Generazione F                          Figli e genitori

                 

Questa volta ero davvero nei guai. Subito dopo aver stabilito che il comune denominatore del mese sarebbe stato l’argomento “figli”, mi sono resa conto che, non avendo avuto né voluto figli, avrei dovuto, per necessità di cose, parlare della mia esperienza di figlia. E qui mi si presentavano due possibilità: 1) cedere direttamente la parola ai colleghi (in primis Marco Ranzoni e Paola Cicerone) che meglio non avrebbero potuto scrivere del loro essere rispettivamente padre affettuoso, e orgogliosamente non madre; 2) glissare con eleganza, consentendomi solo considerazioni generiche, compresa la convinzione che per diventare genitori si debba avere una sorta di patente (altro che green pass!).

Io da neonata (1951)

Mi si presentava però anche una terza e forse più realistica soluzione: far cadere la maschera di persona forte (e Dio sa quanto possono pesare le maschere!) e ammettere ciò che solo i miei più stretti amici e amiche sanno bene: ho avuto infanzia e adolescenza devastate da due persone restie a ricoprire il ruolo di genitori e comunque incapaci a farlo. Dopo questa confessione scritta nero su bianco ammetto di aver provato un’inaspettata leggerezza: il pensiero è andato al kintsugi, l’arte giapponese di riparare con l’oro liquido (rendendoli quindi più preziosi) vasi rotti, ciotole o altri oggetti di ceramica. La metafora contenuta in  questa tecnica è evidente: si può imparare così la resilienza. Ovvero, anche coloro che come me sono stati feriti pesantemente e ingiustamente da qualcuno, possono riprendere luce proprio in virtù di ciò che li ha fatti soffrire. E dunque, è possibile assorbire urti o eventi traumatici senza rompersi ma, anzi, diventando più forti. Certo, il lavoro da fare su noi stessi – in genere con l’aiuto di esperti- non è indifferente, ma al termine del percorso diventiamo ancora più unici e non omologati, proprio per la peculiarità delle ferite che abbiamo ricucito e che hanno fatto di noi quello che siamo oggi. Orgogliosamente. Ed è così che finalmente mi sento. Finalmente libera dall’esigenza di fingere un perenne controllo sulla mia sfera emotiva.

A questo punto ho deciso che avrei scritto dei tanti (non necessariamente artisti conosciuti) che hanno voluto e saputo dedicare una canzone o anche una semplice ninna nanna al figlio appena venuto al mondo. Come mio solito, la prendo larga. Correva l’anno 1982 ed era una splendida estate. Come del resto, sono tutte le estati. Almeno per me. Era agosto e mi trovavo in Calabria dopo essermi fratturata un braccio qualche giorno prima a Milano (quale occasione migliore per farlo durante la festa organizzata la sera del 15 luglio per i miei 31 anni? Così da mandare a casa in fretta e furia i numerosi invitati e raggiungere il Pronto Soccorso più vicino, accompagnata dal futuro marito e da una coppia di amici, Massimo e Yvonne). I tre, dopo molto tempo- più o meno alle due del mattino, con capigliatura e trucco sfatti più una gonna lunga chiara, come d’incanto diventata color grigio topo per esserci inciampata e averla calpestata più volte con degli improbabili tacchi alti- mi videro finalmente uscire dalla sala Gessi con il referto di radio e ulna fratturati malamente e la diagnosi di un gesso da tenere per almeno30 giorni.

Bene, con il braccio destro ingessato che mi impediva di fare bagni in mare (salvo avvolgerlo in più strati di sacchetti di plastica del supermercato e quindi tenerlo sollevato in aria mentre stavo a galla maledicendomi per aver voluto indossare tacchi stratosferici) in quel di Falerna (provincia di Catanzaro) ogni mattina alle 7,45 spaccate venivo svegliata di soprassalto dal jukebox di un bar vicino che a volume altissimo trasmetteva- sempre a quell’ora- la prima canzone del mattino, ossia “Avrai”.

