amicale.

                                                                                                                   Minnie Luongo

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