Tecnologia bestiale

( dove si parla di animali e imbarazzanti metodiche biomediche)

Di Marco Vittorio Ranzoni – giornalista

Si dice ai ragazzi che uno, nella vita, dovrebbe fare quello che più gli piace. Trovare un interesse, coltivarlo e farne la propria professione, magari. Non tutti ci riescono; spesso si trascorre un’esistenza intera a far mestieri capitati un po’ per caso o per necessità. A volte non si hanno troppi rimpianti per non aver seguito un’ispirazione, o la propria passione giovanile, a volte sì. E, come diceva qualcuno, è meglio avere rimorsi che rimpianti, quindi conviene almeno provarci.

Io, per esempio, da piccolo volevo fare il torero. Ma abitando a Milano, città inspiegabilmente carente di plaza de toros, capii presto che non sarebbe stato facile. Con un percorso molto ondivago, frutto della mia indecisione e del notevole delta esistente tra le mie passioni e le aspirazioni paterne, alla fine approdai alla Facoltà di Agraria. Mio papà la considerava una scelta di ripiego, ma tenendo conto che non c’era mai stato un laureato nella nostra famiglia, abbozzò.

La Facoltà di Agraria di Milano in un disegno del prof Emanuele Natalicchio

Da qualche parte ho scritto (in uno dei numeri precedenti di questo magazine) che fui attratto da quell’ateneo per il contrasto con la seriosità del Politecnico, dove avevo frequentato per qualche mese i corsi di ingegneria. E di certo è vero che si passava dai toni del grigio ai colori dell’arcobaleno solo attraversando una strada.

E’ anche verissimo che lì c’erano tante più ragazze, che dopo il forzato abbandono della tauromachia rappresentavano per me un nuovo interesse, ma presto notai che ai corsi ne vedevo sempre di meno.

Forse perché il mio piano di studi era farcito di insegnamenti allora considerati ‘maschili’. A parte gli obbligatori e i primi corsi propedeutici, infatti, mi stavo spostando dalla botanica verso un’area maggiormente confortevole per un perito meccanico ex torero: l’ingegneria agraria e la zootecnia.

Quindi non erano moltissime le compagne di corso e mi apparve subito evidente che spesso le poche non avevano la vita facile, con docenti anziani e a volte prevenuti circa l’opportunità per le ragazze di profanare il virile mondo dell’agricoltura. Invece loro se la cavavano benissimo, prendevano voti alti e spesso emergevano per capacità, impegno e passione. Com’è ovvio.

In facoltà c’era una piccola stalla (ci sarà ancora? Da anni non faccio un giro in via Celoria: conviene che ci vada, prima che delocalizzino la facoltà), con una decina di vacche di razza frisona.

Avevano spesso attorno un capannello di studenti ai quali il prof faceva lezione ‘sul vivo’: i loro grandi occhi dolci (delle vacche, dico), li guardavano con sopportazione.

Un giorno il docente di zoognostica decise di mostrarci come si misura la temperatura ai bovini. Quella mattina si era palesemente svegliato male e aveva già adocchiato la sua preda: una nostra compagna bionda, minuta, con un libretto pieno di trenta e lode, che sfoggiava -era estate- un abito leggero di cotone bianco e sandali alla francescana e prendeva appunti su un quadernetto.

Iniziò a spiegare. Ovviamente agli animali si misura la temperatura rettale, perché non tengono volentieri il termometro sotto l’ascella.

Termometro veterinario degli anni Trenta

Il professore, come molti docenti di agraria di quel tempo, era un anziano rampollo di un’antica e nobile famiglia milanese: portamento austero e modi bonari ma condiscendenti da lord inglese. Si diceva fosse caduto in disgrazia con la famiglia per la sua passione per le corse di cavalli e lo tenessero lontano dai beni di famiglia. Sta di fatto che aveva sempre lo stesso abito, sia in estate che in inverno: molto decoroso e di buon taglio, ma un po’ stazzonato.

Così quel giorno, dopo la spiegazione si piazzò dietro l’animale, le spostò la coda e inserì delicatamente il lungo termometro di vetro. Lo tenne saldamente in posizione, per evitare che venisse risucchiato e finisse chissà dove (l’esame di anatomia non l’avevamo ancora fatto): una manciata di minuti e lo tolse per leggere la scala graduata. Poi fu il turno di noi studenti.

Da signore qual era, si offrì di far provare -per prima- la nostra compagna biancovestita, che già era un po’ in difficoltà coi sandali aperti nella paglia piena di sterco, ma prima volle rifare la dimostrazione. Così inserì di nuovo il termometro e stavolta fece dei rapidi movimenti avanti e indietro, per farci notare -disse il conte- quanto fosse forte la trazione dello sfintere della frisona, che in tutto questo tempo si era limitata a voltare la testa all’indietro, masticando, e ci fissava con curiosità.

A questo punto disse alla ragazza di farsi avanti e le lasciò il posto. Lei fece due passi, prese in mano la pesante coda, la spostò di lato e inserì piano il termometro.  Lo tenne con forza, con le nocche bianche per lo sforzo e infine lo ritrasse.

Fu un attimo. La vacca aveva leggermente inarcato la schiena, udimmo un sordo brontolio e poi l’esplosione: un fiotto semiliquido inondò la nostra compagna da capo a piedi mentre lei teneva ancora la coda nella mano.

