Generazione F Un matrimonio di sei ore

 Avrebbe voluto sposarsi a maggio, ma la scelta era caduta subito su settembre, per avere tempo e opportunità di arrivare in Comune abbronzata come si conviene dopo almeno un mese di mare e di sole.

Aveva organizzato tutto lei, cominciando dalla fatidica proposta di matrimonio fatta in fretta e furia al futuro marito(col quale conviveva da un anno e mezzo) mentre lui, una domenica mattina, sfogliava il giornale. Altrettanto frettolosamente lui aveva annuito e aveva continuato la sua lettura.

Bene: si poteva partire per definire tutti i particolari della grande festa.

Qui occorre fare un passo indietro, per non pensare che i due non avessero tutte le rotelle a posto. Lei l’aveva conosciuto alla fine di un annus horribilis per vari motivi; lui già al primo appuntamento le aveva dichiarato che “voleva vivere con lei”. La poveretta, presa in contropiede, non disse né no né si- si espresse con un “ magari in futuro?” – ma C. le piombò in casa dopo poco più di un mese con tutta la sua roba. Lei stava cercando ancora come spiegare l’equivoco e sottolineare quanto tenesse alla sua singletudine casalinga, che già le mutande le cravatte i pantaloni di lui e le bottiglie di salsa di mammà (portate dalla Calabria al rientro delle vacanze natalizie) erano state riposte in cassetti e dispensa. Nella casa che da quel momento avrebbero abitato assieme.

A dire la verità, fu un anno e mezzo di vita tranquillo e senza colpi di scena. Nessun grave tormento o sfrenata passione da parte di entrambi. Logorroica lei, taciturno lui, si completavano a meraviglia. Soprattutto perché, eccetto cene, uscite con gli amici e vacanze assieme, per il resto facevano vite autonome, pur ritrovandosi a mangiare la sera, e a dormire sotto lo stesso tetto e nello stesso letto la notte.

C’è da dire che lui, architetto, era un ottimo chef, al contrario di lei completamente refrattaria alla cucina (salvo apprezzare i manicaretti preparati e mangiarli in quantità industriale, agevolata dalla magra costituzione fisica). Non litigavano praticamente mai. Lei in quel periodo non si innamorò di nessuno; lui, se lo fece, non glielo disse né gli fu richiesto.

Ma la ragazza era della Generazione F e a un certo punto decise che era ora di riprendere a palpitare, di organizzare qualcosa per far salire l’adrenalina, di confrontarsi di nuovo con la serotonina, l’ormone del buonumore. … Che cosa meglio dei preparativi di un bel matrimonio?

Oddio, lei aveva sempre sostenuto che la coppia è una cosa contro natura (la monogamia come prerogativa solo dei piccioni e dei cattolici, per citare Woody Allen) ma non resistette all’idea di fare la regia di un matrimonio particolare con oltre 100 persone, quasi tutti amici, suddiviso in due tempi: il primo, presso la prestigiosa sede di Palazzo Marino per la cerimonia e poi, tutti rigorosamente a piedi gli invitati, attraversando la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, per un aperitivo nella saletta riservata di un elegante locale vicino al Duomo. Il secondo tempo l’atmosfera cambiava decisamente: in auto si raggiungeva un ruspante ristorante all’aperto sul Naviglio Grande, dove un anziano jazzista col suono del pianoforte accoglieva l’ingresso di ogni signora e signorina che accedeva al giardino per accomodarsi ai tavoli. Un pranzo di qualità, con le canoniche tre portate (unica eccezione la torta, che lei, non amante della cioccolata, volle a un “piano” solo e a base di sola frutta).

Nulla era stato lasciato al caso: dal vestito della sposa con tanto di veletta gialla (copiata da una sfilata di Valentino) strizzata sugli occhi ed enorme fiocco sulla nuca, all’abito dello sposo altrettanto elegante e l’impegno da parte sua di farle il baciamano appena uscita dall’auto. In caso contrario lei sarebbe risalita sulla vettura e sarebbe tornata indietro. Conoscendola, sapevano tutti l’avrebbe fatto: per questo seguì una risata liberatoria da parte degli invitati allo sfioramento di un bel paio di baffi alla mano inguantata di giallo (la sera precedente, non essendo riusciti a trovare guanti di questo colore, la cugina/testimone provò con successo a tingere un paio di semplici guanti bianchi, facendoli diventare di un perfetto color giallo pulcino).

