Pino e le merendelle

Come ho scoperto il frutto … che si deve meritare

Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico


L’estate scorsa ho fatto amicizia
con Pino. Ha l’orto vicino all’ufficio postale –e un po’ di terra anche fuori San Lucido. Sostanzialmente il suo orto sta al centro, a un passo dalla caserma dei carabinieri. Sembra una riserva indiana, con un cancello basso e una recinzione che sarebbero facilmente scavalcabili, un pergolato su cui, insieme a due piante cariche di fichi neri che si mescolano al verde, s’arrampicano piante di zucchine che fioriscono ingiallandolo. L’intreccio bello e disordinato fornisce ombra alle sedie occupate dagli amici quando vanno a trovare Pino, e al tavolo di lavoro dove lui, mentre conversa, monda le verdure e tiene in ordine gli attrezzi accanto alla bilancia. Poco dietro sta una baracca dove, se ne resta, sistema l’invenduto per la notte. Fuori dalla pergola ovunque piante di zucca, pomodori grandi e così consistenti che quando li affetti sembrano carne succulenta, melanzane bianche e viola dolcissime, zucchine e fagiolini croccanti, peperoni e peperoncini e tanti altri ortaggi: tutta questa diversità, allevata da Pino e dal sole calabro, cresce in un terreno in parte declinante dove razzolano libere galline di razze diverse su cui governa da padrone assoluto un gallo molto orgoglioso di se stesso,  che “pizzica” chi si avventura inopinatamente nel suo territorio.

Pino mi ricorda qualcuno, ma non mi sovviene chi. Poco importa, spesso hai la sensazione di cogliere similitudini delle quali non vieni a capo, perché magari non sono poi cose o persone così somiglianti. Il suo orto sta in centro, sulla riva esterna di un tornante di quella che era soltanto la strada provinciale38 e ora, inurbata, si chiama Strada D – in un paese davvero piccolo arrampicato su un’altura prospiciente il mare, con la sommità occupata dalle rovine inaccessibili di quello che sarebbe dovuto essere un castello. In realtà lo sostiene così tanto cemento a vista che sembra renderlo un corpo estraneo rispetto ai vicoli e alle piazzette, alle salite e alle discese su cui si affacciano palazzi vestigia di un passato sontuoso e di un presente di decadenza che confina con l’abbandono – ma credo questo sia parte consistente del fascino del luogo. Il mare occhieggia e conforta da qualunque punto tu ti rigiri, un mare bello, fatto di tanti azzurri. Azzurri e buoni – sorridenti sono gli occhi di Pino. Una settantina ce l’ha tutta, ma lo sguardo esprime ancora fiducia e attesa. Lui non se ne è andato da qui, mi dice con soddisfazione.

L’azzurro della canottiera – azzurro Savoia, azzurro cielo, azzurro mare e azzurro occhi di fine agosto- è intenso e ben s’intona alla pelle abbronzata dal sole. “Qui erano tutte terre coltivate – mi dice- poi hanno costruito. Mentre coglie i fichi dalla pianta e me li ordina su un piatto spiega :“qui senza i fichi non ci sarebbe stato niente, non avremmo potuto mangiare. C’erano tre fabbriche che li seccavano, infornavano, condivano e mandavano nel mondo … i nostri fichi”. Un’impresa, anzi tre. “Si, quelli secchi li passi al forno e poi se ce l’hai li condisci con il miele di fichi … Con il cioccolato no, li copre, li oscura, li tradisce.

 Le crocette le conosci?”. Certo che si, le conosco e ne son ghiotto. Negli anni ‘50 e poi ancora – “no, da prima del ’49!” lo corregge uno degli amici seduto sotto il pergolato- tutti lavoravano in queste fabbriche e c’erano soldi, si mangiava e qui hanno costruito, quelli che son rimasti. Ecco queste case qui attorno …“Ci lavoravano tutti, anche mia sorella”, mi dice Pino. Poi alla fine degli anni ’50 tutto è finito. “Io non lo so perché. Ora le fabbriche non ci sono più. E la gente nemmeno. Ma le case ci sono ancora”. Sorte con disordine e con l’immaginabile gioia di poter vivere in paese…I fichi salvavita, viatico negli inverni per chi ne aveva, mattoni per l’appartamento per chi li lavorava, sapori e nostalgia di casa per chi li trovava da comprare lontano dalle forti radici delle piante su cui erano maturati e poi spediti nel mondo.

Pino dispone la sua merce ordinata in bella vista in cassette di legno che appoggia su un ripiano annesso alla recinzione sul quale, quando lui non c’è, riposa un gatto magro, un po’ nero e un po’ marrone, dallo sguardo furtivo, infiammato e triste che scorrazza sempre qui attorno.

In una cassetta vedo dei frutti che non conosco. “Cosa sono questi?” Indico dei frutti chiarissimi di un leggero giallo verdino acido, alcuni appena screziati di rosso, ma verrebbe da dire per timidezza perché è un rosso che affiora appena. Per il resto sono piccoli pomi grandi come una susina di taglia. Il colore vira al giallo appena più certo e senza verde quando sono maturi. Il profumo è davvero paradisiaco, dolce, simile alla pesca bianca, ma una pesca agrumata. “Assaggia!”, m’invita Pino. Annuso e mordo. Che profumo inebriante e poi che consistenza! in bocca mantiene le promesse fatte al naso. Dolce, leggermente confettata ma con un equilibrio reso possibile da un tono di acidità che fa salivare e gustare la consistenza della polpa appena croccante, attaccata pervicacemente al seme e giallina come la buccia che è liscia, profumatissima e sottile. Mai assaggiato nulla di simile, sapore e profumi entusiasmanti, incredibili. La cassetta non era piena e chiedo se abbia solo quelle. “Siamo a fine stagione, occorre pazienza e potrebbero essere le ultime così si deve aspettare l’anno prossimo”, mi dice, lasciando intendere però che avrebbe poi controllato nei giorni a seguire se per caso le altre piante …

“Ma che frutto è?”.

