IL MIO MESTIERE E’ VIVERE LA VITA

Quando i ricordi su Salute e Musica di un importante momento storico si intrecciano

 

 Di Enzo Primerano – medico rianimatore

1978 -L’anno della svolta della Sanità Italiana

Avevo 20 anni e quel ritornello di una canzone appena uscita di Lucio Battisti continuava a tornarmi in testa. Un vecchio stornello romano, rivisto musicalmente da Battisti e con un testo straordinario, dolce e rispettoso che Mogol rivolgeva ad una sua carissima amica descrivendo i tratti del rapporto amichevole tra uomo e donna. Ma quel ragazzotto aveva quel qualcosa in più di inspiegabile. Tutto era genuino nelle sue canzoni: la voce, i testi la musica e forse era questo il segreto del suo successo.

Era entrato nella testa di tutti i giovani di allora Lucio Battisti con le sue musiche orecchiabili ma dai testi saggi e sibillini di Mogol, autore di lusso delle grandi voci italiane come Mina e Caterina Caselli (PerdonoSono bugiarda) i DikDik (Sognando la California, Il primo giorno di primavera), l’Equipe 84 (Io ho in mente teUn angelo blu), Fausto Leali (A chi), The Rokes (Che colpa abbiamo noiÈ la pioggia che va), Bobby Solo (Se piangi, se ridiUna lacrima sul viso), Little Tony (La spada nel cuoreRiderà), Riccardo Cocciante (Se stiamo insieme). Presto le canzoni di Lucio Battisti divennero le canzoni di tutti noi da cantare in compagnia; bastava una chitarra e due assoli ed il resto eravamo noi: giovani con la voglia di costruire un futuro migliore per tutti.


Ancora adesso le canzoni di Battisti sono per un sessantenne patrimonio inviolabile e manifesto dei propri vent’anni. Ed esattamente vent’anni dopo Lucio ci lasciò e con lui un pezzo d’angolo di storia della musica italiana se ne andò per sempre. Ma quel 1978 fu un anno che sarebbe stato una svolta in tanti campi e per la salute l’apertura di una stagione di riforme che avrebbe radicalmente cambiato la sanità italiana ed il modo di curare i malati.

In anni di dure lotte sociali e del periodo della strategia della tensione, una nuova sanità vedeva la luce con grandi riforme come la Legge180 del 13 maggio 1978 (cosiddetta legge Basaglia) e la legge 194 sull’Aborto del 22 maggio 1978 che contribuirono a definire le tappe di un percorso moderno e lungimirante che voleva darsi l’organizzazione della salute in Italia.

Infatti, alla fine del 1978, viene varata la Riforma sanitaria n. 833 con cui si rivoluzionava radicalmente l’organizzazione della salute con particolare riguardo alla medicina preventiva ed alla salvaguardia delle fasce più deboli della società.

Il 23 dicembre 1978 venne approvata la L. 833/78 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale basato sulla visione solidaristica nell’erogazione delle prestazioni in cui la copertura sanitaria veniva estesa a tutti e non più limitata a talune categorie (lavoratori, pensionati, loro familiari e soggetti particolarmente bisognosi privi di tutela assicurativa obbligatoria). In questa nuova organizzazione il finanziamento del sistema era basato sulla fiscalità generale.


