GENERAZIONE F A Natale con il Covid – 19

Scrivere del Natale è sempre difficile per me. Ma anche divertente. Quasi comico.

Perché hai voglia a parlare della festa della famiglia per chi non aveva una famiglia tradizionale. Mio padre era sempre con l’ultima moglie in carica (no, io non ero invitata; non chiedetemi perché. No, anzi lo so: perché si dimenticava di dire che aveva una figlia. Paradossalmente iniziai a trascorrere piacevolissime feste con i parenti della terza consorte solo dopo la morte di papà.)

 Mia madre neppure mi chiese mai di trascorrere il 25 dicembre con lei: aveva amici di ogni dove che la reclamavano. Anche in questo caso da sola, senza di me. Né, del resto, io spasimavo per brindare con la mia mamma e il suo gruppo di intellettuali che mi ignoravano nelle pochissime occasioni in cui ci incontravamo.

Restavano la nonna e il nonno, con i quali vivevo in pianta stabile. Come forse ho avuto modo di dire, nonna Irma era pressoché l’unica donna meridionale che (pur invitando a pranzo e cena tutte le domeniche e ad ogni occasione possibile tavolate intere di persone, e alla quale potevi portare tre o quattro amiche a mangiare senza avvertirla e facendo la sua gioia), a Natale chissà perché non riteneva fosse importante riunirsi, né con figli, figlie, nipoti. E anzi, qualche giorno prima della festa mi chiedeva preoccupata: “Dove vai questo Natale?”. Preoccupata perché … temeva che finissi per restare a casa con due persone anziane- pardon, Over- quando potevo avere l’occasione di festeggiare con amici, amiche, amici degli amici, parenti dei parenti e vivere esperienze nuove.

Per me era molto divertente non sapere fino all’ultimo dove sarei andata. Consideravo un’avventura scoprire tradizioni e abitudini di famiglie che spesso conoscevo a stento. Una volta mi fermai per circa una settimana a Volta Mantovana, nella splendida  casa dell’amica di una collega di scuola. Amica che avevo conosciuto casualmente e con cui mi ero intrattenuta per un’ora al massimo prima di essere invitata da lei e famiglia (marito, figli, suoceri, zii ….) Ho un ricordo sbiadito ma molto bello di quel Natale (il marito venne a prendermi alla stazione la sera della vigilia; io arrivai con doni per tutti- fare doni mi è sempre piaciuto- e ne ricevetti quanti mai avrei pensato). Unico momento di panico: la mattina dopo quando, dopo essermi svegliata nella stanza incredibile a me riservata, mi accorsi di aver distrutto il prezioso ricamo del cuscino, opera di una nonna che per prima cosa, a colazione, mi chiese se apprezzavo la sua passione e i lavori che realizzava con le sue mani, soprattutto per occasioni importanti come le feste natalizie. Fu panico puro che però si sciolse grazie all’aiuto dei ragazzi presenti che scoppiarono in una risata indimenticabile davanti alla mia faccia atterrita.

Poi ci fu una bel Natale milanese, a casa della sorella della mia amica Rossella, con il suo Tommaso, con lo “zio Ernesto”, amici e parenti e gatti … E tante squisitezze, seduti ad una tavola imbandita in modo perfetto. Quella fu anche la volta in cui giurai a me stessa che non avrei più mangiato paté di fois gras per motivi dettati dall’amore per povere oche ingozzate a forza. Essendone però golosa, mi ingozzai- è il caso di dirlo-  con una porzione enorme di paté, ma fu davvero  la mia ultima volta. E ne vado molto orgogliosa.

L’anno in cui avrei potuto trascorrere il Natale con chi avevo sposato tre mesi prima …lo trascorremmo ognuno per i fatti nostri, visto che- ormai è storia nota per chi mi conosce- gli avevo annunciato il desiderio di divorziare dopo sole sei ore dal fatidico sì.

E come dimenticare le vigilie passate rigorosamente da sola, con dei rituali ben precisi? In pratica, davanti all’albero addobbato al meglio, apparecchiavo per me con ciò che più mi piaceva e una candela rossa davanti, e quindi prendevo l’auto per andare al cinema in centro, allo spettacolo delle 20, guidando ammirata lungo il Naviglio Grande e le sue luci.

La scelta era fra due tipi di film: cartoni animati al Cinema Arti, dove entravo unica adulta sola, senza la compagnia di bambini e amichetti o, più spesso, commedie romantiche che non di rado qualche giorno prima ero già andata a vedere, per essere sicura che fosse un “film da Natale”. Quindi tornavo a casa; spegnevo tutte le luci e accendevo la candela. Poi mi gustavo la cena, ammirando il Duomo illuminato che, fortuna delle fortune, riuscivo ad ammirare dalla finestra, nonostante qualche chilometro di distanza.

Per questi e altri motivi mi è difficile parlare del Natale. Onestamente non posso dire che mi sentirò privata degli abbracci di famiglia e che soffrirò la solitudine: ci sarà Holly sul divano con me davanti alla Tv e farò il mio albero con le decorazioni acquistate in tutti i vari viaggi per il mondo e mi gusterò fette e fette di panettone. Rigorosamente classico, con canditi e uvetta.

Mi è tanto difficile parlare del Natale che non so come concludere. Ricorro allora alla foto di una poesia scritta esattamente mezzo secolo fa, sul quadernetto turchese che comprendeva l’intera mia produzione giovanile, inclusa la composizione poetica  che due anni prima, diciassettenne, mi aveva procurato il giudizio “Ottima” di Giuseppe Ungaretti, scritto con l’inchiostro verde della sua stilografica, sulla pagina della rivista dove ero stata pubblicata.

Giorno di Natale

Ricami ghiacciati di brina

sugli alberi

mi riportano

oggi         

a un buffo disegno

bianco di neve

a incantate emozioni d’infanzia

a gioie serene

e bontà senza pudori …

Auguri a tutti! Che lo passiate in compagnia, con gli stretti congiunti o da soli. Quest’anno, si sa, decide Babbo Covid.

                                                                                                                                  Minnie Luongo

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