Il getto colpì di striscio anche altri studenti, ma non il professore, che si era portato fuori tiro. La ragazza restò immobile, impietrita: sembrava un resto pompeiano coperto di lapilli. Non c’erano i cellulari, altrimenti avremmo avuto un miliardo di visualizzazioni su YouTube. La aiutammo a districarsi dalla lettiera e corse verso i bagni.

Il professore rimase serissimo e disse: “Eh, può succedere. Conviene sempre vestirsi male, in stalla”.

Le sue parole mi tornarono alla mente qualche anno dopo. Mi ero appena laureato e in attesa che qualcuno rispondesse alle mie lettere di presentazione con Cv allegato, avevo trovato un’occupazione in una azienda zootecnica del novarese. Dato che il titolare era un amico di famiglia ci andavo gratis, come si usava una volta per imparare. Anzi, mi dovevo pagare la benzina e i panini del pranzo.

Tra l’altro era il fatidico inverno del 1985, quello della nevicata record e avevo le catene sempre montate sulle quattro ruote della Panda. Partivo da casa alle cinque e tornavo la sera tardi, così assistevo alle due mungiture.

Un’immagine della famosa nevicata del 1985 a Milano

C’erano più di 200 vacche frisone in lattazione e cinquemila maiali, allevati fino al peso stabilito e poi inviati alla produzione di prosciutto crudo. Non avevo dimestichezza coi suini, quindi per me fu uno shock quando mi mostrarono la prima volta l’immensa porcilaia. A parte l’odore pungente, da togliere il respiro (ma a tutto ci si abitua), fu il frastuono che mi scosse. 5000 maiali che urlano tutti insieme è una cosa che non si dimentica: si erano accorti, non chiedetemi come, che era entrato un estraneo e reagivano così, spaventati.

Il direttore mi disse addirittura che quel mio ingresso avrebbe comportato un calo ponderale negli animali -minimo, ma tangibile- a causa di quello stress. Per questo lì entravano sempre solo gli addetti, che giravano tra i corridoi senza suscitare alcuna reazione nei suini. I miei rapporti coi maiali si limitarono quindi al reparto di inseminazione artificiale, campo nel quale quell’azienda era all’avanguardia. Lì transitavano solo le scrofe e c’erano alcuni verri -grandi come dei pulmini Volkswagen- tenuti in gabbie dalle sbarre enormi, per la monta naturale.

Tornando all’abbigliamento, il mio era più che consono: mutandoni e maglia di lana dell’esercito (avevo appena terminato il servizio militare) sotto il pesante maglione grigioverde, tuta verde mimetica e stivali di gomma.

Fu così che mi venne affidato finalmente un compito di un certo prestigio: vaccinare i suinetti.

Questi manigoldi erano dei salsicciotti rosa con le zampe, lunghi una quarantina di centimetri e animati da un’energia e una forza insospettabili. Istruito sul da farsi e dopo aver osservato un addetto che faceva sembrare la cosa un gioco da ragazzi, mi trovai da solo con una tozza siringa nella mano destra nascosta dietro la schiena e un grosso gesso blu nella mano sinistra.

Infatti, per evitare doppie iniezioni o dimenticare qualche soggetto, si doveva infilzare con gesto repentino la groppa dell’animaletto, iniettare il siero e contemporaneamente lasciargli un segno ben visibile sulla schiena. Un gesto da… torero.  Ma del matador non ho mai avuto la destrezza né l’agilità.

La prima iniezione andò benissimo: preso di sorpresa, il maialino squittì più sorpreso che spaventato e fuggì in mezzo ai compagni, abbellito da una lunga linea blu sul dorso. Solo che adesso gli altri avevano capito l’antifona e correvano come pazzi in tutte le direzioni per sfuggirmi. Ce n’erano una ventina e dopo un’ora ne avevo vaccinati forse cinque; ero sudato fradicio. Fu lì che i lattonzoli fecero la mossa che dovevano aver studiato da tempo a tavolino: mentre correvo dietro a uno, altri due mi corsero tra le gambe e gli altri si appiattirono lungo i bordi.

Quando cadi, di solito hai l’istinto di proteggerti mettendo avanti le mani, ma se hai in mano una siringa ti vengono scrupoli incompatibili con la velocità di caduta di un grave.

Quindi atterrai nella posizione dell’uomo vitruviano, di faccia. “Atterrai” lascia supporre che al suolo ci fosse della terra, ma nel recinto dei suinetti in realtà si era formato uno strato di cinque centimetri di ben altro. 

La mia romantica avventura agricola terminò qualche tempo dopo e la sorte mi portò ad occuparmi di tutt’altro. Ma quel periodo mi servì molto, più avanti, a ricacciare sospiri e rimpianti di una vita diversa.

A Milano si dice che “la terra è bassa”, per significare la fatica del lavoro dell’agricoltore e quelle poche settimane di sveglie prima dell’alba, sabato e domenica incluse, me ne diedero la misura. Un giorno chiesi al direttore: “Guido, ma lei non va mai in ferie?” e lui (due lauree, una in veterinaria e una in scienze agrarie): “Ci sono stato qualche giorno in vacanza, un paio d’anni fa. Ma si è guastato l’impianto del mangimificio e son dovuto rientrare di corsa”.

Secondo me, i toreri le fanno, le ferie.

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