Introduzione per spiegare le passioni

Come la considerazione del desiderio affascina e può condurre a passione

Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico


Desiderio deriva dal latino de privativo e sider stella e racconta dell’impossibilità di poter osservare le stelle –che erano scrutate a scopo augurale e quindi per definire la rotta esistenziale. Questa impossibilità genera mancanza da cui deriva lo stimolo incomprimibile a una ricerca affannata che generi soddisfazione colmando quel vuoto, quella distanza tra soggetto e oggetto. Le mappe ritualizzano questo desiderio. La possibilità di tracciare una propria cartografia è essenziale per conoscersi e sapere dove si è.

Domanda tre menda che risuona nel Genesi per sollecitare la necessaria riflessione circa in quale punto della propria vita, della propria esistenza si sia, il punto di domanda “dove sei?” fa coincidere la sosta e la ripresa del viaggio – che è una trasformazione. Ogni volta che si pronuncia questa domanda, ci si interroga (su se stessi e) sul contemporaneo che si abita e lo si prende in considerazione. L’etimologia di “considerazione” ci aiuta ad approfondire il concetto. La parola di derivazione latina è formata da con e sider, letteralmente “con le stelle”, come spiega il dizionario etimologico: fissare una stella per leggervi i decreti del fato, per chi ritiene che i destini dipendano dalle stelle. In termini traslati, significa fissare attentamente con gli occhi della mente una cosa. L’occhio subisce la fascinazione e per suo mezzo potrebbe suggerire un reincanto del mondo, anche quel mondo che crediamo di conoscere, se solo lo si guardasse (e ci si guardasse) diversamente, adottando un altro punto di osservazione. Scrive Tommaso Campanella[1] che “l’occhio manifesta molte cose magiche, poiché incontrandosi un uomo con l‘altro, pupilla con pupilla, la luce più possente dell’uno abbaglia e abbatte l’altro che non può sostenerla, e spesso induce quella passione che ha, nel paziente: gli amanti amore, gl’irati sdegno, i turbati mestezza (…). Chi ammira una cosa, inarca le ciglia e vorria aprire gli occhi tanto che gli entrasse la cosa ammirata, per conoscerla e goderla”

[1] Tommaso Campanella, “Del senso delle cose e della magia, libro IV, cap. 14.

LA MIA PASSIONE PER I LIBRI

Cronaca di una caccia sottile per suggerire che, forse, la bellezza non ci salverà

“16 ottobre 1943”. Debenedetti, Pollak e Goethe. 

Occorre certe volte lasciarsi trasportare dagli eventi, quando la concatenazione tra di essi è tale da suggerire qualche riflessione in più – o almeno inaspettata- rispetto a se stessi e alle ragioni per cui si fanno le cose che si fanno. Non sono propenso a ritenere che le vicende delle persone –e le mie nello specifico- si iscrivano in una traiettoria predefinita che potrebbe chiamarsi destino. Però quando le coincidenze concernono i “miei” libri (la mia passione) mi capita di registrarle con stupore. Anche perché una biblioteca è come un’autobiografia e i libri di cui qui racconto e parlo adesso li ho in scaffale. Il racconto fa riferimento a vicenda accaduta un paio di anni fa, ma è esemplificativa di stato di continua alterazione …

Ho contratto quella che a tutti gli effetti si configura come una patologia del libro. Compulsivo nella ricerca dei titoli, mi piace abbandonarmi alla discontinua corrente che realizzano, confluendo nella mia disordinata libreria, tutte le mie diverse curiosità da dilettante. Leggo, prendo appunti e so che da essi non deriva nulla se non la piacevolezza delle pagine già lette e la golosità con cui penso alle prossime che m’attendono. Anche frustrazione, certo, per la mia inconcludenza. Tutto questo amore per la lettura, il libro, la bellezza – la cultura?- mi rendono però un uomo migliore? La bellezza salverà il mondo, è stato suggerito. Ma per davvero oggi lo si può ancora dire? Di quale salvezza si parla- collettiva, individuale, sociale, corporea, spirituale. Io con tutti i miei libri e le letture che vado facendo non mi sento affatto un uomo migliore, anzi: sono particolarmente insoddisfatto di me. E parlando di altri, provo fastidio ogni volta che leggo discorsi che sembrano indicare nella cultura e nel bello una sorta di sistema fisiologico che dovrebbe immunizzarci e metterci a riparo da catastrofi e brutture. Dalla cultura credo non derivi altro che la possibilità di sviluppare attitudini che inducano al dialogo, allo scambio di contenuti ed emozioni tra persone che hanno visioni del modo differenti, perché l’identità per me non è un dato ma un processo (un processo culturale, appunto). Non esistono automatismi né determinismi sociobiologici, purtroppo (o per fortuna). Vicende recenti lo suggeriscono – e, in piccolo, lo svolgimento di una delle mie “cacce sottili lo mostra”.

