Leggere, scrivere

In un’epoca in cui tutti scrivono (e pubblicano) senza praticamente leggere, c’è chi legge tanto ma non si sente- erroneamente- all’altezza di scrivere neppure un racconto…

 Di Marco Vittorio Ranzoni – giornalista

Ho sempre avuto una grande ammirazione per chi sa scrivere.

Mio padre mi ha iniziato alla lettura, ho sempre visto libri per casa. Prima mi ha intrigato con i fumetti: Gordon, Mandrake, l’Uomo Mascherato, Tex e…Topolino, naturalmente.

I fumetti non li snobbava nemmeno Umberto Eco e credo siano un bel modo di imparare a leggere. In tanti anni (a volte li leggo ancora), avrò trovato forse due o tre errori, in tutto. E Tex Willer, anche se ferito (sempre di striscio però) e nel pieno di una sparatoria nel deserto dell’Arizona, si esprime sempre forbito come un notaio.

Passando alle copertine più rigide: l’immancabile Cuore; ne parlo con una punta di sciocco snobismo, ma a dieci anni (di allora) era una lettura emozionante che certo non rinnego (mica sono Franti).

Poi finalmente Salgari! D’improvviso capisci come la fantasia ben sollecitata da una penna magistrale possa farti fare viaggi pazzeschi nel tempo e nello spazio, e solo molto più avanti scoprirai che aver letto dei prahos, dei kriss malesi avvelenati e dei Tigrotti di Mompracem, ti aiuta non poco a uscire dalle secche del Bartezzaghi, sulla Settimana Enigmistica.

Mio padre mi comprava tanti libri di avventure e, oltre a Sandokan e Yanez, scoprii il Capitano Nemo, i racconti del West americano, le storie dei pellirosse, la fantascienza.

L’attore indiano Kabir Bedi che nel 1976 per uno sceneggiato Rai intepretò Sandokan

Intanto era nata la curiosità e iniziarono le incursioni tra i libri “da grandi” che trovavo in casa. “Il vecchio e il mare” fu una rivelazione di un modo di scrivere che mi appassionò tantissimo; mi arrivò diretto come un pugno. Io non so se questi siano o no romanzi “di formazione”, ma tutti quelli di Hemingway, per un ragazzino figlio e nipote di cacciatori e pescatori, è il top.

E subito altri americani (Roth, Harper Lee, Steinbeck) e intorno ai vent’anni i raffinati Hesse (Siddharta andrebbe reso obbligatorio come l’antipolio), Böll, Kafka.

 E poi Soldati, Moravia, Calvino…e i gialli. Va detto che la scuola, per me, non è mai stata di stimolo alla lettura e che non ho alcuna base razionale di letteratura, sto facendo nomi un po’ a caso perché ho la memoria corta, e vado sull’onda di ricordi datati. Ma da lì cominciai a comprarli, i libri.

Insomma, mi è piaciuto e mi piace leggere di tutto e mentre leggo mi soffermo a pensare a quanto sia difficile dar vita ai pensieri in quel modo, così…esatto. Ho già avuto modo di parlare di Simenon: a volte faccio un giochino e provo a sostituire qualche parola dei suoi romanzi con sinonimi che mi sembrano assolutamente calzanti. Poi rileggo e non va bene, non va bene per niente. Certo, nello specifico è anche merito del traduttore, ma tant’è.

Ho provato a scrivere qualcosa, non mi viene, non sono capace. Posso buttar giù qualche brevissimo racconto, ma non riesco a produrre qualcosa che non sia un resoconto, magari un po’ romanzato, di un’esperienza vissuta direttamente, qualcosa che sia di pura fantasia.

Credo che tanti lettori come me ci abbiano provato, almeno una volta, a scrivere un romanzo e tanti conservino qualche decina di fogli in un cassetto. Io no. Forse perché mi sento coì piccolo, a confronto con gli scrittori che ho amato e che amo, da farmi sentire solo ridicolo e poi ci sono così tanti libri da leggere, quasi si fosse detto tutto il dicibile.

Ho il rimpianto di non aver raccolto, quando ce n’era il tempo e il modo, la storia della vita di alcune persone che mi sono state care e che avevano vissuto esperienze e compiuto imprese anche memorabili, di certo degne d’essere raccontate. Ma non ci sono più e non posso farmi cronista e biografo sulla scorta dei miei ricordi imprecisi.

Quanto mi piacerebbe, adesso, risentire quelle storie, magari sbobinando il lungo nastro registrato che non ho, e ascoltare ancora quelle voci.

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