“Noi le chiamiamo merendelle. Sono un incrocio di pesca e mela, ma una mela delle nostre …che profuma. Crescono solo qua. Qua attorno era pieno di questi alberi…”. Gemma polposa profumata della ricchezza del creato,  l’idea della possibile estinzione e del radicato rapporto con quella terra dove ero mi hanno sedotto, accresciuto il godimento gustativo e le ho prese tutte. Pino era visivamente soddisfatto – non della vendita – le vendeva a poco più di due euro al chilo, ma della mia scoperta e dell’entusiasmo che gli dimostravo, ringraziandolo per la scoperta… delle merendelle.

Il tempo di arrivare davanti al pc per far crescere la soddisfazione nel mangiarne e scopro che il nome ben poco ha a che fare con un ipotetico spuntino a base del prelibato frutto, ma con l’etimologia di merenda, parola che deriva dal gerundivo del verbo latino merere, meritare. Sono pesche speciali, cose da meritarsi. Il sorriso di Pino e il suo orgoglio son difficili da scindere dal ricordo e dal gusto delle merendelle.

I giorni tra studio e lavoro e qualche passeggiata passano veloci. Lo scampolo di estate va in esaurimento e con loro le merendelle, che provo a vedere se Pino ne abbia ancora, perché prima di partire ne rivorrei gustare. Sono fortunato. Ne ha.

“Ti voglio servire bene, fare contento. Non perché sei simpatico … sì certo, anche per questo. Ma mi sei piaciuto dalla prima volta: non so se tu sei uno di quelli che hanno i soldi oppure no … Molti di quelli che li hanno però – mi dice- quando vengono qui lo fanno vedere che li hanno. Insistono sul prezzo con me. Ma se vogliono un chilo di pesche io glielo do scontato.. che mi importa… Vengono solo per comprare…”, “Non per gustare”, interloquisco io. Annuisce: “e con i soldi che risparmiano con me che ci fai, con tutti quelli che già hai? Magari dopo due giorni muori…”. Crudo ma vero, penso. Con lo sguardo intanto mi chiede scusa, ha capito che non ho fretta e siccome è vero annuisco. Si rivolge a una signora anziana con due nipotini. Scelgono la merenda. Pesche, prugne. La nonna chiede “Li piri li vulite?”. La nipotina, che reca in mano un po’ della frutta scelta, con decisione risponde per entrambi: “Oggi no”. Il fratello annuisce soddisfatto, come pregustando. Sono due manate di frutta e le prende Pino, che le mette dentro una busta di carta, senza pesare. “Dammi un euro e mezzo” dice alla nonna. Tutti contenti. Mentre si allontanano, torna da me e riprende il discorso da dove aveva interrotto. “Ma che vuoi mi importi? …non hai i due euro? Dammi un euro e mezzo, io il chilo di merendelle te lo do lo stesso – dice sorridendo e facendo spallucce- che mi importa se è di meno?”

Sorrido e capisco meglio quest’uomo che mi sta davanti parlandomi di frutta che coltiva.  “Ce ne sono di tre tipi -mi spiega, senza parlare in dialetto ma conservando un’inconfondibile impronta calabrese- rosse, rosse tipo prugna, la qualità meno buona. Poi ci sono le screziate e infine questa che sono la qualità più superiore, la migliore e la più difficile da coltivare”.  Mi sembrano dal colore non proprio pronte e ne chiedo conferma. Ride e scuote la testa. “Queste sembrano verdi e poi al sole diventano subito gialle. Il verde è per il buio della baracca dove hanno passato la notte”, mi dice mentre me ne fa una busta.

“Vorrei anche dei fichi”, chiedo. Al solito me li stacca al momento dalla pianta, il latte bianco scorre sulle bucce sottili dei fichi neri.

“Tu sei venuto qui e mi hai chiesto, mi hai fatto domande sulle mie cose, ti sei interessato Per questo ti voglio servire bene, che resti contento. Stai partendo per tornartene a Roma? Si? Allora i fichi te li regalo”.

Ecco a chi assomiglia Pino! Me ne rendo conto quando sono già in macchina, ripartito dopo averlo salutato. Assomiglia a Franco. Ho iniziato a raccogliere la storia di Franco quando mi sono accorto che quello che faceva era per amore, amore della terra. Ma di Franco, che sta qui a Spoleto, racconto la prossima volta. Quello che vorrei aggiungere, intanto, è che quando son tornato 6 semi di merendelle le ho date alla anziana genitrice, mia madre, perché facesse il tentativo di piantarle. In tre vasi li ha interrati. Nei mesi del distanziamento sociale ce ne siamo ricordati con nostalgia. “Nulla, nei vasi nulla, peccato” mi diceva mamma mentre era febbraio e il tempo passava. Con la riapertura è conciso il momento in cui i virgulti delle merendelle si sono affacciati oltre la coltre nutriente e protettiva della terra. Ora come la speranza son cresciute, germogliate in inattesi tempi difficili. Saranno almeno 50 centimetri alte, le piantine da spostare adesso in terra libera. Daranno i frutti e appena possibile li farò assaggiare ai miei amici che ancora non li conoscono. Frutti di una terra lontana, ma che sanno crescere vicino a noi – se solo sappiamo meritarceli – come le merendelle e la loro allegra etimologia suggerisce.

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