Per chi avesse pazienza, le righe che seguono parlano sincronie tra testi e date, di una ricerca di libri rari ed esauriti e dell’anniversario del 16 ottobre, data del rastrellamento del quartiere ebraico a Roma da parte delle truppe nazionalsocialiste e della successiva deportazione.

Non faccio fatica a ricordare che il 16 ottobre ricorre anniversario della grande deportazione degli ebrei di Roma. C’è quel libro portentoso di Giacomo Debenedetti – “16 ottobre 1943”- che rileggo spesso . La nota introduttiva dell’edizione de Il Saggiatore lo descrive come “pagine lettura bruciante: oltre il valore documentario, possiedono l’intensa qualità dello stile”. La mia copia di quel libro è una Silerchia (seconda edizione marzo 1961) dalla copertina rigida, quelle i cui piatti e il dorso erano disegnati dal tratto informale di Balilla Magilla (almeno fino alla Silerchia n° 74). Le Silerchie hanno costituito una collana elegantissima per contenuti e forme edita da Il Saggiatore, e sono oggetto di culto e di caccia da chi, affetto dal “furor d’aver libri”, cerca con il possesso palliativi alla propria furia. Il 16 ottobre dell’anno scorso, nel pomeriggio, avevo postato su Facebook la copertina di quel volumetto, per farne memoria. Un libro che leggo e rileggo, per ricordarmi quanto son distante da come vorrei scrivere.

La sera di martedì 17 ottobre ho ricevuto una telefonata dal direttore dell’Archivio di Stato di Spoleto Luigi Rambotti per coinvolgermi –e ho accettato- in una giornata di riflessione sulla memoria e i luoghi della morte a Spoleto: epigrafi funerarie al museo archeologico e poi visita al cimitero monumentale dove gli interventi su cerimonie e riti di sepoltura, la storia del cimitero monumentale di Spoleto con i suoi tesori sarebbero stati inframezzati da testi realizzati e letti da studenti del Classico e dello Scientifico che avrebbero recitato anche poesie scelte per l’occasione – in particolare dall’Antologia di Spoon River. Collaudata e affiatata la squadra in cui mi trovo arruolato: Luigi Rambotti, Leopoldo Bartoli, Giluliano Macchia … A me sarebbe toccato introdurre e gestire i brevissimi momenti di legatura (metafora libresca) tra un intervento e l’altro. Alla ricerca di qualche idea – in realtà di cosa parlare mi è parso subito chiaro: la lettura e il principio di realtà- attinente al programma del giorno, ho fatto come al solito. Ho iniziato a cercare sul web, anche perché ero in quei giorni a Roma, per cui sull’immediato non potevo andare alla biblioteca Carducci di Spoleto, né alla sezione dell’Archivio di Stato …