Non me ne vogliano i detrattori di Claudio Baglioni, ma io ho sempre trovato splendido questo brano, tanto da aspettarlo con ansia tutti i giorni per affrontare con slancio ogni mattina, nonostante il gesso al braccio e l’afa insopportabile.  Pensare che un ragazzo di soli 31 anni (siamo del 1951 entrambi) avesse potuto comporre di getto una tale poesia in musica per il figlio Giovanni (nato a maggio 1982) mi ha sempre stupito ed emozionato.

Claudio e Giovanni Baglioni

Ma avete presente il testo?

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle
Storie fotografate dentro un album rilegato in pelle
I tuoni di aerei supersonici che fanno alzar la testa
E il buio all’alba che si fa d’argento alla finestra

Avrai un telefono vicino che vuol dire già aspettare
Schiuma di cavalloni pazzi che s’inseguono nel mare
E pantaloni bianchi da tirare fuori che è già estate
Un treno per l’America senza fermate

Avrai due lacrime più dolci da seccare
Un sole che si uccide e pescatori di telline
E neve di montagne e pioggia di colline
Avrai un legnetto di cremino da succhiare

Avrai una donna acerba e un giovane dolore
Viali di foglie in fiamme ad incendiarti il cuore
Avrai una sedia per posarti e ore vuote come uova di cioccolato
Ed un amico che ti avrà deluso, tradito, ingannato

Avrai, avrai, avrai
Il tuo tempo per andar lontano
Camminerai dimenticando
Ti fermerai sognando
Avrai, avrai, avrai
La stessa mia triste speranza
E sentirai di non avere amato mai abbastanza
Se amore, amore avrai

Avrai parole nuove da cercare quando viene sera
E cento ponti da passare e far suonare la ringhiera
La prima sigaretta che ti fuma in bocca un po’ di tosse
Natale di agrifoglio e candeline rosse

Avrai un lavoro da sudare
Mattini fradici di brividi e rugiada
Giochi elettronici e sassi per la strada
Avrai ricordi, ombrelli e chiavi da scordare

Avrai carezze per parlare con i cani
E sarà sempre di domenica domani
E avrai discorsi chiusi dentro e mani
Che frugano le tasche della vita
Ed una radio per sentire che la guerra è finita

Avrai, avrai, avrai
Il tuo tempo per andar lontano
Camminerai dimenticando
Ti fermerai sognando
Avrai, avrai, avrai
La stessa mia triste speranza
E sentirai di non avere amato mai abbastanza
Se amore, amore, amore, amore avrai

La canzone, prodotta da Geoff Westley (che divenne uno dei musicisti più amati del Paese dopo aver collaborato con Lucio Battisti), fu registrata a Londra in soli due giorni e in una situazione rocambolesca, come avrebbe spiegato lo stesso Baglioni in un’intervista: “Quasi sempre i dischi si finiscono in maniera disperata. Avrai l’ho fatta in una pausa di Paul McCartney, che registrava tutti i giorni tranne il mercoledì: mi infilai nello studio mentre lui giocava a Space Invaders”.

Col tempo è diventata una sorta di inno, dell’augurio, della promessa, del patto stabile che ci deve essere tra coloro che sono già al mondo e quelli che stanno per arrivare. E poi perché si parla del futuro: “Avrai” significa stabilire ancora una volta in più una concordia, un senso di trasmissione, sia di valori ma anche di cose che diano esperienza, tradizione, oltre a slancio per il futuro che noi pensiamo debba sempre essere la parte migliore della nostra esistenza”.