Non bisogna pensare che i due fossero molto giovani e quindi superficiali: lei 32 anni, lui 30. Fu affrontato anche un argomento molto serio nei mesi precedenti a quel 3 settembre 1983: il fatto che lei non voleva figli; lui, pur di parere contrario, accettò di buon grado quest’unica condizione. Segno che era innamorato davvero, a ben riflettere…

Fu proprio una gran bella festa: clima perfetto, ospiti festanti e fotografo professionista incaricato a fare solo scatti al volo, e comunque il più possibile spontanei e rubati più agli invitati che agli sposi. La cerimonia era fissata per le 10 del mattino (era sabato, il giorno prescelto dalla maggioranza dei fidanzati: per ottenere mezzogiorno avrebbero dovuto aspettare altri sei mesi. Ma così andava anche meglio, visto che era prevista la pausa con passeggiata prima dell’aperitivo).

Alle 16 i due neosposi si erano seduti ad un tavolo con le  cinque o sei persone rimaste per l’ultimo caffè prima di salutarsi. Fu a quel punto che lei si rese conto che la festa era terminata: solo dopo aver firmato sentì che il futuro non avrebbe più potuto riservare nulla di imprevedibile a nessuno dei due e guardando C. disperata disse: “Madonna, ma io devo invecchiare con te?”.  La frase fu presa come una battuta. Da tutti eccetto che dalla giovane testimone di lei (la cugina diciannovenne che si era cimentata nell’esperimento di tingere i guanti, la sera prima), la quale spiegò che non si trattava esattamente di una spiritosaggine.

Così fu. Non ci furono drammi (ora molti quindicenni che vengono lasciati dalle coetanee spesso non reggono all’abbandono e fanno, o si fanno, del male). Fortunatamente per la sposa lo sposo  si limitò ad andare a dormire sul divano “per schiarirsi le idee”. Da parte sua la sposa restò a letto due giorni guardando il soffitto ( ma comunque senza mai perdere l’appetito …)

Al terzo giorno decisero che comunque al viaggio di nozze non avrebbero rinunciato. Un viaggio era sempre un’esperienza e lei, insegnante, aveva diritto alla licenza matrimoniale. Andarono a rivedere i castelli della Loira, poi a Parigi, poi misero l’auto sulla nave e da Calais giunsero alle bianche (che in realtà erano molto grigie) scogliere di Dover, per poi fare un’improvvisata alla zia di lei, che viveva a Londra.

Sette mesi dopo (era aprile, la settimana prima di Pasqua) si alzarono, bevvero il solito caffè – avevano continuato a vivere assieme, e così avrebbero fatto ancora per un paio di mesi- e andarono in Tribunale per la separazione. Stesso avvocato (il migliore amico del papà di lei, che era intervenuto anche al matrimonio), stesso tran tran quotidiano. “Chi fa la spesa per stasera?”. Toccava a lui; lei aveva chiesto solo un’ora di permesso dalla scuola quella mattina. Fu una separazione più che civile; nessuno doveva denaro all’altro (anche perché nessuno dei due ne possedeva) e non ci furono scene né recriminazioni di alcun tipo.

Lei continuò la sua vita ingarbugliata e piena mentre lui, lasciata Milano, si risposò felicemente  ed ebbe un figlio, proprio come desiderava.  Quando si sentirono al telefono, lei gli rimproverò di non averla invitata alle seconde nozze; le piacevano tanto i matrimoni …. Lui sinceramente si scusò per non averlo fatto, “ma mia moglie non avrebbe capito”.

Forse i due protagonisti si comportarono così perché entrambi appartenenti alla Generazione F, quella folle e figa e fortunata. Vissero il tutto con una leggerezza unica, unita sempre a vero affetto, rispetto e stima uno verso l’altra. Che continua anche ora, che sono passati quasi 40  anni.

Sembra una storia inventata? Vi assicuro che è vera in ogni dettaglio e particolare. Perché lo so con certezza? Perché la sposa ero io….

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