Googlando, è successo così che mi sono imbattuto in un titolo, “Per il centenario della morte di Goethe”, in un editore, Claudio Argentieri di Spoleto, in un autore, Lodovico Pollak. Adoro le edizioni di Argentieri, ne ho qualcuna. Raccolgo da tempo i titoli che trovo e che sono…accessibili per le mie tasche. Sono sempre alla ricerca di notizie, documenti e informazioni sulle molteplici attività della casa editrice nonché di Claudio Argentieri. Fu lui a inventare il libro d’arte e fu editore e animatore culturale al centro di un fitto interscambio di idee e iniziative tra grandi nomi – Oietti, Vergani, Pirandello, Baldini, Bontempelli per citarne qualcuno- e tra Spoleto e Roma. Il volume dedicato a Goethe, nella sommaria descrizione che trovo, è di poche pagine, per le mie tasche accessibile e soprattutto è in una libreria antiquaria di Roma. Potendolo ritirare di persona mi avrebbe consentito di risparmiare sulle spese postali. Oltretutto è un libraio antiquario che conosco quello che ne ha una copia in ottime condizioni. Senza dissimulare la frenesia mi son detto subito: vado.
Prima però ho telefonato, per sicurezza e ho saputo che sarei potuto andare solo nel pomeriggio – “Sa, il libro va cercato in magazzino e il ragazzo arriva solo alle 15, oggi …” .Sono andato in vespa, “formalmente” per vedere e poi decidere …ma ammetto di esser uscito di casa sapendo che l’avrei comunque preso. Certo, non era affatto detto che vi avrei potuto trovare un nesso con la giornata per cui mi stavo preparando – avevo deciso: il mio intervento sarebbe stato su lettura e principio di realtà (mi frullavano in testa Eco e Bloom). Vero è che però Goethe a Spoleto c’è stato, e qualcosa ne ha scritto nel suo Viaggio. Però non avevo idea di cosa contenesse quel volume che stavo per comprare. Vero. Verissimo. Ma è un volume edito da Argentieri e le cose che so di Claudio Argentieri mi fanno friggere.

Alle 15.20 avevo già parcheggiato la vespa e cercavo dentro il locale con fare indifferente altre chicche sui banconi e negli scaffali. Poi mi presento e chiedo se il libro sia stato … rintracciato al deposito. Devo ancora pazientare, mi vien detto. In realtà però ho fretta, debbo andare a casa, finire il bagaglio e partire per Spoleto: in serata c’è il gruppo di lettura che si riunisce in biblioteca alle 21…

Eccolo, lo hanno trovato. Formato grande, 29,5×21, 64 pagine, 5 tavole fuori testo. Emozionato lo sfoglio. Scostando la carta velina ingiallita che sta a protezione delle tavole si sprigiona un effluvio di carta “chiusa”, odore di vecchio e di segreto, di tempo e quasi di storia – aroma che raccontava da quanto tempo questo libro è stato chiuso. Sfogliandolo leggo che “di questa opera si sono stampati 300 esemplari (oltre 85 fuori commercio) dell’edizione originale tedesca. 300 esemplari (oltre 45 fuori commercio) della versione italiana”. 
Ho comprato la mia freschissima copia. Il mio è l’esemplare N.9, siglato dall’editore Claudio Argentieri. Le tavole, sono belle, eleganti un paio di quadricromia. Non vedevo l’ora di leggerlo di sfogliarlo. Infilo il volume nello zaino e in poco sono di nuovo alla scrivania e risfogliandolo  –oddio, sì, vero c’è un gusto anche tattile nel maneggiar libri, accarezzare dorsi, osservare angoli e margini, sfiorale la levigatezza dei piatti– mi accorgo che non avevo ancora destinato adeguata attenzione all’Autore, Lodovico Pollak. Rischio di giungere in ritardo a Spoleto. Ma la curiosità è tanta, troppa.

Cerco sul web “Lodovico Pollak”. Lo trovo.

Le coincidenze si infittiscono. Dopo Spoleto e Argentieri, dopo aver trovato questo libro in una libreria a Roma -la copia n.9 delle 300 in italiano stampate nel 1932 e poste in vendita –ormai ne sono certo: aspettava me, ne sono persuaso- con sorpresa scopro che Lodovico Pollak era professore, archeologo di fama, nato a Praga il 14 settembre 1868. All’epoca chi nasceva a Praga partecipava di quella koinè culturale mittleuropea che aveva nel tedesco la sua lingua madre. Il suo amore smisurato per Goethe lo avrebbero portato a compiere un viaggio per conoscere chi aveva conosciuto di persona Goethe, come per sentirsi più prossimo e poter vedere il riflesso del poeta amato negli occhi di chi vi aveva trascorso qualche tempo insieme. Il libro che avevo acquistato di questo tratta … un viaggio nella memoria della memoria. Un argine alla testimonianza che si affievolisce, man mano che le persone che hanno visto scompaiono. Che cosa accada delle memoria dei testimoni quando i testimoni muoiono è un tema che mi angoscia sempre, e nella scrittura, nella lettura e nell’ascolto della rilettura forse c’è parte della risposta.

