Generazione F LA MIA SCOPERTA DEL CIBO

                     

One cannot think well, love well, sleep well, if one as not dined well (Virginia Woolf, A Room of One’s Own)

“ Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è mangiato bene”

  Noi Over60 che abbiamo avuto un rapporto diverso col cibo a seconda della famiglia in cui vivevamo. Io che, cresciuta in una famiglia strampalata guidata da una nonna meridionale atipica, ho scoperto il cibo alla stregua  di un’esperienza dell’esistenza: camminare, parlare, scrivere, amare…

Mi dicono che da piccolissima non avevo alcun interesse per alimentarmi, men che mai con il latte. Né frignai mai da neonata per fame. Arrivata ai quattro o cinque anni, saltati regolarmente i pasti per un paio di giorni (non inseguita da alcuno che mi costringesse a trangugiare per forza qualcosa né mi intrattenesse con favole o, peggio, con voli di aeroplanini virtuali che facessero decollare nella mia bocca un pezzo di cibo), verso il terzo giorno aprivo il frigorifero e annusavo con voluttà il profumo di una salsiccia, dopodiché “ordinavo” un piatto di pasta. Mia nonna chiese a mio zio( che era il mio medico) che cosa si potesse fare. Pare che, risultata sanissima, le fu consigliato di non insistere e che non sarei morta di fame. E così avvenne.

A dire il vero un paio di volte la nonna mi urlò di assaggiare un “fiordilatte” o almeno di bere una spremuta ma senza successo. Né erano ancora distribuiti in farmacia gli omogeneizzati  (arrivati in Italia negli anni Sessanta) e comunque , rassicurata la famiglia che stavo bene, non mi fu proposto alcun supporto alternativo.

A circa 9 anni scoprii il cibo. Fu una cosa travolgente, che mi inebriò come mai avrei pensato. La nonna, abilissima cuoca, riuniva sempre a pranzo (e non solo la domenica) svariati amici che mi guardavano stupiti per la mia indifferenza davanti a qualsiasi portata. Finchè ci fu il mio incontro ravvicinato con le lasagne. Fu amore a prima vista. Una passione che perdura e non vacillerà mai.

Il fatto è che io appartengo alla categoria del “tutto o niente”. Ecco perché la mia porzione di lasagne doveva essere doppia, e prima di attaccare a mangiare mi assicuravo che ce ne fosse per la cena della sera e anche per il pranzo dell’indomani. In caso contrario, rinunciavo senza problemi al piatto che avevo davanti.

Fu l’inizio della mia scoperta dei sapori dei diversi cibi. Credo (è una  mia opinione) che, proprio perché non avevo dovuto sottostare a imposizioni di sorta, l’approccio col cibo fu così esaltante. Primi, secondi, formaggi, contorni, pizza … Praticamente tutto, ad eccezione dei dolci (a 16 anni provai la prima caramella della mia vita e tuttora, assieme al rognone, le caramelle non le sopporto proprio).

A casa mia non si mangiava né insalata o verdura cruda né frutta (o meglio,mio padre e mio nonno si dividevano una mezza mela in due; mia nonna ed io neppure quella).

Però andavo pazza per le patatine fritte (non quelle dei sacchetti, che si compravano- assieme alla Coca Cola e alla Fanta – unicamente per le festicciole di fine anno scolastico) e non disdegnavo le fragole.

Di pari passo aumentò la mia curiosità nei riguardi del cibo. Avevo 11 anni ed ero ospite per le vacanze estive dall’inseparabile amica Ketty. Con i suoi genitori una sera, in Lunigiana, andai a cena da loro amici e fra i piatti locali c’era “al formai coi beghi”, il formaggio coi vermi. Per educazione mi fu offerto: non solo non rifiutai ma feci parecchi bis, nonostante gli avvertimenti della mamma della mia amica. Conseguenza: una ventina di corse al bagno quella notte, ma l’esperienza valeva la pena.