Fino ad allora tutti avevano l’assistenza sanitaria attraverso le cosiddette casse- mutue che permettevano, a fronte di un contributo versato, l’erogazione di assistenza sanitaria indiretta a tutti. Gli Ospedali, allora erano enti autonomi, spesso gestiti da organizzazioni religiose: il malato pagava l’ospedale e poi si faceva rimborsare le spese sostenute dalla propria cassa mutua. Paradossalmente però, se per chi aveva un lavoro non c’erano problemi ad avere una cassa malattia, qualche difficoltà c’era proprio per gli strati più deboli della società. A dire il vero per gli ospedali non vi era grande preoccupazione perché le spese per i meno abbienti erano coperte dalle casse dell’Ente ospedaliero a cui afferivano molti lasciti, donazioni ed eredità. La sussidiarietà nelle cure era ancora lasciata alla solidarietà e l’aiuto delle componenti più generose della società proprio per l’impronta religiosa, basata sulla solidarietà cristiana, che gli ospedali storicamente avevano ereditato. Invece, mentre con il rimborso indiretto il cittadino sceglieva dove curarsi e la cassa mutua lo rimborsava (o indicava strutture, medici o specialisti convenzionati), con la nuova Riforma Sanitaria lo stato si fa garante direttamente delle cure di tutti. Si passava ad un welfare di stato garante terzo: ci si fa curare e lo stato paga. Era una grande sfida in termini di welfare. Solo un Paese che usciva a testa alta dalle sfide sociali dopo il boom economico poteva permetterselo. Ancora oggi questo sistema rappresenta la forma più alta di tutela della salute e non a caso molti stati scandinavi, che vantano alti livelli di welfare, hanno ricalcato il modello legislativo della 833 e molti altri Paesi moderni come gli Usa, ancora oggi non riescono, a causa degli elevati costi un siffatto sistema.
Comunque, a soli tre mesi dalla sua emanazione, vennero introdotti i “ticket” sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie, una vera e propria “tassa sulla malattia” che, prevedendo una forma di compartecipazione diretta dei cittadini alla spesa sanitaria, incrinava il principio della gratuità dell’accesso al sistema. Inoltre, il sistema dei partiti e importanti lobby economiche erano già in agguato, pronti a mettere le mani sul nuovo SSN.

In Italia invece quel sistema, già solo dopo 15 anni, mise in evidenza tutte le contraddizioni della società italiana, tanto da dover ricorrere a successivi e molteplici correttivi.

Queste tre riforme avevano un comune denominatore: trasformare radicalmente l’offerta di salute che lo stato erogava con particolare riguardo alle fasce più fragili della popolazione. Altri due capisaldi legislativi videro la luce nel 1978. La L.180 del 13 maggio 1978 (cosiddetta Legge Basaglia), riguardante gli accertamenti e trattamenti sanitari volontari ed obbligatori, contribuì poi a porre le basi del nuovo sistema sanitario in quanto cambiava complessivamente l’atteggiamento verso il tema della salute mentale e definiva l’importanza assoluta dell’azione a livello preventivo piuttosto che curativo. La portata della legge non è ben compresa dai non addetti ai lavori, ma la rivoluzione che fece quella legge è uno dei capisaldi della inclusione sociale della malattia mentale, come determinante conquista sociale.

Ed in quella ventata di primavera sociale una settimana dopo veniva approvata il 22 maggio “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” che regola l’interruzione volontaria di gravidanza. Insieme con l’abolizione della norma che proibiva la pubblicità e la vendita di contraccettivi nel nostro Paese (1971), l’approvazione della legge sull’istituzione dei consultori familiari (1975), la legge 194 ha rappresentato un importante cambiamento per la salute riproduttiva delle donne italiane e il riconoscimento dei diritti delle persone in questo ambito.

In questi 40 anni tante cose sono cambiate. L’interruzione volontaria di gravidanza è diminuita notevolmente (probabilmente uno dei più grandi successi in sanità pubblica), dal picco di 235.000 casi nel 1982-83 alle 85.000 interruzioni volontarie di gravidanza nel 2016, e le donne e le coppie italiane hanno ampio accesso alla contraccezione e a questo intervento. Ed anche se spesso qualcuno torna sulla liceità dell’interruzione di una possibile vita non si può negare che questa legge sia una delle conquiste sociali più elevate per l’emancipazione della donna a cui la legge è rivolta per tutelarne diritti e dignità. Anche le metodiche con cui viene effettuato l’intervento sono cambiate e le complicanze e le morti associate sono rarissime. L’Istituto Superiore di Sanità attivo ha permesso in questi anni di conoscere bene il fenomeno, di sviluppare azioni di prevenzione e di migliorare la qualità dell’assistenza.

Scrivere di questi ricordi mi fa un certo piacere perché riaccende in me il ricordo di quegli anni di dibattiti e lotte si ideali ma pragmatiche e mai utopiche.

Perché, come dice Mogol, il miglior mestiere è quello di vivere la propria vita con libertà, passione e aiutando gli altri con un sorriso.

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