Mi è parso coerente e lodevole che sia stato un ingegno così predisposto – Pollak- ad esser scelto da Argentieri per rendere innamorato omaggio a Goethe, celebrandone il centenario della morte. Per inciso, quest’anno ricorre l’anniversario del Viaggio in Italia di Goethe, che per Spoleto è pure passato, descrivendone bellezze e senso dell’arte. Ma con eleganza e understatement di assoluta raffinatezza non se ne fa cenno nel libro. Continuo a cercare notizie su Pollak – se abbia pubblicato dell’altro e se sia reperibile, che vita abbia condotto …

Altre pubblicazioni ne ha fatte. Trovo subito il riferimento alla catalogazione sulle sculture del Museo Baracco. Leggo della sua amicizia e assistenza a Giovanni Baracco, collezionista e patriota calabrese che con l’unità d’Italia e Roma capitale decide fare della città dei sette colli la sua patria d’elezione. Pollak lo aiuta a catalogare la collezione. Nasce il museo Baracco di cui poi sarà direttore, alla morte dell’illustre calabro. Ancora oggi è accessibile la grande biblioteca Pollak, il cui fondo più cospicuo è costituito dalle opere di Goethe di cui Pollak era autorevole cultore -nella biblioteca ci sono numerosi autografi di Goethe e addirittura una ciocca dei capelli del grande Poeta.

Poi trovo anche dell’altro. Lodovico Pollak era ebreo. Fu arrestato il 16 ottobre 1943 a Roma. Arrestati con lui sua moglie Giulia che era nata a Bratislava e aveva 56 anni. Avevano due figli, tutti e due nati a Praga. La ragazza, si chiamava Susanna e aveva 33 anni. Il primogenito aveva 41 anni e lo aveva chiamato Volfango – evidente omaggio a Goethe. Furono arrestati e condotti come tutti gli ebrei arrestati il 16 ottobre al Collegio Militare di Roma.

Forse vittima di stereotipi, ma riesco a immaginare Lodovico – ancor più ora che ho letto il libro. Le cose si vanno sovrapponendo e componendo in un montaggio. Da un lato il racconto di Debenedetti “coro sgomento e terribile” di una “collettività popolare” che l’autore fa parlare, “su cui si staccano le voci dei protagonisti di un attimo, subito risommerse, per sempre perdute nel tragico destino comune”– in quelle vie del quartiere ebraico quel 16 ottobre, tra quella gente c’era anche la famiglia Pollak. Dall’altro l’eleganza raffinata del libro edito da Argentieri – chicca da bibliofili non solo perché tirata in poche copie numerate ma per l’aspetto formale del volume, la grammatura della carta, la copertina in cui oltre a titolo autore ed editore dal cartone écru affiora discreta la riproduzione di una medaglia raffigurante Goethe, il carattere garamond degli interni, gli spazi e il rapporto tra il piombo – la composizione del testo- e la superficie dalla pagina, la cura attenta della stampa del libro prodotto –tavole incluse, protette dalla carta velina appena oleata nel colore, per far scorrere lo sguardo sognante e meglio goderne in una proiezione temporale senza termine.

Un volume pensato, frutto della comune passione di autore ed editore per il libro, per Goethe, con la capacità di celebrare un anniversario così importante riuscendo a donare a chi legge e maneggia l’oggetto da loro realizzato qualcosa di nuovo, di diverso, di inedito e di saporito su Goethe – monumento della letteratura tedesca, senza tempo e senza confini. Pollak nato a Praga chiama Il figlio con il nome di Goethe. Si sentiva anche lui tedesco, tedesco d’Europa. Immagino le riunioni tra Argentieri e Pollak, le idee accomunate dall’entusiasmo e dall’amore per i particolari. Immagino le mani dei due “artefici”, la soddisfazione per quei sei capitoli.

Il 18 ottobre dell’anno scorso, in quel giorno ho comprato il libro di Pollak, ho appreso di lui e della sua famiglia che nel proprio il 18 ottobre del 1942 è “partita” ancora unita ma “piombata” nel convoglio n.02, destinazione Auschwiz. Gli avevano proposto di salvarsi – Pollak era persona nota e stimata in molti ambienti. Lui rifiutò, e decise di seguire la sorte della sua gente. Fino in fondo. Nessuno della famiglia Pollack ha fatto ritorno, dopo.