 Il brano si sviluppa, senza mai ripetersi, tra metafore, similitudini e analogie. Al figlio il cantautore preannuncia un mondo ricco di bellezze ed emozioni inestimabili: “Avrai un telefono vicino che vuol dire già aspettare, schiuma di cavalloni pazzi che s’inseguono nel mare, e pantaloni bianchi, da tirare fuori che è già estate, un treno per l’America senza fermate…“. Già, l’America, simbolo di speranza e di inesauribile gioia che, com’è noto, è impossibile raggiungere col solo treno. Ma qui sta il sogno e la sua potenza: sta dicendo al figlio che potrà essere e diventare chi vorrà, che il mondo è grande e vario e le strade da percorrere sono infinite. Dovrà soltanto capire e prendere la direzione capace di renderlo più felice. Una felicità che si annida, però, anche nelle piccole cose della quotidianità, dalle “parole nuove da cercare quando viene sera” al “legnetto di cremino da succhiare“.

Ma non saranno tutte rose e fiori: il dolore fa parte della vita e anche Giovanni dovrà imparare a farci i conti, pur se tentato dal desiderio di scappare. “Avrai una donna acerba e un giovane dolore – canta Baglioni – viali di foglie in fiamme ad incendiarti il cuore. Avrai una sedia per posarti e ore, vuote come uova di cioccolato ed un amico che ti avrà deluso, tradito e ingannato“. Ma col tempo riuscirà ad andare avanti e tornerà a sognare, perché è dei sogni che si alimenta la vita. “E proverai – chiude nel ritornello – un amore così grande che ti parrà di non avere mai amato abbastanza“.

Tuttora  mi sembra impossibile – oggi che a 30 anni è facile oscillare pericolosamente tra essere ragazzi superficiali/annoiati e giovani ormai vecchi, nonostante l’anagrafe dica il contrario- aver scovato le parole e le frasi giuste. Per dire tutto quello che c’era da dire, sottolineare e trasmettere. Senza una sbavatura di troppo.

E adesso ascoltiamolo con la musica:

https://youtu.be/t4vxzJRiW_Q (Arena di Verona 2018)

Essendo Over, molti di noi sono anche nonni. E, per proseguire con i cantautori che hanno salutato in musica l’arrivo di un nipote, non posso non citare Fabio Concato, che ha appena scritto “L’aggeggino” per Nina, la figlia della primogenita Carlotta (alla quale, a sua volta, aveva dedicato “Fiore di maggio”, così come aveva fatto per la secondogenita Giulia).

Fabio Concato con la nipotina Nina

Qui è per me d’obbligo aprire una parentesi: Fabio è il fratello di quel Massimo che, nel luglio 1982 mi accompagnò al Pronto Soccorso per il braccio fratturato.

Purtroppo Massimo da poco, fisicamente almeno, non c’è più, ma è impossibile dimenticare lo stretto legame con lui e Fabio: siamo stati amici durante l’infanzia (Fabio lo conobbi quando era un bimbetto di 4 anni) e poi l’adolescenza e, anche, per un pezzo dell’età adulta.

Con i fratelli Piccaluga (questo il vero cognome) ho condiviso tanto, tantissimo. Risate, confidenze, discussioni, viaggi, vacanze, mangiate assieme: tutte le domeniche erano a cena da noi con i genitori, Giorgina e Gigi. Quest’ultimo era un grande musicista, che Franco Cerri ( incontrato casualmente in treno con cui parlammo tanto, dimostrandomi, una volta di più ne avessi bisogno, quanto le persone grandi sono modeste e speciali ) ebbe a definire “un maestro”. E che a Enzo Jannacci insegnò a suonare.

Di Gigi il ricordo che mi accompagnerà sempre era il momento in cui, varcata la soglia di casa mia e sedutosi immediatamente al pianoforte (ebbene sì, possedevo un piano su cui strimpellai decine di volte con risultati nulli visto l’impegno inesistente) improvvisava come solo lui sapeva fare, accompagnando ad ogni tasto pigiato una battuta esilarante. E Fabio a lui, quando è venuto a mancare, ha voluto dedicare una delle sue più belle e struggenti canzoni.

Perché i figli diventano genitori e poi nonni, ma non smettono mai di essere figli.

O almeno così dovrebbe essere.

                                                                                         Minnie Luongo

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