Vojo vede come va a finì..

Emergenze di ieri e di oggi: tra fatalismo e paure
Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

In questi giorni sto pensando spesso al maggiore Trettene. Non sono sicura che il nome fosse proprio questo, e neanche che fosse davvero un maggiore: sicuramente è uno dei protagonisti dei “racconti della prigionia” che devo a mio padre. Racconti non troppo drammatici, adatti a una bambina, in cui situazioni che oggi ci sembrano inaccettabili, nel caso specifico la vita in un campo di prigionia in Nordafrica, facevano da sfondo a storie curiose. Come quella dell’ufficiale romano che, mentre i suoi compagni di prigionia si affannavano a studiare improbabili progetti di fuga, si sdraiò sulla branda deciso a non muoversi dichiarando a gran voce, “Vojo vede come va a finì “. Finì ragionevolmente bene, nel senso che la liberazione li trovò provati e certamente più fragili, ma vivi: ed è probabile che l’approccio filosofico del maggiore Trettene gli abbia risparmiato un po’ dello stress che segnò Indelebilmente altri, tra cui mio padre, che fece molta fatica a ritrovare una sua serenità.
Oggi che ci troviamo costretti a modificare, pur senza troppi sacrifici, il nostro stile di vita, mi piacerebbe ritrovare un po’ dell’imperturbabilità di quell’ufficiale. La stessa che ho sentito in altri racconti dei tempi di guerra dei nostri genitori e nonni, che ricordavano con sorridente imperturbabilità altre situazioni drammatiche, come la discesa in un rifugio durante i bombardamenti, le tessere annonarie o le imprese per procurarsi cibo alla borsa nera. Un atteggiamento che ritrovo oggi nel fatalismo gentile di alcuni anziani, che rispondono a chi invoca la prudenza contro un‘infezione pericolosa, che andrà come deve andare, e che di qualcosa si deve pur morire. E mi sembra di vederli più forti, forse più consapevoli rispetto a chi come me non ha vissuto la guerra e osserva quanto avviene con un senso di sperdimento.
Eppure momenti drammatici ne abbiamo passati: nessuno di noi ha dimenticato l’11 settembre, chi è più avanti con gli anni ha vissuto gli anni di piombo. Personalmente, ricordo con particolare chiarezza la crisi dei missili libici a Lampedusa che per un attimo, nell’aprile 1986, ci fece temere una guerra: all’epoca lavoravo in una radio privata, e ricordo ancora come quella sera tornando a casa dopo una diretta infinita, ci sembrò confortante darci appuntamento per una pizza la sera successiva, quasi a volerci assicurare scaramanticamente che ci sarebbe stata una sera dopo, e la possibilità di mangiare una pizza.
Ma la malattia è cosa diversa da guerra e terrorismo, evoca fantasmi lontani e ci mette in contatto con la nostra fragilità biologica. E la nostra paura non segue quasi mai percorsi razionali e poco si intende di statistica: è per questo che tanti temono l’aereo e salgono felicemente in macchina o magari anche in motocicletta. Sempre per questo i rischi più che concreti dell’emergenza climatica – o della diffusione di batteri resistenti agli antibiotici, per citare un problema italiano- fanno meno paura dell’epidemia che viene da lontano. E i progressi della medicina che permettono di salvare tante vite creano anche nuove, legittime aspettative. Vedendo la macchina angosciosa, ma anche salvifica, delle moderne rianimazioni mi torna alla mente la mia esperienza in un reparto di malattie infettive, più di mezzo secolo fa, al Policlinico di Roma. Ricordi appannati dagli anni, e anche dalla condizione in cui mi trovavo, visto che la paziente ero io. Ma sono ragionevolmente sicura che non esistessero tute e mascherine, rivedo i camici svolazzanti dei medici che cercavano di combattere quell’epidemia di meningite, i familiari in ansia seduti accanto ai piccoli ricoverati. Ho avuto paura? Non ricordo, o forse gli anni hanno allontanato l’emozione, perché sono certa di avere visto un pediatra, il più gentile e il mio preferito, allontanarsi con le lacrime agli occhi dal capezzale di un bambino che non era riuscito a salvare.
Sono ricordi che nascono da questo tempo sospeso che il Coronavirus ci impone, e forse ci regala. Un tempo da vivere con prudenza, e sforzandosi di rimanere umani, ma che forse ci peserebbe meno se riuscissimo a viverla con un pizzico di filosofia. Come il maggiore Trettene.

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