Forse il treno qualche giorno prima aveva portato libri trafugati dalla Biblioteca del Collegio Rabbinico di Roma in Germania è lo stesso che il 18 ottobre del 1943 ha trasportando storie vive in carne e ossa, emozioni paure e sangue. Se lo chiede Debenedetti che scrive: “Chi sa se saranno gli stessi carrozzoni a cui toccherà, tra breve, di portare in Germania altro, e ben altrimenti vivo, carico. Il tempo per l’andata e il ritorno c’è stato: cinque giorni. E ancora, per l’ultima volta, come se ancora questo interrogativo potesse dare l’allarme a chi tocca, ci domandiamo: ma se le angherie duravano così, perché non pensare a salvarsi? Ebbene il furto dei libri non era un’angheria per la gente del Ghetto, che di libri non si intendeva”. In genere si evocano gli autodafè, i roghi dei libri. Qui a Roma accadde l’opposto – e fatico a credere che Pollak non lo sapesse, e che per lui che abitava al Ghetto non contasse- qui si parla di un particolare amore per i libri, che secondo i palatini dell’umanesimo dovrebbe costituire una via a senso unico che sfocia nella piazza della bellezza e dell’armonia salvifica. Invece (forse) davvero no.

Ancora con le parole di Debenedetti, che di migliori ora non ne trovo: “Una strana figura, sulla quale si vorrebbero avere più ragguagli, appare l’11 ottobre nei locali della Comunità. Accompagnato anche lui da una scorta di SS., al vederlo si direbbe un ufficiale tedesco come tutti gli altri, con quel di più di arroganza che gli dà appartenere a una ‘specialità’ privilegiata e tristemente famosa. Tutto divisa, anche lui, dalla testa ai piedi: quella divisa attillata , di un’eleganza schizzinosa, astratta e implacabile, che inguaina la persona, il fisico ma anche e soprattutto il morale, con un ermetismo da chiusura-lampo. E’ la parola verboten tradotta in uniforme: proibito l’accesso all’uomo e all’individuale passato che vive in lui, che è la sua storia e la sua più vera ‘specialità’ di creatura di questo mondo; proibito vedere altro che questo suo ‘presente’ rigoroso, automatico, intransigentemente reciso”.

Mentre gli altri uomini delle SS mettevano a soqquadro i locali e s’accostavano alla Biblioteca del Collegio Rabbinico e a quella della Comunità, questo ufficiale “ con mani caute e meticolose, da ricamatrice di fino, palpa, sfiora carezza papiri e incunaboli, sfoglia manoscritti e rare edizioni, scartabella codici membranacei e palinsesti.. La varia attenzione del tocco, la diversa cautela del gesto sono subito proporzionate al pregio del volume”, scrive Debenedetti. Ma diomio, sono gli stessi gesti con cui penso toccasse le carte pregiate Pollak, gli stessi con cui maneggio i libri preziosi che sfoglio in biblioteca – gesti delicati e prudenti che suggeriscono rispetto per i testi e il loro significato, la loro storia. Gesti che narrano della differenza che si deve saper articolare tra le diverse cose che si toccano, movimenti colti, verrebbe da dire, che mimano il valore di ciò con cui entrano in contatto. Ancora Debenedetti: “Quelle opere, per la maggior parte, sono scritte in remoti alfabeti: Ma ad apertura di pagina, l’occhio dell’ufficiale si fissa e si illumina, come succede a certi lettori particolarmente assistiti, che subito sanno trovare il punto sperato, lo squarcio rivelatore. Tra quelle mani signorili, come sottoposti a una tortura acuta e incruenta, di un sottilissimo sadismo, i libri hanno parlato” . Molti di quei libri erano esemplari unici e d’eccezione. Di quelle biblioteche “una completa esplorazione e un catalogo non erano ancora stati fatti: forse avrebbero rivelato altri tesori”. SI trattava di documentazioni e cronache manoscritte e a stampa della diaspora nel Mediterraneo e vi erano le fonti autentiche e antiche degli Ebrei di Roma, i più prossimi all’antico giudaismo. “Profili ancora ignoti, da intentate prospettive, della Roma dei Cesari, degli Imperatori e dei Papi si nascondevano sotto quelle scritture. E generazioni che parevano passate su questa terra veramente come la schiatta delle foglie, attendevano dal fondo di quelle carte che qualcuno le facesse parlare”. Quell’ uomo che maneggiava con cura e consapevole rispetto quei libri era “un egregio cultore di paleografia e filologia.

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