Se è vero che ai dolci continuavo ad opporre resistenza (che sia il motivo per cui non ebbi praticamente mai carie ai denti?), a vent’anni scoprii i gelati. Ricordo a S. Margherita Ligure: c’era una viuzza che ospitava 5 o 6 bar: il tempo di assaggiarne uno nel primo locale per infilarmi nel bar successivo per provare un altro sapore, e poi negli altri bar a seguire. Attenzione, non ero bulimica: ero solo estasiata per aver scoperto il cibo.

E subito dopo fu la volta del pesce, di tutto il pesce (a casa era previsto, il venerdì, solo il baccalà- che fra l’altro mi piace, e mi piaceva, molto-): in questo periodo ci fu l’innamoramento per le cozze e le vongole, amore che non tradirò mai. E poi seguirono le insalate e le verdure e la frutta, cocomeri e meloni in testa.

Un nutrizionista inorridirebbe leggendo la mia storia ma, ringraziando il Cielo, fui sempre sana e non ebbi particolari problemi di salute. C’era poi un elemento che giocava a mio favore: avevo ereditato la costituzione fisica di mio padre e, pur magrissima, trangugiavo una quantità spropositata di cibo. Purtroppo( o per fortuna) non so che cosa significa “non digerire”: anche adesso non conosco il senso di sazietà e devo impormi di non svuotare tutto il frigorifero. Anche a pasto appena concluso.

Sì, un nutrizionista impallidirebbe a sentire come mi nutrivo. Del resto a quei tempi non era raro saltare completamente la colazione (neppure un caffè; la caffeina- litri di caffeina- l’avrei scoperta nei mesi che precedettero gli esami di maturità) e andare a scuola a stomaco vuoto (se andava bene estorcevo a qualche compagna un morso di focaccia, che mandavo giù con un sorso dell’acqua del rubinetto del bagno, prima di rientrare in aula). Bizzarro: nessuna di noi andava in giro con la bottiglia dell’acqua come fanno ora modelle e “semplici” donne di ogni età(non ci veniva detto che era importante bere per idratare la pelle, e non solo), né si facevano aperitivi o si assumevano beveroni frequentando le palestre … anche perché le palestre da noi non c’erano ancora. Dovevamo aspettare gli anni Ottanta perché dalla TV  americana Jane Fonda e Sydne Rome ci insegnassero l’aerobica.

La prova del fuoco stava per avvicinarsi: con la menopausa il mio corpo come si sarebbe regolato? Non potevo basarmi su mio padre, che ovviamente era un uomo. Tuttavia mi faceva ben sperare il fatto che lui restasse magrissimo anche a 70 anni passati.

Ma ahimè, a 50 anni, nonostante per la prima volta non eccedessi con la quantità del cibo e frequentassi una palestra, misi su 7 kg in 6 mesi. Orrore e soprattutto … fame! Il mondo era diventato grigio senza i colori degli alimenti.

La dietologa mi spiegò che sì, ero una magra costituzionale ma il mio metabolismo se ne fregava e mi riconosceva come una cinquantenne in menopausa. Con quella che, diciamolo, non era una dieta ma un esatto stile di vita, in tre mesi riconquistai il mio peso dei 16 anni: 46 chili e mezzo.

Da allora la curiosità per il cibo è rimasta immutata e qualsiasi ristorante etnico mi fa felice. Lo so, devo stare attenta alla quantità ma almeno mi consolo pensando che fino a 50 anni non ho mai avuto problemi con la bilancia. Che neanche avevo.

La morale di queste paginette? Sono grata alla nonna che mi ha permesso- non obbligandomi a mangiare- di scoprire il cibo. O meglio, i cibi. Forse lei più di me apparteneva ad una generazione F ( fortunata e folle). Anni fa a Rimini un ragazzo diciassettenne che aiutava in spiaggia il bagnino mi confidò convinto: “Le lasagne sono per me come la Madonna”.  Trovai questo paragone non blasfemo, ma perfetto per definire le lasagne. Sapete che io ancora mi “emoziono” quando le mangio? Ed è uno dei rari momenti in cui sto in silenzio per godermi in pieno la sensazione.

       Minnie Luongo

P. S. Non serve specificare quale sia il fil rouge di questo numero: il cibo, ovvio… Buona lettura e buon appetito!

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